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Il valore del silenzio

Concedetevi un minuto. Un solo minuto per ascoltare la traccia audio qui sotto. Magari con gli occhi chiusi. Poi continuate la lettura, solo dopo l'ascolto. Tanto poi ho scritto poco. Sono tra le più belle parole che la lingua italiana abbia mai espresso, con una delle sue voci migliori: Vittorio Gassman.




Avete provato un qualche disturbo durante l’ascolto? Se no, è solo perchè la voce è quella di uno che sapeva emozionare pure leggendo il menu.
La sensazione è che qualcosa manchi. Che cosa? Il silenzio.

La traccia audio qui sopra è infatti un mio montaggio audio becero ed assolutamente fai-da-te (peraltro la musica l’ho rubata a Skyrim, ma non ditelo a nessuno) di un video preso da youtube, e qui sotto potete ascoltare l’originale. Provate a compararli.




In effetti in realtà il grande Vittorio, tra una strofa e l’altra, respira. Attende. Esita. Cosa che nel mio montaggio non avviene.
Questa tecnica di tagliare i respiri e le pause, magari mettendoci sotto una musica per uniformare, è una strategia ormai abusata in ambito televisivo, e non solo. Nel mio lavoro la uso spessissimo: un’audioguida non può contenere pause, altrimenti il percorso si allunga in durata ed il visitatore del museo si annoia. Anche nel cinema il respiro viene usato solo per creare suspense (nei momenti di tensione estrema, o nelle telenovele con quei respiri spassionati quanto fasulli); tutto il resto è dialogo, rumore, azione, dinamismo e movimento. Il silenzio, quello di una persona che attende prima di proferir parola, sovente non è consentito, in quanto non veicola informazioni, ma solo sensazioni. Il silenzio è uno spreco, in epoca di spending review. Il silenzio è cultura, ma non può essere dato, perché non comunica altri dati oltre sé stesso e la sua stessa durata: una serie più o meno lunga di zeri. 
In televisione ricordo nitidamente quando Le Iene iniziarono ad abusare di questo processo di taglio continuo estremamente fastidioso diversi anni fa, cosa che oggi ormai fa qualsiasi telegiornale, alla quale siamo talmente abituati che non ci sorprende sentire una voce che non prende pause. Il tutto in nome dell’efficienza e della massima informazione nel minimo tempo. 
Del resto ormai anche noi esseri umani non sappiamo più respirare. Agli esami dobbiamo vomitare le cose addosso ai professori: dire più cose possibili nel minor tempo. Fateci caso: non respiriamo mai. Anche ai colloqui di lavoro. Il curriculum: tutto. In trecento secondi. Meglio se meno. Ma anche sul lavoro. Essere veloci. Parlare. Fornire informazioni. Senza pause. Senza respiri. Per questo siamo tutti un po’ esauriti, perché il sospiro di sollievo lo tiriamo solo alla fine, mai durante. Non ci concediamo mai un attimo di silenzio.

C’è qualcosa di inquietante, forse anzi addirittura terrificante, nel fatto che tra le due versioni io percepisca, all’udito, quasi come migliore la prima. Perché è più veloce e dinamica. Perché quelle pause lunghe ed inconsistenti, quei respiri quasi mi infastidiscono. Perché ho da fare, sono di fretta e non posso perder tempo ad ascoltare tutto quel silenzio. Silenzio, che Giacomo Leopardi nella sua poesia ripete per ben due volte, e l’unica volta che utilizza l’aggettivo “infinito” lo accosta proprio a “silenzio”. Lui il silenzio aveva imparato a conoscerlo ed amarlo, ed il grande Vittorio Gassman sapeva interpretarlo. Eroi d’altri tempi.

A me invece, pavido e spaurito, il silenzio inquieta, così come inquieta questa società rumorosa, come inquieta tutti noi, anche se talvolta non ce ne accorgiamo. Ne abbiamo paura. Ne ho paura. Perché ho paura d’aver perso il valore del silenzio.



XII - L'INFINITO

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:

E il naufragar m'è dolce in questo mare. 

#Sonostufo


Sono stufo di scrivere su diari virtuali.
Sono stufo di non aver mai tempo per scrivere sul blog.
Sono stufo di non saper scrivere a mano. Braccia – anzi mani – strappate all’agricoltura.
Sono stufo di scrivere su siti non-responsivi. Se questo lo è, non l’ho programmato io.
Sono stufo di sentir gente che pensa che si possa navigare solo da dispositivi mobili.
Sono stufo della grandine. Molto stufo. Soprattutto di quella grossa.
Sono stufo di modelli di business, di sviluppo, di crescita e di profitto.
Sono stufo delle crisi di sovrapproduzione. Soprattutto di sovrapproduzione culturale.
Sono stufo di sentire gente che infila parole in inglese a caso perché fa cool.
Sono stufo di fare confronti tra pubblico e privato. Noialtri li critichiamo mentre ci dilaniamo nell’atroce invidia della stabilità, della ricchezza e della mediocrità.
Sono stufo di questa nauseante e patetica moda dell’informatica di massa.
Sono stufo perché l’informatica di massa potrebbe salvare il mondo, invece salva solo i profitti delle solite tre o quattro aziende che se ne fottono di salvare il mondo.
Sono stufo perché l’informatica di massa potrebbe salvare la cultura, invece salva solo tante foto di donnine nude su facebook a fini onanistici o di spettegolamento sociale.
Sono stufo di essere stufo. Sarà la stanchezza.
Sono stufo di sentir chiamare arte e cultura “il prodotto” o “il brand”.
Sono stufo degli economisti. Da quando sono più dei filosofi il mondo va a rotoli (ma almeno va a rotoli sorridendo J J J).  
Sono stufo di chi si sa sfogare solo sul web.
Sono stufo di chi si sfoga sul web, in genere.
Sono stufo di chi si sfoga sul web, ma non se ne accorge.
Sono stufo di chi ripete le cose.
Sono stufo di chi ripete le cose e crede di scrivere poesie.
Sono stufo di chi scrive poesie. Non le legge più nessuno.
Sono stufo di chi non legge più le poesie.
Sono stufo anche di chi non legge più Marx.
Sono stufo di chi afferma che non ci sono più destra e sinistra, ma solo giovani e vecchi. Per inciso, tifo per i vecchi.
Sono stufo di chi su Internet scrive con grande decisione, poi nella vita la nasconde. Eroi dei due mondi falliti che si accontentano del mondo virtuale.
Sono stufo di Balotelli. Il suo vittimismo è ridicolo: da solo guadagna quanto tutte le popolazioni africane ed ha pure il coraggio di far polemiche sterili.
Sono stufo delle guerre tra poveri. Di tutte le guerre e di tutti i poveri. Ma non per questo faccio guerra alle guerre.
Sono stufo di chi non crede e bestemmia perché va di moda e perché la fede è roba per vecchi, noi giovani abbiamo ben altre divinità: il mercato, il profitto, la competitività e la meritocrazia.
Sono stufo di gente che non distingue le regole dalla burocrazia.
Sono stufo di chi le regole non le rispetta e ci insegna a non rispettarle.
Sono stufo di noialtri che prendiamo questi signori come esempio (ma li condanniamo pubblicamente).
Sono stufo degli ipocriti, perché pensano di non esserlo, di fatto non pensando affatto.
Sono stufo di chi ipocrita sa di esserlo, ma non gli fa neppure dispiacere.
Sono stufo della flessibilità che non da regole e ti fa sentire libero, autonomo e gratificato - solo perché poi non ti retribuisce.
Sono stufo di non poter sforare 140 caratteri. Perché anche se li sforo nessuno ha l’attenzione per leggere un testo un minimo più prolisso. Figurarsi a scriverlo!
Sono stufo di chi usa l’hastag. Soprattutto nei titoli.
Sono stufo di chi scrive liste e poi non ci va a fare la spesa.
Sono stufo di chi scrive e non sa scrivere. Poi vende milioni di copie.
Sono stufo di chi scrive su blog, non fa neppure dieci letture ma si sente un minimo appagato, giusto per il piacere d'aver postato. Anzi, mi fa proprio schifo.

Ciò che la poesia non è più


Ormai quei poeti non sanno più
di quel bel gioco oltre la siepe
e le grida, gli schiamazzi
nelle piazze e nel paese.
Non t'imbatti in paesi, piazze
schiamazzi, grida, giochi
– né poeti. Mai.
C'è chi si accontenta dell'infinito
e chi non trova pace, né sazietà
solo tra le ombre dei palazzi;
una città buia, senza luce
e piena di luci | tante
tantissime, piccole e brillanti
dappertutto
come mille lucciole senz'anima.
Nel buio scenderà sul tuo corpo,
ma non avrà quel sapore antico.
Tornerai ad amare la poesia
solo quando capirai –
ciò che la poesia non è più.

Perché le montagne crescono al contrario


C'era un bambino, lungo il sentiero
che indicava, affascinato
al nonno
quella montagna laggiù.

- Un giorno diventerò grande.
Grande proprio come quella montagna laggiù.
E sarò alto e forte e difficile da scalare, potente, e tutti mi guarderanno e diranno
di voler diventare come me: ammirate tutti quella montagna laggiù!
Ed era felice, nel pensarsi proprio così, come la sfida
per chi ascende con le braccia e chi scala la pietra
col cuore e chi domina l'altezza
con il volo più alto
del pensiero.

Rispose il nonno, con occhi di cielo
ma con una lacrima – del sapore del lago
- La vedi quella collina?
Indicava un'altura modesta.

- Quella piccola collina
che vedi, più vicina
è molto più antica della tua montagna laggiù.
Ciò che ammiri è infatti
la più giovane
tra le alture di queste terre.
Superba; la vedi s'innalza, possente e fiera ed ingenua.
È tutto quello che mostra, e nient'altro.
Quella montagna laggiù si è sollevata da poco
perché voleva sfidare il mare e la terra ed il cielo.
Un tempo anche la modesta collina,
nacque proprio come quella montagna laggiù
ed era proprio così: un gigante.
Ma i millenni l'hanno cambiata:
oggi
non mostra altro che i segni del vento
del gelo e dell'acqua
e del tempo.
Si è mitigata,
raddolcita,
è un declivio sereno
che rifugge
l'asprezza sprezzante
del suo passato.

Le montagne non crescono,
insegnano l'umiltà
e la serenità
a chi vorrebbe
diventare grande
(al contrario).

Luglio V


Una viuzza che congiunge al centro
limite estremo del mio universo
parla spesso. Fa baccano
non lo capisco neppure
mi ricorda che c'è.
Non ci ero mai arrivato
non credevo neppure ai limiti
(dell'universo)
ma neppure a quelli della matematica.
Qui non c'è tempo per i numeri
né pensieri che non divengano fatti
e l'animo che vola non s'adagia
se non fa coesistere l'astratto con l'umano.
Per questo si fugge, senza meta esatta,
per scavalcare il parapetto di questo mondo
in una terra nuova, più lineare
come tante tinte pastello
ma il cuore avvinto non accompagna il pellegrino
perché l'amore è concreto quando è astratto
e la terra non sono solo gli uomini, né i vermi.
C'è un vecchietto che passeggia
dopo la pioggia
- e ne ho visti tanti, così
nelle mie terre
quasi identiche.

Sono felice
quando la vedo sorridere
ed io qui che scrivo
penso /scemo/ al futuro
che non si congiunge con me.
Prima che l'acqua si plachi nella bacinella
dopo esser stata spostata
per qualche tempo,
il tumulto delle onde.
Passerà.

C'è un semaforo che non se ne vuole andare mai

C'è un semaforo – Strada Torrette, dalla Statale Adriatica
volti a destra, venendo da Fano, e tiri dritto.
C'è un semaforo che non se ne vuole andare mai.
Lì la strada stringe. Troppo per due auto.
Lì ci sono i lavori. Da una vita – e non ho capito perché
si passa uno alla volta.
Decide il verde, che è preceduto dal giallo
– e non ho capito perché
tutto sotto all'autostrada.
È un semaforo provvisorio.
Quello dei lavori in corso.
Siamo a febbraio, ed è lì da prima dell'estate
(o forse prima ancora?)
la più lunga della mia vita
e si passa sempre uno alla volta
in fila
come ai cancelli dell'inferno.
Decide il verde.
Sali per la collina, qualche metro
e poi la Strada Belvedere,
a sinistra. La ignori.
È una porta, che quel semaforo sorveglia
uno strettissimo passaggio sotto il ponte
pochi metri, che non servirebbe neppure
che ti apre all'universo – panorama
lontano: quello è il tuo mondo
un po' spostato a sud, e poi lungo le mura,
dal Bastione alla Rocca, e da giù fino a Pesaro.
Tutto in uno sguardo
hai oltrepassato quel semaforo.
Quindici minuti, o forse meno, ed hai già visto tutto.
Sei di nuovo sulla rotatoria, sul Ponte Metauro.
Perché quel semaforo non è lo spazio né il tempo
è solo una triste ripetizione, di qualcosa
che non se ne andrà mai.
Ma quando lo oltrepassi, come ogni porta
ogni passaggio o sentiero oscuro,
ecco, dopo una salita lo vedi:
non c'è un mondo che non valga qualche minuto di attesa
interminabile come una vita
davanti al rosso.

Poesie 1.0

1

La cercano tutti
a modo loro
eppure – neppure
troppo.
Non ne trovi che
sottilissime
impalpabili
come spiriti notturni
dovunque e in nessun luogo
queste nostre piccole
gocce di gioia.
Avidi, insaziabili, noialtri.
Non smetteremmo mai di trangugiare
ciò che nasce per essere
delicatamente
sorseggiato.

La felicità non è
– esclusivamente;
assenza di dolore.
È soltanto una goccia in meno
di una lacrima.



2

C'era un silenzio, lungo le vie
del paese a valle
neanche troppo rumoroso,
per non negarsi affatto. Riposava.
Non avrebbe mai smesso.
Se solo avesse saputo...
Assente, anch'io
rintanato alla finestra
di chi è fuggito
per qualche ora
dal freddo della solitudine
di un ricordo senza voce.
Avevo solo provato a seguirlo
invano
fino al risveglio.

3

Caducità. Nient'altro
d'autunno, sugli alberi
dal cielo e sulla terra.
Di foglie, pioggia e fango
dipingono il sentiero
coi loro colori tristi.
Appiccicosi
come un destino ineluttabile
che vorresti lavarti via.

4

Al regno dei cieli ascese
_invero_
un solo uomo.
<egli mentiva>.
Si; come un marxista
che non racconta niente
con parole vuote
del _suo_ socialismo del domani.
Non verrà alcun regno
degli umili, degli uguali
e dei virtuosi.
Thy kingdom come.
Come _non_ l'ha descritto
il Profeta – a suo modo,
una vuota metafora.
Discendete nell'abisso
degli uomini.
<costoro mentiranno>.
Nel vero vi arrampicherete.
Con le vostre braccia
è nella verità della vita
nell'umiltà del sudore
che si ascende, indefinitamente
verso l'alba di domani.
È un mondo vero anche questo
_che vi siete costruiti.
@
Your kingdom come.
(così muore l'arcaismo
<mentiva>).

5

Ogni collina un campanile
nelle nostre campagne
che arrivi in paese
e mediti, errabondo,
tra tutta quella gente
che veste e parla di modernità.
Solleva lo sguardo.
Le campane, in cima
quasi a sfidare il cielo
chiamano il tuo nome
il tuo stupore
la tua meraviglia.
E la salita, la fatica
il fiato che si spezza
il vociare che si fa lontano
l'ascesa nei ricordi del tempo
dal lontano tempo dei ricordi.
Dominato
dall'alto
il torreggiante paese
ne vorresti dominare ognuno
e questo e quello e l'altro, laggiù
oltre quella valle
per ogni collina, per ogni campana.
Osserverai le lucine
gialle, rosse, sulle mura scrostate
fortificate, antiche, cadenti, rustiche
delle case, e gli doneranno vita
quelle lucciole fluttuanti sulle pareti,
quelle creature danzanti nel buio.
C'è un mondo nuovo in ogni contrada
nella semplicità del paese, che la città
ha obliato negli anni.
Ne vedi il segno dall'alto, oltre la staccionata
dalle mura l'autostrada, i camion
lontani e veloci – e tu, immobile
dalla stasi del tempo, la città vecchia.
Poi ancora sotto la gente al bar
che discorre sul campionato
e non ha orizzonti verticali;
accecati dalle luci degli uomini
che si fanno miti dalla tua prospettiva.
L'unica via che resta,
per rivivere il passato, è salire
a piccoli passi,
per ogni campanile,
per ogni collina
nell'umiltà di un sogno antico.