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Aspetta, te lo faccio vedere!



“Ciao, finalmente quella tipa mi ha risposto!”
“Davvero? Che ti ha scritto?”
“Leggi qua!”

“Ieri sono stato al concerto degli Sbocco di Sangue!”
“Sarà stato una figata! Com’è andata?”
“Guarda questo video che ho fatto! Ho anche le foto!”

Nell’infinita ingenuità di qualche anno fa, ero convinto che all’aumentare della disponibilità e della facilità di fruizione di Internet saremmo diventati più intelligenti. Purtroppo ero vittima di una concezione assolutamente folle e fortemente scolastica e nozionistica del sapere, secondo la quale maggiore è la quantità di dati che uno immagazzina, maggiore è la sua intelligenza. Del resto un compito in classe ‘smartphone alla mano’ garantisce voti più alti che senza, quindi lo smartphone ci rende più intelligenti. Fila, no? 
Purtroppo mi ritrovo oggi ad affrontare con estrema disillusione le medesime tematiche, in un mondo di zombie – me incluso – perennemente appiccicati al monitor dello smartphone. Molto drogati ed assuefatti di tecnologia, tutt’altro che più intelligenti. Ho scaricato anche una sfigatissima app, giusto per curiosità scientifica, al fine di sapere quante volte al giorno faccio l’unlock del cellulare e per quante ore lo schermo sta attivo. Devo dire che sono una buona cavia, i risultati sono davvero curiosi (per chi fosse interessato, si chiama Break Free, per iOS e Android).

Uno dei fenomeni più frequenti e di cui siamo tutti vittime spesso inconsapevoli, è una progressiva incapacità di descrivere oralmente qualsiasi cosa. L’estrema facilità di acquisizione, creazione e condivisione di materiale multimediale, infatti, rende completamente pleonastica la descrizione verbale di un’esperienza. Molto meglio mostrare foto e video. La stessa descrizione fisica di oggetti, persone e luoghi è spesso delegata a Google, Youtube, Facebook ed al materiale acquisito col nostro device: se hai un potente quad-core con connessione ad Internet in tasca non stai certo a dilungarti a parole quando in pochi secondi hai il materiale pronto ed in un linguaggio più immediato della parola. Soprattutto quando siamo offline, fuori casa, in compagnia di altre persone: non manchiamo di estrarre l'arma per mostrare la foto dell'auto nuova o del luogo visitato ieri, il video del gol più bello della giornata di Serie A o quello del concerto al quale siamo stati - come nell'esempio. 
Lo stesso vale per i testi. Non leggiamo più un contenuto due volte per capirne bene il significato e per comunicarlo nuovamente: non usiamo affatto la memoria, la capacità di comprensione e l’attenzione. La mail inviata dal capo, la frase dello stato di Facebook o il messaggino della tipa da far leggere all’amico, non li riformuli a parole tue: attingi direttamente al testo originale, in tempo reale, col telefonino. Così si è più esatti e si evitano errori di interpretazione.
Fateci caso. La tendenza è questa. Ho l’impressione che andremo lentamente a perdere, assieme ad un grosso pezzo delle nostre capacità descrittive, un gran numero di aggettivi ormai desueti (caro ‘desueto’, tu sei il prossimo!). Il che non è di certo una perdita grave dal punto di vista del dato, poiché anche la descrizione orale più complessa di un luogo o un oggetto sarà comunque quasi sempre meno esatta di una lunga stringa binaria che compone un’immagine o un video in alta risoluzione o un file audio. L’unico spazio per la parola, così grezza e indefinita, è relegato alla soggettività ed alle emozioni, a loro volta molto meno oggettivabili e di certo non banalmente riducibili in forma multimediale.

Si potrebbe cercare di sforzarsi un po’ di più a descrivere ‘a parole proprie’, ove possibile, senza “estrarre lo strumento”, anche se il rischio di risultare noiosi se non si esprime un concetto in pochi secondi è tremendamente reale quanto tangibile e opprimente. Non è facile da accettare, ma per certi versi ormai lo smartphone è più utile e capace di noi e delle nostre facoltà conoscitive e descrittive. 
Ricordo quando, in un colloquio per una borsa lavoro durante il quale ero esaminatore in commissione, feci ad un ragazzo una semplice domanda teorica sul funzionamento del computer. Mi rispose senza troppo dispiacersi di non conoscere la risposta: “Non lo so, ma io nella pratica di solito cerco su Google”. 
Nell’assoluto imbarazzo di un’affermazione tanto grossolana, mi ha fatto molto riflettere. Per quanti anni ancora una risposta del genere sarà considerata fuori luogo? 

#Sonostufo


Sono stufo di scrivere su diari virtuali.
Sono stufo di non aver mai tempo per scrivere sul blog.
Sono stufo di non saper scrivere a mano. Braccia – anzi mani – strappate all’agricoltura.
Sono stufo di scrivere su siti non-responsivi. Se questo lo è, non l’ho programmato io.
Sono stufo di sentir gente che pensa che si possa navigare solo da dispositivi mobili.
Sono stufo della grandine. Molto stufo. Soprattutto di quella grossa.
Sono stufo di modelli di business, di sviluppo, di crescita e di profitto.
Sono stufo delle crisi di sovrapproduzione. Soprattutto di sovrapproduzione culturale.
Sono stufo di sentire gente che infila parole in inglese a caso perché fa cool.
Sono stufo di fare confronti tra pubblico e privato. Noialtri li critichiamo mentre ci dilaniamo nell’atroce invidia della stabilità, della ricchezza e della mediocrità.
Sono stufo di questa nauseante e patetica moda dell’informatica di massa.
Sono stufo perché l’informatica di massa potrebbe salvare il mondo, invece salva solo i profitti delle solite tre o quattro aziende che se ne fottono di salvare il mondo.
Sono stufo perché l’informatica di massa potrebbe salvare la cultura, invece salva solo tante foto di donnine nude su facebook a fini onanistici o di spettegolamento sociale.
Sono stufo di essere stufo. Sarà la stanchezza.
Sono stufo di sentir chiamare arte e cultura “il prodotto” o “il brand”.
Sono stufo degli economisti. Da quando sono più dei filosofi il mondo va a rotoli (ma almeno va a rotoli sorridendo J J J).  
Sono stufo di chi si sa sfogare solo sul web.
Sono stufo di chi si sfoga sul web, in genere.
Sono stufo di chi si sfoga sul web, ma non se ne accorge.
Sono stufo di chi ripete le cose.
Sono stufo di chi ripete le cose e crede di scrivere poesie.
Sono stufo di chi scrive poesie. Non le legge più nessuno.
Sono stufo di chi non legge più le poesie.
Sono stufo anche di chi non legge più Marx.
Sono stufo di chi afferma che non ci sono più destra e sinistra, ma solo giovani e vecchi. Per inciso, tifo per i vecchi.
Sono stufo di chi su Internet scrive con grande decisione, poi nella vita la nasconde. Eroi dei due mondi falliti che si accontentano del mondo virtuale.
Sono stufo di Balotelli. Il suo vittimismo è ridicolo: da solo guadagna quanto tutte le popolazioni africane ed ha pure il coraggio di far polemiche sterili.
Sono stufo delle guerre tra poveri. Di tutte le guerre e di tutti i poveri. Ma non per questo faccio guerra alle guerre.
Sono stufo di chi non crede e bestemmia perché va di moda e perché la fede è roba per vecchi, noi giovani abbiamo ben altre divinità: il mercato, il profitto, la competitività e la meritocrazia.
Sono stufo di gente che non distingue le regole dalla burocrazia.
Sono stufo di chi le regole non le rispetta e ci insegna a non rispettarle.
Sono stufo di noialtri che prendiamo questi signori come esempio (ma li condanniamo pubblicamente).
Sono stufo degli ipocriti, perché pensano di non esserlo, di fatto non pensando affatto.
Sono stufo di chi ipocrita sa di esserlo, ma non gli fa neppure dispiacere.
Sono stufo della flessibilità che non da regole e ti fa sentire libero, autonomo e gratificato - solo perché poi non ti retribuisce.
Sono stufo di non poter sforare 140 caratteri. Perché anche se li sforo nessuno ha l’attenzione per leggere un testo un minimo più prolisso. Figurarsi a scriverlo!
Sono stufo di chi usa l’hastag. Soprattutto nei titoli.
Sono stufo di chi scrive liste e poi non ci va a fare la spesa.
Sono stufo di chi scrive e non sa scrivere. Poi vende milioni di copie.
Sono stufo di chi scrive su blog, non fa neppure dieci letture ma si sente un minimo appagato, giusto per il piacere d'aver postato. Anzi, mi fa proprio schifo.

Democrazia diretta - la democrazia ingenua



Ricordo quando, qualche anno fa, mi venne affidato, un po' per gioco e un po' per caso, il ruolo di rappresentante di classe al liceo. Mi trovavo ad una sorta di assemblea dei rappresentanti, dove si discuteva di questioni (al solito) di poco conto. Dopo qualche minuto di dibattito, si era giunti alla conclusione che andava stabilita una data per un qualche evento festaiolo che ho ormai dimenticato.
A quel punto ho preso ingenuamente la parola, esponendo il mio punto di vista, che suonava più o meno così: “Non possiamo decidere la data in questo modo, qui dentro. Trattandosi di qualcosa di pubblico interesse, dobbiamo prima consultare tutti gli studenti!”
Venni subito bacchettato dal solito pseudo-comunista un po' saccente, qualche anno più grande di me: “Ora sei tu il rappresentante, se ti hanno votato devi decidere tu per tutti”. Ricordo che ci rimasi molto male. Non so se più per la sua arroganza o per l'arroganza che a suo modo di vedere dovevo attribuirmi.

Sono passati parecchi anni, sono stato rappresentante anche del mio primo corso di laurea all'università per tutto il triennio, e nel tempo ho iniziato a maturare l'idea che quel ragazzo avesse ragione. Se ti candidi per rappresentare qualcuno, vuol dire che hai delle idee. Magari anche “ideologiche” - perché questa non è l'era delle post-ideologie come dicono molti filosofi e sociologi sapientoni che quando non capiscono qualcosa del mondo contemporaneo gli applicano l'etichetta “post-” risolvendo con questo giochetto l'impasse imbarazzante. Tra l'altro di ideologie non possiamo farne a meno, anche l'anti-ideologismo è a sua volta un'ideologia, come la democrazia diretta (ma non ditelo a nessuno!).
Se ti candidi per rappresentare qualcuno, se entri in politica, le idee le devi avere tu. Anche per chi ti ha votato.

Spesso molte idee in un primo momento impopolari sono le migliori, che vanno difese se davvero riteniamo che saranno efficaci. Le idee che fanno infiammare le folle, del tipo “facciamo decidere tutto a voi”, sono spesso le più ignobili e scadenti. Se scendi in strada e chiedi la panacea per la crisi economica, in quasi tutti i casi non avrai risposte valide. Magari suggerimenti utili, ma nessuna ricetta. Per questo se sali in politica, devi essere in grado di scrivere ricette. Altrimenti il tuo posto è meglio assegnarlo a qualcun altro.
Oggi si parla spesso di democrazia diretta su Internet, in particolare sulle pagine di un vecchio blog pubblico che si chiama col nome di una persona, che linka all'acquisto dei libri di quella stessa persona, in cui ogni commento vale meno di zero: “schizzi di merda digitali” (link), li ha chiamati quello che dà il nome al blog. Questa è democrazia diretta? Spero davvero che le idee escano da quegli schizzi di merda, perché coi referendum, anche su Internet, non si risolve nulla. Prima ci vogliono le idee. Il referendum ha una valida definizione nelle parole, attualissime ed insuperabili, di Giorgio Gaber:

Il referendum è una pratica di "Democrazia diretta"... non tanto pratica, attraverso la quale tutti possono esprimere il loro parere su tutto. Solo che se mia nonna deve decidere sulla Variante di Valico Barberino-Roncobilaccio, ha effettivamente qualche difficoltà. Anche perché è di Venezia. Per fortuna deve dire solo "Sì" se vuol dire no, e "No" se vuol dire sì. In ogni caso ha il 50% di probabilità di azzeccarla. Ma il referendum ha più che altro un valore folkloristico perché dopo aver discusso a lungo sul significato politico dei risultati… tutto resta come prima e chi se ne frega.
link

Basti pensare al finanziamento pubblico ai partiti, abolito in un referendum abrogativo del 1993... tutto resta come prima e chi se ne frega. Inoltre la complessità del reale va ben oltre ad un binario si/no: entrambi comunque interpretabili a piacimento.
In altri termini, questa della democrazia diretta è una forma molto ingenua di pensare la politica. Fa piacere al popolo, alla massa virtuale, perché ha almeno l'illusione di valere qualcosa. Come nel referendum. Ma è parimenti necessario l'intervento della concretezza e della capacità di un amministratore, di un responsabile, di uno che ci metta la faccia, che abbia delle idee e sappia plasmarle come (provvedim)enti reali e tangibili!

Io credo ancora fortemente nel ruolo dei rappresentanti politici. La democrazia diretta è l'ideologia di chi non ha idee, e preferisce delegare agli altri: prima vieni eletto e delegato per fare qualcosa, poi tu deleghi il popolo ed alla fine nessuno combina niente. Chi non ha idee, preferisce la democrazia diretta, perché ogni volta che viene chiamato in causa chiama in causa il popolo.
A questo punto tanto vale eliminare i rappresentanti e lasciar fare tutto alle macchine, facendo votare il popolo ogni settimana sulle centinaia di idee malsane proposte dal popolo stesso, in un mostruoso meccanismo enormemente complesso quanto inefficace per dare a tutti la possibilità di votare sulla Variante di Valico Barberino-Roncobilaccio, anche a Venezia. Immaginatevi quale distopia Orwell-Huxeleyana: roba che vi costruiscono una TAV tra il bagno e la cucina perché così hanno votato compattamente in maggioranza in tutto il nord Italia mentre voi a votare contrario siete in quattro gatti in Molise (sempre che esista e non sia il mondo segreto dei troll!).

Per questo ripenso spesso all'obiezione che mi fu posta al liceo. Lì ho capito che non è la partecipazione popolare a contare, quanto l'efficacia e l'efficienza di chi si mette in gioco in prima persona, con le proprie idee e la volontà di costruire un pensiero più forte, complesso e strutturato, adatto alla teoria ma soprattutto alla pratica politica. Non è arroganza, è senso di responsabilità. A dispetto di quanto spesso dichiarato da molti, oggi non è la democrazia a mancare. Mancano i rappresentanti per una buona democrazia rappresentativa.
La democrazia diretta è figlia di una grossa ingenuità, la stessa ingenuità di un giovane liceale che si trovava lì quasi per caso, e preferiva, per star tranquillo, che gli altri decidessero per sé stessi... e soprattutto per lui!

ilmeteo.it
Nel nome della perturbazione

Annibale, Scipione, Caronte, Minosse, Nerone, Caligola, Lucifero… ah, già, per far contente le femministe c’era anche Circe! Sappiamo oggi che la calda estate dell’Anno del Signore MMXII non collega questi personaggi direttamente alla storia, né alla letteratura. Accostare Annibale e Scipione è facile, i due hanno concluso, insieme, affrontandosi nella battaglia di Zama, la seconda guerra punica. Ma per arrivare fino a Creta attraversando lo Stige, dovremmo davvero trascendere il cielo e la terra. Sembra impossibile per la storia, difficile per la letteratura, ma è ben più facile per la meteorologia. Per la brontologia… bazzecole! 
Come ormai tutti sapranno, i vari nomi propri che aprono questo post non sono altro che l’antropomorfismo meteorologico dei vari anticicloni e cicloni dell’estate. Di certo in molti si stanno chiedendo, come Margherita Hack, perché anziché seguire questa moda americana di battezzare i fenomeni atmosferici non si procede col chiamarli semplicemente “caldo boia”. (link). Si potrebbe anche convenire nel chiamarli semplicemente ‘estate’ – perché sappiamo che in estate fa caldo, anche senza scomodare la mitologia e farne una notizia. 
Sarebbe interessante sapere da dove nascono questi nomi. Ah, già, lo sappiamo: nascono tutti dal forum de ilmeteo.it (link), e sono attribuiti direttamente dagli utenti. Poi il nome viene pubblicato sul sito, ed il battesimo è presto fatto. Questo celebre sito, primo in Italia per quanto riguarda il meteo, ha praticamente sbaragliato la concorrenza a sciabolate di marketing: come link sponsorizzato su google per diversi anni, poi sviluppando numerose app di ottima qualità per qualsiasi sistema, da Android, iOS, Blackberry, Windows Mobile, Symbian, quasi fino al vostro ombrello wi-fi (qualora ne abbiate inventato uno) rinchiuso nel ripostiglio. Ormai tutti, grazie al sito di Antonio Sanò, sanno che tempo farà domani. Un successo talmente clamoroso da aver superato, in quanto a visite giornaliere, anche siti come repubblica.it, corriere.it o - cosa ancor più grave - brontologia.blogspot.it (link). Insomma, una volta discorrere del tempo era un modo per rompere il ghiaccio con una persona con la quale non avevamo molta confidenza, adesso invece è molto più importante delle notizie del giorno. In giro per le strade non si fa altro che discutere di quando arriverà Lucifero – io spero il più tardi possibile, in tutti i sensi. 
Un altro segreto de ilmeteo.it è la sua poca sobrietà ed il sensazionalismo delle notizie che pubblica, oltre al numero spesso spropositato di punti esclamativi in home page. Riuscire a rendere il caldo in estate una notizia formidabile è un’impresa non facile, del resto, eccezion fatta per la redazione di Studio Aperto. 
Ad un’analisi molto empirica e molto soggettiva, anche il meteo per località che il sito propone con il comando 'cerca' mi sembra sempre ritoccato ‘al peggio’; nel dubbio il modello matematico preferisce prevedere la pioggia, oppure le temperature previste sono sempre troppo calde o troppo fredde. Fanno notizia. Aumentano le visite. Del resto, il sito sopravvive con i banner, e la pubblicità ha bisogno di visite. Per questo durante il mio week-end a Roma di qualche mese fa avevo lo smartphone che tuonava con nuvole e pioggia e qualche sprazzo di sole, ma ho visto solo quest'ultimo, per fortuna. Poi Circe, che sarebbe giunta a trasformare in maiale tutta la seconda metà della vacanza al mare del mese scorso, è passata rapidamente durante la notte con un breve ed intenso temporale, ed è immantinente sparita all’orizzonte prima che sorgesse il sole del mattino successivo. Ma questa è solo una mia analisi soggettiva.
Recentemente la Rete ha assistito anche ad una polemica con l’Università di Berlino, irata proprio nei confronti de ilmeteo.it, circa la liceità di attribuire arbitrariamente questi nomi alle alte e basse pressioni. Alle prime nomi maschili, alle seconde nomi femminili, proprio come i colleghi d’oltralpe. Poi si è deciso che i tedeschi hanno già troppo potere sullo spread (ovviamente sto esagerando, link), e che giustamente anche noialtri abbiamo diritto a nominare i nostri temporanei coinquilini atmosferici come meglio ci aggrada per tutta la loro permanenza.
Nel frattempo, tutti ci siamo abituati ai nomi mitologici – sono più fighi, dai – e persino i giornali ed i telegiornali delle principali reti nazionali, e non solo, hanno iniziato a fare uso di questi nickname atmosferici.
Tutto questo ci porta ad almeno due riflessioni luminose come il sole del banner del sito sulla lettera 'o': la prima è di carattere economico-informatico, ed è una lezione di marketing su come sia possibile far successo con le nuvole, il sole, la pioggia, tante app, una buona strategia di ottimizzazione SEO, l’uso dei forum nell’era del web 2.0, notizie sensazionalistiche… e qualche nome pescato a vanvera da un libro di epica e da uno di storia. La seconda riflessione riguarda tutto questo vociare e discutere per le strade di entità che non esistono: è davvero possibile parlare del caldo in estate come se fosse una creatura fisica, con un nome e degli attributi? Apparentemente no. Ma se davvero se ne parla così tanto, sarà forse che questa società è talmente povera di argomenti di discussione, che da antipasto il meteo è diventato il piatto principale?

Distopia – stato: offline


Molto spesso la storia del pensiero ha associato al termine utopia il mito di una società perfetta ed ideale; dalla Repubblica di Platone alla cinquecentesca omonima Utopia di Thomas More, dal 1600 della Città del Sole di Campanella e della Nuova Atlantide di Francis Bacon, fino al 'socialismo utopistico' inteso come qualcosa di irrealizzabile, teorizzato da Marx, da contrapporsi al suo 'socialismo scientifico', quest'ultimo invece ancorato al materialismo storico, che avrebbe garantito un'analisi più accurata dei rapporti di produzione delle società nella storia – al fine di cambiarla. Utopia: un concetto tanto ideale e troppo lontano dalla concreta corruzione del mondo da assumere oggi un senso di grande disillusione – “utopico” è un obiettivo irraggiungibile, un proposito irrealizzabile, un concetto che mai potrà calarsi nel mondo fisico.
Il significato di distopia è l'esatto negativo di quello di utopia: da un lato abbiamo il mito di una società ideale, saggia, equa, libera e perfettamente integrata in tutte le sue parti costitutive, dall'altro lo spettro della peggiore società possibile, coercitiva, repressiva e totalitaria, molto spesso localizzata temporalmente in un futuro non troppo lontano, dove la scienza e le tecnologie finiscono per diventare un metodo di controllo ed oppressione.
Il secolo più fecondo di distopie, figlio di grandi illusioni ed altrettanti grandi ideali disillusi è proprio il 1900: da Brave New World (Il Mondo Nuovo, 1932) di Aldous Huxley a 1984 (1949, scritto nel 1948) di Orwell fino a Fahrenheit 451 (1951) di Ray Bradbury, autore tra l'altro defunto solo il 5 giugno scorso. Ma di società distopiche ne abbiamo viste diverse anche al cinema, dal buon vecchio Metropolis (1927) di Fritz Lang a Matrix (1999) degli Wachowski, passando per l'indimenticabile Arancia Meccanica (1971) di Kubrick, Star Wars (1977) di Lucas e Blade Runner (1982) di Ridley Scott, giusto per citarne alcuni.
Nel suo intervento in una recente conferenza, un docente di Antropologia Culturale mi ha ricordato una mia vecchia riflessione proprio partendo da quest'ultimo film, Blade Runner; un film ambientato in una Los Angeles distopica, grigia e deforme, dominata dall'acciaio cupo delle strutture, avvolta dal fumo e dai vapori dei sobborghi poveri, in un pianeta inquinato ed invivibile, abitato solo da uomini deboli e malati, scartati dalla società, mentre i ricchi benestanti sono già da tempo migrati verso le colonie extramondo. In una scena molto meno celebre e topica di "Ho visto cose che vuoi umani...", Rick Deckard (Harrison Ford) telefona a Rachael (Sean Young), la giovane protagonista-replicante del film. Ciò che potrebbe colpire un ragazzino di oggi è la telefonata: una banale videochiamata in quella che potrebbe tranquillamente essere una cabina telefonica (metallica e sporca) con un monitor. Dimenticavo: siamo nel 2019.


Blade Runner, telefonata del 2019.

Manca qualcosa. Qualcosa che non manca solo nel film di Scott, ma che non appare misteriosamente in tutte le distopie del futuro prodotte nel '900. Non compare nel mondo dell'eugenetica, non compare in quello del Grande Fratello, né nel mondo dei pompieri che bruciano i libri, e neppure in Guerre Stellari, seppur ambientato in una galassia lontana lontana... un oggetto di uso comune che oggi fa parte della nostra vita quotidiana, tanto da diventare spesso un amico inseparabile oppure un compagno scomodo, fino alla patologia. Manca il telefonino!!
La cosa, a ben rifletterci, è assolutamente bizzarra. Teorizzate da Maxwell e successivamente scoperte da Hertz, fino ad arrivare agli esperimenti di Marconi ed ai primi apparecchi radiotrasmettitori, le onde elettromagnetiche erano ben note già dalla fine del diciannovesimo secolo, e già nel primo ventennio del '900 furono utilizzate ampiamente per la comunicazione in ambito navale, militare ed infine civile. Perché nessuno tra i più grandi autori del '900 ha pensato al telefonino? Che fine ha fatto la (tele)comunicazione?
Io la spiegherei in questo modo: la mia impressione è che tutte le distopie sono accomunate da un grande senso di paura, disgusto e disillusione nei confronti del progresso tecnico e scientifico. Opere figlie degli orrori di due conflitti mondiali, dei regimi totalitari, della bomba atomica, terrorizzate e confuse dai primi passi della tecnologia informatica (le prime macchine erano di grandi dimensioni, pensare a piccoli dispositivi portatili con grande potenza di calcolo non era facile neppure per gli addetti ai lavori) e della genetica applicata; credo che per gli autori fosse la cosa più ovvia immaginare un futuro in cui le persone sono sempre più sole, con un regime sempre più forte ed in cui le tecnologie vivono di scopi politico-(a)morali di controllo ed (anti)estetico-ambientali di corruzione paesaggistica e visiva. Per questo nessuno poteva neppure lontanamente immaginare la nascita del tutto inaspettata di Internet, rete di reti attraverso la quale pubblico questo breve scritto, né sembrava realizzabile un sistema che ci rendesse capaci di comunicare continuamente da qualsiasi punto a qualsiasi altro senza l'ausilio di apparecchiature ingombranti ed energia elettrica. Le distopie, insomma, sono tutte rigorosamente offline.
L'unico caso che fa eccezione ovviamente è il recentissimo Matrix, dove tuttavia il nostro mondo di comunicazione è appunto illusorio, generato dal calcolatore, mentre la vera Zion è davvero molto più simile alla Los Angeles di Scott che al mondo fuori dalla finestra.
Chiudo il post con una provocazione, sicuramente un po' spinta e che non rappresenta del tutto chi la scrive, attento e vigile sul mondo di oggi, sulle nuove tecnologie e sui new media, ma di certo mai eccessivamente pessimista: l'incubo più grande paventato nel '900 per la nostra generazione era quello del regime totalitario e del potere della tecnica sull'uomo, dalle telecamere di 1984 ai replicanti di Scott. Oggi viviamo in un mondo (che sembra essere) lontano da quei timori, dove non c'è un grande uomo coi baffi al potere, ma tutto un sistema politico-economico ormai non più fatto di persone fisiche, ma fatto di azioni, di società assicurative, di investimenti e speculazioni che in tempo reale attraversano il mondo da parte a parte come lame, veloci quanto la luce, in un sistema dove non puoi perder tempo a dormire che tra un secondo il secondo precedente sarà già vecchio – neanche buono per esser ricordato come storia. Il paradosso è che siamo oggi più schiavi di quelle stesse tecnologie della comunicazione così user-friendly e così trendy e così catchy di quanto non saremmo stati in un mondo di metallo peno di fumi e di gigantografie distorte di voci orientali dove era l'oppressione vera, concreta e tangibile a dominare la società. Non c'è un grande palazzo del potere, una torre di Babele alla luce del sole. La società si è liquefatta, e ritrovarne gli atomi è diventato un duro compito – mentre le vecchie distopie, le idee che ad esse soggiacciono, apparivano granitiche e possenti almeno quanto chiare, solide nel loro ben più manifesto squallore.
Non credo che sarebbe stato possibile, nel secolo scorso, immaginare un mondo freddo e terribile senza pensare all'individuo come a qualcosa di sempre più incapace di comunicare. Il paradosso è che spesso, invece, nel mondo di oggi, saremmo probabilmente più liberi quando saremo più liberi di essere offline, di staccare la spina – perché la distopia vera, quella che si è realizzata nel mondo, oggi, è capovolta. La distopia non utopica, quella reale, è online.

Il signor Rossi (l'italiano medio) e la neutralità di Internet.


Spero che tutti i (due o tre) lettori di Brontologia Applicata abbiano saputo del bizzarro caso mediatico che ha recentemente coinvolto il signor Vasco Rossi e Nonciclopedia: il cantante che querela l'enciclopedia satirica per diffamazione e la seconda che risponde chiudendo i battenti per un paio di giorni – per poi riaprire, dopo il ritiro della querela e dopo oltre 30.000 commenti diffamatori (molti dei quali davvero cattivi, controllare per credere!) sulla pagina Facebook di Vasco. 
Contemporaneamente, fino a qualche giorno fa, qualsiasi pagina di Wikipedia recava al top un fastidioso banner con i punti salienti del 'comunicato del 4 ottobre' (link), sempre al suono di “ce l'hai con l'enciclopedia? Allora io oscuro le mie pagine per protesta!”:
Il 4, 5 e 6 ottobre 2011 gli utenti di Wikipedia in lingua italiana hanno ritenuto necessario oscurare le voci dell'enciclopedia per sottolineare che un disegno di legge in fase di approvazione alla Camera potrebbe minare alla base la neutralità di Wikipedia.
(qui il testo approvato dalla Camera dei deputati l'11 giugno 2009, poi modificato dal Senato il 10 giugno 2010; qui gli emendamenti del 6 ottobre 2011).
Sono stati proposti degli emendamenti, ma la discussione di tali modifiche (inizialmente prevista per il 12 ottobre e poi rimandata) deve ancora essere effettuata. Non sappiamo, quindi, se sia ormai scongiurata l'approvazione della norma nella sua formulazione originaria, approvazione che vanificherebbe gran parte del lavoro fatto su Wikipedia. 
Grazie a chi ha supportato la nostra iniziativa, tesa esclusivamente alla salvaguardia di un sapere libero e neutrale.
Ma che diavolo succede? Sembra che l'italiano medio-basso, ovvero il signor Vasco Rossi e tutta la pessima classe politica italiana, non abbia ancora fatto i conti con il mondo delle informazioni online, dopo aver scoperto Internet con qualche anno di ritardo rispetto al nipote quindicenne.
Pur senza potermi addentrare in contenuti tecnico-giuridici che ignoro, la mia impressione è che si confondano troppo spesso i contenuti di Internet con quelli di una testata giornalistica, o con quelli di una trasmissione televisiva. Viviamo, in quanto società, su due livelli: quello dei nostri nonni, non-nativi di Internet, tutti imbarazzati, pudici ed impegnati a costruire sistemi di informazione neutrali che parlino di cose neutrali, apolitiche, anti-ideologiche, pure e candide come la neve e finiscono col produrre il limpidissimo Tg1; e dall'altra parte una generazione (la mia) disillusa ma dalla mentalità molto più aperta, per la quale non c'è neutralità migliore della realtà tutta, citando a sproposito il noioissimo Hegel: 'il vero è l'intero', ossia lo Spirito del Mondo, non le singole manifestazioni di esso che di volta in volta si presentano come filosofie a sé stanti, quanto piuttosto tutto l'insieme di tutti i pensieri che nella storia si sono succeduti – senza censure né partizionamenti. 
Detto brutalmente, Internet può essere inteso come la TV o come un giornale, quindi soggetto alle norme del buon senso, della censura, della fascia protetta quando i bambini sono andati a dormire, neutralità come ideologia dell'anti-ideologia; oppure può essere inteso, molto più banalmente, come specchio della società, come immagine virtuale del mondo sociale. 
La prima visione di Internet prevede quindi dei criteri giuridici e morali per la Rete: ci sono cose che si possono fare ed altre che non si possono fare. Regole da scrivere. Cose da cancellare, come la pagina di Vasco della Nonciclopedia o come qualsiasi cosa offenda qualcuno, secondo il decreto in approvazione che cita Wikipedia. La seconda invece vede Internet proprio come un luogo libero da vincoli del secolo scorso, alla quale i signori che sostengono la prima fanno di tutto per applicare ad Internet un(a legge) bavaglio.
Io mi schiero con vigore con la seconda visione. Perché penso che non ci sia nulla di più ipocrita di gente che ha paura della realtà e di tutte le sue sfaccettature, e pur di non ammetterlo si difende mascherandosi dietro ad una falsa neutralità – quando non c'è nulla di più neutrale di ciò che è complesso; non può esistere una neutralità artificiale. Sarebbe costrutta, falsa, magari bella a vedersi e facile ad intendersi, ma maledettamente fittizia. Come la programmazione della Rai. 
Internet è un'immagine virtuale del mondo, e merita di avere la stessa, libera complessità. C'è la violenza, il nonsense, lo streaming, megaupload e megavideo, i demotivational, youporn, i file torrent e Brontologia Applicata. Per fortuna! 
Il segreto per far coesistere la libertà di Internet e la tutela dei diritti è l'educazione del cittadino, congiunta al pensiero critico. Un'educazione che deve partire dalle scuole e dalle famiglie, che oggi purtroppo si presentano impreparate ai nuovi problemi sociali ed alle nuove possibilità che l'educazione nell'era del web 2.0 sono posti in essere: scoprire i segreti, i limiti e le possibilità delle modalità di accesso a dati ed alle conoscenze, Internet in quanto biblioteca della biblioteca, dato e metadato.
Penso che la soluzione sia un po' di educazione ad Internet. Educare Internet, invece, è dittatura del secolo (breve) scorso.
Essere neutrali non significa parlare da un punto di vista privilegiato e neutro (o al massimo due, come nei talk show: destra e sinistra, prete ed ateo, politico e magistrato); essere neutrali significa tendere ad un pluralismo dell'informazione in cui ognuno può esprimere il proprio punto di vista, nella molteplicità delle sfaccettature delle idee – e l'utente adulto, critico, che acquisisce il maggior numero possibile di informazioni, prima le fa proprie, poi le elabora e propone un proprio pensiero; potrebbe anche pubblicarlo sul suo blog brontologico! Ma se l'opinione di qualche altro brontolone poi proprio lo disgusta, o forse la reputa immorale, può liberamente evitare di visitarne la pagina web; non dovrebbe tuttavia farla chiudere, come un nonnetto cantautore (?) che prima fa clippini col suo Mac e li pubblica su Facebook, e poi non capisce le battute dei ragazzini!
La verità oltre le diffamazioni e le polemiche sterili, alla fine, viene sempre a galla – dal calculemus! leibniziano applicato alle discussioni del bar fino alle indagini de 'Le Iene'; un cittadino dalla mentalità aperta e razionale non dovrebbe aver paura del pluralismo di Internet, né di quello del mondo. Per chi preferisce la verità liofilizzata, filtrata e sminuzzata; per l'italiano medio, c'è sempre il TG1 ed il computer connesso solo sulle pagine di Facebook...

Quando diventeremo più intelligenti?

Sono diversi anni che rifletto sull'impatto di Internet sul futuro dell'intelligenza umana. Anche se la didattica nelle sQuole resta legata a metodologie antidiluviane, ho sempre pensato che il rapido accesso alle informazioni che ci offre il buon Google, se utilizzato con criterio, potrebbe condurre le future generazioni all'accumulo di un bagaglio culturale nettamente superiore a quello di qualsiasi altra epoca storica. Ma le cose andranno davvero così?
Trattandosi di una domanda sensata, ovviamente, non me la sono posta soltanto io: il Pew Research Center’s Internet & American Life ha svolto nel 2010 un enorme sondaggio tra 895 esperti nelle grandi aziende (Google, Microsoft, IBM, Yahoo!, Intel, HP, Nokia etc.), nelle società (National Geographic, Linux Foundation etc.) e nelle maggiori università americane per rispondere ad alcune domande su come cambierà la nostra intelligenza e la nostra capacità di leggere e scrivere nel 2020. I risultati statistici ed una buona selezione delle risposte più significative, con tanto di autori, sono disponibili sul sito (link).
La prima rassicurazione che il sondaggio ci offre è che probabilmente Google non ci renderà stupidi (76%). Un po' più sconcertante è l'insicurezza su come cambierà il nostro rapporto con la scrittura e con la lettura; non siamo poi così sicuri (65%) che Internet finirà per incrementare le nostre capacità di writing e reading. Più che commentare il sondaggio e le risposte, che sono già molto schematiche e chiare per chi vuole perderci qualche minuto prendendosi una pausa dal monitorare il comportamento degli amici su facebook, vorrei riflettere un po' su questo enhancement dell'intelligenza umana nell'era delle informazioni a portata di click.
Non nutro grossi dubbi sull'effettivo aumento delle conoscenze sia nella media che nei valori più elevati, e credo che sia stupido promuovere una critica sull'imbarbarimento delle conoscenze da parte di Internet senza partire da un riconoscimento dei suoi meriti. Ma perché ci sono tanti docenti disposti a mettere la mano sul fuoco per affermare che le capacità cognitive dei ragazzi, in media, sono 'sempre peggio', quando invece dovrebbero impennare verso l'alto, anno dopo anno?
Non credo che l'impoverimento della qualità in favore della quantità di informazioni, né che l'estrema rapidità di reperimento dei dati che diminuisce l'effettivo sforzo di ricerca (e contemporaneamente di comprensione) siano un argomenti da sottovalutare. Oggi ci bastano tre righe per dire qualsiasi cosa, ed esigiamo che ce ne vengano concesse altre tre di risposta. Quattro sono troppe, non abbiamo più l'attenzione né il tempo per leggerle. Del resto, anche questo post è troppo lungo, per il lettore medio. Il multitasking, inteso anche come attività umana, ci impedisce di approfondire; meglio dieci cose portate a termine in fretta e male che una con calma, perché altrimenti domani ne avremmo da fare nove. Inoltre poter accedere ad innumerevoli informazioni digitando una sola voce limita fortemente l'impegno di comprensione per accedere ai dati e per selezionare i più adatti: per istinto (e spesso per davvero) le prime tre voci di Google sono meccanicamente le più attendibili, il resto è spazzatura.  
Direi che di problemi ce ne sono, ma che, al solito, non bastano come argomenti validi per i soliti del 'si stava meglio quando si stava peggio, lapidiamo Internet!'. In questo senso fondamentale dovrebbe essere lo sforzo della didattica nelle sQuole, come dicevo all'inizio, ad adattarsi per rendere più complete e personali le ricerche, insegnando fin da subito a specificare le fonti e mediando una buona ricerca tra i dati 'sintetici' della wikipedia  e quelli 'analitici' di un libro, di un articolo (ma anche un e-book) vero e proprio. 
Riguardo la capacità di leggere e scrivere, in particolare sulla seconda, avrei qualche dubbio in più. Il ctrl+v è una sana tentazione, anche perché spesso riformulare un pensiero già ben formulato ha una valenza esclusivamente didattica, ma è contrario all'ergonomia; si possono costringere i ragazzi per insegnar loro ad esprimersi meglio, ma nella vita quotidiana questo non accade: se devo spiegare in chat a qualcuno cosa dice la ricerca sul futuro dell'intelligenza del 2010 gli linko direttamente il sito o gli incollo il testo dell'introduzione, non sto di certo a riformulare il tutto con le mie parole per iscritto! Di certo in futuro conosceremo più cose, ma  forse faremo più fatica a riportarle in maniera non-meccanica. 
Ci sarebbe molto da dire, ma spero di aver suscitato quantomeno la riflessione: Internet ci renderà più intelligenti? Di quale intelligenza stiamo parlando? Quanto sarà diventata sintetica la scrittura tra qualche anno? Riusciremo ancora a leggere un libro di oltre mille pagine senza che l'autore non  debba per forza suddividerlo in almeno (come accade oggi) duecento capitoletti da cinque pagine? Riusciremo ancora a leggere un libro? E a scriverlo?
Non ne ho idea (anzi, qualcuna ce l'avrei). Ne riparliamo tra una decina d'anni!

Sulla discussione nel Forum

Quel bastardo di Facebook ne ha combinata un’altra delle sue!
Ricordo con una certa nostalgia, ormai dal lontano 2003, quando perdevo ore ed ore a chiacchierare nei vari forum che il neonato web 2.0 mi concedeva, e che, al contrario, la vecchia connessione a 56k faceva di tutto per non concedermi. Scatti al minuto e bollette astronomiche a parte, poi, la banda a 56Kbit al secondo non ci arrivava neppure mai! Preistoria.
Ricordo che stavo lì sui forum, connesso, a postare roba dai contenuti chilometrici e scrivere come un forsennato tra citazioni e risposte, con tutte le tag da inserire e chiudere come le classiche [b], [i], ma anche [quote], [spoiler] e così via. C’era sempre un topic accceso, pieno di gente e di post, dove ci si scannava su chi aveva capito meglio il film e perché gli era piaciuto o gli aveva fatto schifo, su che cosa si celasse dietro il finale aperto del videogioco o su che cosa fosse davvero l’Arte. Si flammava spesso, si utilizzavano argomenti fallaci, infantili, si scriveva male, di fretta, ma si era troppo giovani per accorgersene – o almeno, io lo ero.
Per me è stato tutto un bel laboratorio. Tra scritture e modifiche, alla fine uno imparava a scrivere un po’ meglio anche un testo argomentativo, ed imparava a confrontare la propria opinione con quella degli altri, imparava a non essere troppo aggressivo con gli argomenti contro qualcuno, si iniziavano ad evitare gli argomenti ad hominiem, si imparava l’onestà anche perché non ha senso litigare sul web, dove un cazzotto non puoi proprio tirarlo anche a chi, pur di difendere la propria opinione, inizia ad offenderti perché di musica non capisci davvero un tubo.
Ok, i forum ci sono ancora e ci sono ancora le community. Noto, tuttavia, un gran incanalamento delle masse virtuali dirette verso il pianeta di facebook, dove se vuoi fare un post bello lungo devi per forza ricorrere ad una nota (e non ne scrive nessuno), e dove lo spazio fisico, in pixel, per spalmare una bella argomentazione in un commento e contro-commento è davvero ridottissimo. Non ci sono i noiosi tag, ma non puoi neppure citare né produrre un testo che sia lungo e leggibile, pertanto si limitano tutti ad un ‘I like’ ed a scrivere due minchiate. I farraginosi forum intanto si spopolano, i blog se non ti chiami Beppe Grillo non li legge nessuno e stanno tutti a pensare a che cosa stanno pensando, sé stessi e gli altri, rigorosamente di fronte ad una scritta che chiede, appunto, ‘a cosa stai pensando?’.
Ho l’impressione che i vecchi forum dessero qualche possibilità in più dello zuckerberisimo ‘mordi e fuggi’, e che, come accade spesso, una tecnologia di buona fattura interattiva e culturale non abbia avuto la fortuna che meritava; insomma, chi non ha mai perso tempo a fare una bella discussione lunga e combattuta su qualche forum, forse si è perso una bella esperienza di dialogo.