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Il pignoramento del Re del Mondo


"Panini, Modern Rome" by Giovanni Paolo Pannini - From [1]originally uploaded in en:wiki. Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons.

Il processo era terminato. Il Re del Mondo, giudicato colpevole. Doveva versare ai suoi sudditi una somma che ammontava ad una quantità quantomeno bizzarra. Due simboli di difficile interpretazione, messi così assieme, almeno per l’epoca, che potremmo raffigurare così:

∞ ¥

Immantinente i creditori (ossia l’umanità intera) bloccarono i suoi conti, confiscando tutto il suo denaro e le sue riserve aurifere. Tutto l’oro del mondo, per intenderci. Entrarono poi nelle sue gallerie d’arte, e presero tutte le opere che trovarono, scoprendo qualcosa di incredibile: il valore stimato a spanne delle opere superava di gran lunga quello del denaro. Ecco perché almeno un secolo prima lo si soleva chiamare patrimonio artistico, e si facevano investimenti per la sua conservazione, per quanto i ricavi non superassero i costi. 
Così continuarono senza sosta a pignorare i terreni del Re del Mondo: le sue spiagge, i suoi monumenti ed i suoi palazzi, i suoi centri commerciali e le sue piscine, i suoi campi da tennis e le sue ferrovie, i suoi giacimenti di petrolio e le sue mandrie, le sue gioiellerie e le sue scuole, i suoi ospedali ed i suoi porti. Ma ciò non bastava. I pignoranti continuavano a far calcoli e calcoli, confrontando le stime con quei due simboli arcani pubblicati sul mandato di pignoramento.
Fu allora che andarono a trovare il Re del Mondo, nella sua casa, ormai agli arresti, solo. Presero tutto ciò che trovarono all’interno dell’abitazione. Non bastava. Gli chiesero la speranza, che di quei tempi sembrava valere tantissimo. Non ne aveva. Gli chiesero allora la casa. Egli si rifiutò, poiché la casa è sacra. Allora gli pignorarono la fede, e poi la casa. Non vi furono obiezioni.

Il pignoramento era un complotto, in verità. Una folle idea degli scienziati dell’anno 2200 d.C. Il processo stesso era una farsa. Il Re del Mondo era stato democraticamente eletto, in una cessione dei poteri atta al superamento della paura che ricorda da vicino la filosofia di Thomas Hobbes, tornata particolarmente in voga dopo oltre un secolo di terrorismo internazionale.

I pignoranti erano in realtà gli scienziati di quell’epoca. Avevano condotto uno strano colpo di stato corrompendo la magistratura, unico potere capace di rovesciare la corona, cosa che Hobbes non avrebbe certamente approvato (ma era morto da più di 500 anni). Costoro intendevano, per dirla in breve, dimostrare che Leibniz e Newton si sbagliavano, e che era possibile contare fino a infinito senza scomodare il concetto di limite. Avevano infatti introdotto una nuova unità di misura: l’inestimiliardo (10unnumeroimpronunciabile) di yuan, reificazione numerica di beni dal valore inestimabile come il Colosseo, le Piramidi, il Taj Mahal, l’opera omnia di Shakespeare e la discografia completa dei Queen (allora quasi introvabile).
Il Re del Mondo non aveva più beni materiali da pignorare, ma l’obiettivo non era ancora stato raggiunto. Non restò che pignorarne i valori, la dignità (ma ne restava davvero poca)… ed infine la vita.

Eppure, anche volendo quantificare l’infinita ricchezza generata da quell’atto scellerato e dal valore inestimabile solo in inestimiliardi, il risultato atteso non fu raggiunto. Gli scienziati ipotizzarono di aver sbagliato i propri calcoli, valutando numerose ipotesi. Si arresero infine all’idea di dover cercare un fantomatico Re dell’Universo, sempre che esistesse, ma negli ultimi cento anni la ricerca spaziale non aveva fatto alcun passo avanti. Tutto lo scibile scientifico era diventato economia.
Pertanto gli scienziati, gli economisti di quel mondo, non si ravvidero nemmeno del proprio, banale errore: pensavano che l’unica cosa che potesse essere contata, l’unica astrazione possibile, l’unica reificazione capovolta, fosse il denaro.
Furono loro, quegli scienziati, a prendere il posto del Re del Mondo. L’umanità si estinse qualche giorno dopo – ma la borsa di Pechino no.

Due concetti di salario




Se c’è una cosa che mi stupì enormemente quando mi trovai nella terra della fantasia, era come il lavoro fosse anche in quel luogo, per così dire, reale. Vedevo elfi e nani indaffarati giorno e notte per portare a termine le proprie mansioni, e mai il mio sguardo cessava di sorprendersi di fronte al realismo di quei fatti in un mondo così assurdo. Ma la cosa che più mi faceva riflettere, era come elfi e nani incarnassero perfettamente due concetti di salario oggi in netta contrapposizione anche nel mio mondo.

Gli elfi sono sostanzialmente salariati. Offrono il loro lavoro ed in cambio la comunità fornisce loro il compenso. Non è un compenso dipendente dalla quantità di lavoro svolto, sebbene ogni elfo sia alacre e responsabile in ogni sua attività: il concetto alla base del sistema è che ogni elfo ha una famiglia, pertanto viene pagato al termine del mese con un salario adeguato a sfamare quella famiglia.
I lavori degli elfi sono eterni e come la natura. Il lento ed incessante sviluppo della selva ne scandisce il tempo e quel lavoro è garantito perennemente con l'incontaminata stabilità del creato, attraverso la ciclicità del tempo e delle stagioni. Questo non significa che gli elfi lavorino sempre nella stessa foresta, all’ombra degli stessi alberi: eppure è connaturato negli elfi il senso di progettualità del proprio futuro. La sussistenza è garantita dalla società anche in caso di imprevisti, come un incendio.
Ogni elfo guadagna circa mille monete d’oro al mese durante i primi anni di lavoro, mille e duecento poi, e così via fino a duemila monete d’oro per un elfo anziano; gli elfi più bravi possono raggiungere anche cifre più elevate, ma un minimo salariale è garantito a tutti i lavoratori. In questo modo tutti gli elfi possono acquistare una casa nella foresta, un cavallo come mezzo di trasporto, possono vivere con moglie (o marito) in armonia ed accudire i propri figli in serenità e garantire presenza, impegno e continuità lavorativa presso quella grande, viva e sempiterna azienda che è il bosco.

I nani vengono pagati a servizio, nelle miniere. Se il nano estrae dalla cava l’equivalente di diecimila monete d’oro, egli ne guadagna, ad esempio, un decimo: mille. 
I nani guadagnano a provvigioni. Più producono, più guadagnano. I nani guadagnano in maniera molto strana: alcuni vengono pagati cinque monete d’oro per ogni ora di lavoro, altri dieci, altri ancora vengono pagati con una pinta di birra per dieci ore di lavoro, ai limiti dello schiavismo, il tutto in base alla mansione. Alcune mansioni, anche intellettuali, spesso non vengono affatto retribuite, se non con una pacca sulla spalla. 
Nessuno garantisce ai nani le ore di lavoro del giorno successivo: se le fanno, o se glie le fanno fare, sono ricompensati. Altrimenti niente. Il lavoro nelle miniere dei nani è infatti molto breve: un divorare vorace di tutto ciò che la natura ha prodotto in milioni di anni, e quando la miniera è stata ripulita, si passa alla prossima, come se il mondo avesse infinite ricchezze.
Generalmente i nani ricchi sono molto più ricchi degli elfi: hanno compensi spropositati, ville dorate ed enormi magioni. Ma la maggior parte dei nani è povera. Molto più dell’elfo più povero. A differenza degli elfi, i nani non hanno diritti. Non gli sono concesse giornate di malattia – o meglio, se stanno male, non ricevono compenso alcuno; se la produzione è scarsa, non riusciranno a sfamare le proprie famiglie e saranno costretti a vivere  al riparo di una caverna fredda e spoglia.

Non penso che i due modelli che ho incontrato nella terra della fantasia avessero rapporti con i sistemi politico-economici del secolo scorso, come il lettore disattento potrebbe affermare. Troppo facile parlare di comunismo e capitalismo. Che poi, provate a spiegargli di questi sistemi: vi diranno che siete pazzi. Io lo so, ci ho provato!
Gli elfi, più in generale, incarnano il modello del welfare di qualche anno fa: contratti a tempo indeterminato, una continuità lavorativa garantita ed un salario inteso come “quantità di monete d’oro per permettere all’elfo di sfamare una famiglia, comprarsi una casa ed almeno un cavallo”. 
Questo è il concetto di salario della passata generazione, nel mondo reale.
Il salario dei nani, invece, è inteso come “quantità di monete d’oro corrisposte al valore del lavoro svolto, alle ore lavorative effettuate, al profitto generato”.
Questo è invece il concetto di salario nella nostra generazione: decine e decine di contratti e forme lavorative che in nome di una presunta flessibilità e libertà di azione impediscono qualsiasi anelito di progettualità sul futuro per una famiglia. Sebbene entrambi i concetti di salario si traducano concretamente nel versamento di denaro in cambio di lavoro, l’idea che sta alla base del calcolo della retribuzione è radicalmente differente.
Nel nostro mondo, purtroppo, i due concetti vengono spesso a coesistere fino ad ingarbugliarsi, tanto che nessuno nota più l’enorme differenza tra salari elfici e salari nanici.
Eppure la mia generazione fa gli stessi identici lavori della generazione precedente, affiancando lavoratori elfici della generazione precedente, ma con salari nanici e con la stabilità della forma lavorativa nanica. Per lo stesso, identico servizio. Pertanto i giovani, per produrre la stessa ricchezza o lo stesso benessere (se non in molti casi addirittura di più, dato il maggiore entusiasmo, vigore ed un numero maggiore di anni e titoli di studio alle spalle) vengono retribuiti la metà, un quarto, o addirittura non vengono retribuiti, se non con una sonora pacca sulla spalla. 
Questo testo non vuole avere una conclusione, di quelle con speculazioni sociali, economiche o morali. Questo perché i testi senza conclusione lasciano l’amaro in bocca. Ecco. Proprio quel tipo di sensazione che sento ora e che vorrei trasmettere.

- L'Autore, Un sognatore che nella terra della fantasia sarebbe sicuramente un nano,
 con la spalla lussata a forza di pacche

Strani pensieri: il tunnel sotto la grandine


Grandina. La morsa del gelo è con me. La sento dentro di me. Cerco di scuotermi, di accelerare la produzione di calore del mio corpo col movimento. Invano. Mi sento come una batteria scarica sotto un grande ombrello, il quale si erge con tutte le sue forze contro lo sciame verticale, ma nulla può contro i colpi fendenti dell’aria, orizzontali. Il vento è forte. Impetuoso e tagliente. Piove come se Nettuno fosse imploso proprio qui sopra, riversando nel mondo i suoi umidi desideri. Avanzo il movimento di un corpo che deambula per il corso della città nel giorno di festa, nelle prime ore che seguono il mezzogiorno, sotto la grandine: il mondo dintorno è il tortuoso deserto disabitato del re gelo.
Non ho chiare percezioni delle piccole anime erranti in cerca di riparo che incrociano, superano o vengono scavalcate dal mio passo di furibonda debolezza, ma vengo ineluttabilmente attratto dai vetri rilucenti ai lati della strada. Una vera, luminosa follia si consuma attorno a me.
Negozi. A decine. A centinaia. Tutti chiusi. Disabitati. Guardali come ammiccano, bastardi, tutti immersi nel loro tiepido riposo incolume. Tu sei lì a scuoterti come un pettirosso in mezzo all’uragano, e loro se ne stanno lì, tutti piccoli occhietti del ciclone, a guardarti dalla loro tranquillità, splendenti come il sole nell’oscuro universo. Mentre il gelo annuncia vittoria sul mio corpo stanco, non riesco a reagire. Guardo i negozi. Mi fanno pensare. I negozi mi fanno pensare sempre troppo, soprattutto quando i pensieri non riguardano quello che devo comprare.
Vorrei aprirmi un varco, trapanare tutte le pareti, basterebbero tanti buchi per evitare di sprecare tutte quelle luci, tutto quel tepore consumato invano: un sacro riappropriarsi dell’uomo sul prodotto dell’uomo, della carne sul mattone. Un tunnel tra i negozi. Questa è l’idea. Un foro per parete che colleghi tutte quelle stanze disabitate del corso. Forse incrociando i miei simili potrei proporre loro la cosa, non c’è rivoluzione senza un qualche generico “popolo”.
Ma il popolo non c’è. Quei pochi, possibili resilienti sono soggiogati dal turbinio del vento, dall’abbraccio del gelo, dai dardi della pioggia. Corrono. Si sbattono come elettroni attorno al vuoto, quello è il loro unico moto di rivoluzione. Non riescono neppure a guardare nella direzione verso la quale stanno avanzando, purché avanzino. Un’altra rivoluzione andata a male.
I miei intenti mi abbandonano. Mi lasciano nudo, infreddolito e sconfitto, dinanzi all’ennesimo negozio di intimo. I pensieri parteggiano per il freddo, neppure loro hanno apprezzato la mia idea del tunnel tra i negozi; il calore strappato agli uomini rimarrà ad uso e consumo delle stanze vuote. I pensieri mi riportano addirittura all’ultima nottata passata a Milano, all’esterno della stazione ferroviaria. Io almeno l’ho scelto. Quella notte, scelsi di attendere all’esterno della stazione il treno delle 5 del mattino, dopo il concerto. Le cinque ore di attesa circondato da clochard e poveri disgraziati, le ho scelte io, quella volta. Ma loro no. Loro sono costretti tutti i giorni, a starsene lì al freddo, di notte. Sicuramente anche loro avranno visto quelle vetrine di Milano, bastarde, ad ammiccare con slogan e donne seminude, immagini di corpi al caldo e corpi veri al freddo. Ma sì. Anche loro avranno sentito almeno una volta, nel loro intimo, il desiderio di porre fine a questo paradosso, anche senza fare trafori tra i negozi per agevolare gli spostamenti. Ma la stazione di Milano è doppiamente paradossale: c’è gente che muore al piano di sopra, al livello del terreno, tra coperte e scatoloni; e c’è un centro commerciale qualche metro sotto, tra il piano terra e la metropolitana. Un centro commerciale. Riscaldato. La scala mobile è tuttavia chiusa, e non è assolutamente permesso di scendere nei locali del centro commerciale: caldo tutta la notte. L’unico che ne “gode” è la guardia giurata – che probabilmente preferirebbe starsene a casa, durante la notte, con la sua famiglia. La cosa mi lascia perplesso. Mi sembra una bella metafora di questa società. Una triste immagine del mondo. Per questa ragione lascio che i miei pensieri abbiano la meglio: decido di desistere, riprendo ad incedere sotto la pioggia del giorno di festa per il corso della città, mentre comprendo che la follia non è dentro di me, non sono io a generare paradossi. I paradossi sono il mondo. Il tunnel tra i negozi per i giorni di pioggia, la mia grande opera, non vedrà mai la luce. Anche la luce è proprietà delle vetrine ammiccanti.

Il problema del barometro


Questa mattina mi sono casualmente ritrovato a leggere questo breve racconto ricco di spunti di riflessione, dalla pagina facebook di I fucking love science (link); l'ho trovato geniale, pertanto non posso che condividerlo.
Alcuni attribuiscono questa storia a Ernest Rutherford, altri concludono che lo studente protagonista altri non era che Niels Bohr. In questi casi, attribuire la paternità di un testo senza indicazioni bibliografiche precise rischia di alimentare inutili leggende metropolitane. Per ulteriori informazioni la wikipedia in lingua inglese ha una pagina dedicata al problema (link). 
Il testo in lingua italiana che trovate sotto, invece, l'ho attinto da questa pagina (link), dal momento in cui rappresentava la traduzione più accattivante tra le numerose versioni e formulazioni del problema trovate in rete.


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Tempo fa ricevetti una chiamata da un collega. Aveva intenzione di dare zero a uno studente per una sua risposta ad un problema di fisica, mentre lo studente pretendeva il massimo dei voti per aver dato la risposta esatta.
Il professore e lo studente concordarono di rivolgersi a me come arbitro imparziale.
Io lessi la domanda assegnata all'esame: "Mostrare in che modo è possibile determinare l'altezza di un grattacielo con l'aiuto di un barometro."
Lo studente aveva risposto: "Porta il barometro in cima all'edificio, legalo ad una lunga corda, calalo fino alla strada, fai un segno, tiralo su e misura la lunghezza della corda. La lunghezza della corda è uguale all'altezza del grattacielo.
Lo studente aveva risolto il problema completamente e correttamente. Ma assegnargli il massimo dei voti avrebbe potuto certificargli competenze non effettivamente confermate dalla sua risposta.
Io suggerii di dare allo studente un'altra possibilità. Gli concessi sei minuti per per rispondere alla stessa domanda con l'avvertenza di dimostrare le sue conoscenze di fisica.
Dopo cinque minuti non aveva scritto nulla. Gli chiesi se voleva ritirarsi ma egli disse che aveva molte risposte a questo problema; stava scegliendo quella migliore. Mi scusai per averlo interrotto e gli dissi di procedere.
Nel minuto successivo scrisse la seguente risposta: "Porta il barometro in cima all'edificio e lascialo cadere al suolo. Misura il tempo di caduta con un cronometro. Quindi, usando la formula h=0.5*a*t^2 calcola l'altezza dell'edificio. A questo punto chiesi al mio collega se lo studente poteva ritirarsi. Lo concesse e gli diede il massimo voto.
Lasciando l'ufficio del mio collega chiesi allo studente quali erano le altre risposte che conosceva.
Egli disse: "Ci sono molti modi per misurare l'altezza di un grattacielo con l'aiuto di un barometro.
Ad esempio puoi misurare la lunghezza del barometro, la sua ombra e l'ombra del grattacielo in un giorno di sole e quindi, con una semplice proporzione, calcolare l'altezza dell'edificio.
"Bene," dissi "e le altre risposte?"
"Sì," rispose " c'è un metodo molto elementare: partendo dal piano terreno sali le scale e traccia dei segni sui muri utilizzando il barometro come unità di misura di lunghezza. Alla fine conta i segni e avrai l'altezza dell'edificio in unità-barometro.
"Un metodo molto diretto."
"Naturalmente. Se vuoi un metodo più sofisticato, puoi legare il barometro ad un filo ed usarlo come pendolo per misurare il valore di g (gravità) al livello della strada e in cima all'edificio.
Conoscendo la differenza di gravità è possibile calcolare l'altezza dell'edificio.
Similmente puoi andare in cima all'edificio, legare il barometro ad una lunga corda, calarlo fino al livello della strada e farlo oscillare come un pendolo. Misurando il periodo, si può calcolare la lunghezza della corda, cioè l'altezza dell'edificio.
Infine, ci sono molti altri metodi per risolvere il problema. Forse il migliore è quello di prendere il barometro e bussare alla porta del direttore. Quando apre gli dici così: "Signor direttore, questo è un bellissimo barometro. Se mi dice l'altezza dell'edificio glielo regalo."
A questo punto chiesi allo studente se veramente NON conosceva la risposta convenzionale a questa domanda. Egli ammise che la conosceva ma che non ne poteva più di una scuola e di professori che tentavano di insegnargli a pensare.

Perché le montagne crescono al contrario


C'era un bambino, lungo il sentiero
che indicava, affascinato
al nonno
quella montagna laggiù.

- Un giorno diventerò grande.
Grande proprio come quella montagna laggiù.
E sarò alto e forte e difficile da scalare, potente, e tutti mi guarderanno e diranno
di voler diventare come me: ammirate tutti quella montagna laggiù!
Ed era felice, nel pensarsi proprio così, come la sfida
per chi ascende con le braccia e chi scala la pietra
col cuore e chi domina l'altezza
con il volo più alto
del pensiero.

Rispose il nonno, con occhi di cielo
ma con una lacrima – del sapore del lago
- La vedi quella collina?
Indicava un'altura modesta.

- Quella piccola collina
che vedi, più vicina
è molto più antica della tua montagna laggiù.
Ciò che ammiri è infatti
la più giovane
tra le alture di queste terre.
Superba; la vedi s'innalza, possente e fiera ed ingenua.
È tutto quello che mostra, e nient'altro.
Quella montagna laggiù si è sollevata da poco
perché voleva sfidare il mare e la terra ed il cielo.
Un tempo anche la modesta collina,
nacque proprio come quella montagna laggiù
ed era proprio così: un gigante.
Ma i millenni l'hanno cambiata:
oggi
non mostra altro che i segni del vento
del gelo e dell'acqua
e del tempo.
Si è mitigata,
raddolcita,
è un declivio sereno
che rifugge
l'asprezza sprezzante
del suo passato.

Le montagne non crescono,
insegnano l'umiltà
e la serenità
a chi vorrebbe
diventare grande
(al contrario).

Storia di un pescatore innamorato e della Luna

C'era una volta un pescatore sulla riva del fiume. Egli era un grande sognatore, e desiderava trovare un modo per pescare l'immagine di ciò che più lo avvicinava ai suoi sogni: la Luna. Il pescatore escogitò decine e decine di modi per portare a sé il corpo celeste, finché un giorno non ebbe una brillante idea: usare la sua canna da pesca. 
Egli non desiderava la Luna per sé; non avrebbe saputo che farsene. Un sognatore non ha bisogno di nulla per vivere nel regno del suo pensiero sereno. Il pescatore voleva donare la Luna alla sua amata come segno di tutto il sentimento e di tutto l'amore stellare che provava per lei; egli, infatti, un modesto pescatore, non si sentiva mai abbastanza per meritare l'amore di lei. Fu allora che andò dalla sua amata e le comunicò che a breve avrebbe compiuto l'impresa.
Ma il pescatore fallì anche questa volta. Riversò tante lacrime nel fiume, e queste si persero via via fino al mare. Egli pianse tutta la notte e tutto il giorno, fino alla notte successiva, poiché si sentiva un incapace, poiché tutti i grandi sognatori si sentono un po' incapaci, nella vita.
Fu allora che comparve il Diavolo, che gli propose un patto. Egli gli avrebbe fornito l'amo magico per prendere la Luna e portarla a sé, per poi donarla alla sua amata. In cambio, stranamente, non chiese nulla. Il pescatore era al settimo cielo, ed accettò immediatamente.
La Luna esitò. L'amo la prese. Tremori. La Luna che si sposta lentamente verso il pescatore, e questi, perso in tutta la sua felicità, in tutta la sua soddisfazione. Ma la Luna era troppo grande, e col suo enorme peso, giunta a destinazione schiacciò il pescatore, che morì – senza saper mai che alla sua amata non importava affatto della Luna, ma che questa voleva solo amare ed essere amata, senza bisogno di gesti o di grandi imprese per dimostrare la limpidezza e la purezza dell'amore, poiché l'amore è già luminoso e magico come la Luna in cielo.

Nessuna notizia dal pianeta silenzioso


Nessuna notizia dal pianeta silenzioso. Nessun segnale ai nostri ricevitori. Nulla. È con enorme dispiacere che comunichiamo ufficialmente l'interruzione dei collegamenti col pianeta azzurro. Come Centro di Ricerca Galattico sulle Forme di Vita Intelligenti dell'Universo Conosciuto, ci assumiamo tutte le responsabilità del caso; i nostri tecnici stanno lavorando alacremente per ripristinare il collegamento, tuttavia dalle prime indagini sembra che i nostri impianti di ricezione funzionino perfettamente. Con buone probabilità non ci sono più segnali di vita intelligente; più precisamente non percepiamo vibrazioni di Esistenza Culturale Interspaziale di Livello 010 o superiore.
Stando alle scansioni più recenti, alle analisi ed ai dati elaborati, il pianeta silenzioso aveva sviluppato un modello economico fortemente contraddittorio negli ultimi tre secoli. Alcuni studiosi, infatti, come il celebre dott. Xram, del Laboratorio della Costellazione Rossa, avevano già preconizzato la fine imminente dell'attività intelligente rilevabile dai nostri strumenti nel pianeta silenzioso. Gli abitanti del pianeta silenzioso avevano infatti investito le loro stesse vite, e con esse tutte le loro attività fisiche e mentali, capitalizzando un sistema economico senza via d'uscita e senza alcuna lungimiranza per la sopravvivenza attraverso i secoli. Sopraggiunta infatti una grande crisi planetaria, tutti gli abitanti del pianeta silenzioso hanno inspiegabilmente pensato di salvaguardare il sistema economico, piuttosto che preservare le loro stesse attività vitali: dopo aver passato più di un secolo ad accumulare capitali, intesi come valore economico virtuale e come produzione su larga scala di strumenti spesso inutili o facilmente intaccabili dall'obsolescenza, con enorme rapidità la produzione si è interrotta nel nome di una nuova tendenza, contraddittoria con l'intero sistema: il risparmio. In un sistema basato sull'accumulo.
I laboriosi abitanti del pianeta silenzioso hanno iniziato ad ingegnarsi, ad escogitare metodi su metodi per non pagare i beni di cui fruivano, se stessi inclusi, considerati in quanto lavoratori, poi disoccupati.
Risparmiare, appunto, e nessuno guadagnava più nulla. Tutto d'un tratto, riusciti a digitalizzare in maniera rudimentale (con il sistema binario) ogni forma espressiva, artistica – di tipo ologramma, video o suono o testo, a due o tre dimensioni, interattiva e non interattiva, sviluppata dal genio di uno o più creatori e costata da poche risorse ad enormi capitali – gli abitanti del pianeta silenzioso hanno iniziato a fruire di innumerevoli servizi, a discapito di chi, un tempo, veniva pagato per produrre, distribuire e vendere la propria arte e tali servizi di cultura ed informazione quotidiana, anche cartacea. La stessa sorte è toccata all'automazione industriale, la quale, sempre secondo l'illustrissimo dott. Xram, ha giocato un ruolo determinante sull'emorragia della disoccupazione nel pianeta silenzioso: una volta scoperto come recuperare a prezzi bassissimi le materie prime senza l'utilizzo di lavoratori (o comunque con il minimo indispensabile), il potere di acquistare un maggior numero di oggetti a prezzi sempre più bassi è finito per collassare: strumenti costosissimi apparentemente impossibili da produrre, se non in larga scala, hanno raggiunto prezzi irrisori che comunque nessuno poteva permettersi. Al contempo, le materie necessarie alla sopravvivenza iniziavano a scarseggiare e ad aumentare vertiginosamente di valore.
A tal proposito, va rilevato come i contadini più ricchi stavano via via abbandonando i campi: al loro posto torri che giravano con la forza del vento, distese di pannelli metallici che attingevano energia direttamente dalla stella più vicina (una sola), e nessuno più impegnato a coltivare il cibo che avrebbe poi dovuto sfamare la popolazione intera. Dapprima si decise che dovevano essere sfruttate le popolazioni più povere al fine di procurare il cibo per tutti, poi queste ultime divennero leggermente più ricche e pretesero lo stesso benessere degli altri e smisero di coltivare, cacciare ed allevare – mentre la popolazione del pianeta silenzioso era sempre più numerosa, e non c'era da mangiare per tutti. C'erano solo tanti pannelli, inutili, tanta energia, tante macchine e tanti computer, tante case che nessuno poteva più permettersi poiché nessuno aveva più un lavoro. Nessuno aveva più una pensione, né un diritto. Nessuno aveva più uno Stato come un tempo era ivi inteso, né come lo intendevano le antiche popolazioni, né come lo intendiamo nella nostra Galassia; anche quest'ultima istituzione era divenuta inutile, niente più città, regioni, culture e diversità. L'istruzione era gestita da un solo docente per ogni disciplina o corso esistente per l'intero pianeta (e da un manipolo di traduttori e doppiatori, per un totale di un centinaio di persone tra tutti i corsi, per tutti gli ordini di scuola e per ogni lingua, finché non si decise di imporne una per tutti), poiché si era perso l'uso di porre domande al professore e pertanto appariva più conveniente produrre lezioni-video scaricabili gratuitamente da una rete; inoltre venne liberalizzato l'uso delle armi e la libera difesa dei cittadini per sé stessi attraverso ronde autogestite, sempre per risparmiare sulla polizia. Quando le tecniche di ingegneria chimica e biomedica consentirono di utilizzare medikit ed automedicamenti per qualsiasi tipo di malattia non vi fu più bisogno di dottori specializzati; numerose panacee prodotte in fabbrica venivano smistate per tutti i continenti e per tutti i mali, esclusa la morte naturale. I politici, invece, persistevano nella loro esistenza parassitaria, anche quando non fu neppure più necessario parlare di stati, né di nazioni, né di comunità.
Queste, in una sintesi poco ragionata che verrà a breve completata e privata delle brutture linguistiche ed analitiche di questa prima bozza, sono alcune delle peculiarità del pianeta silenzioso, prima che perdessimo qualsia si forma di collegamento con le sue attività intellettuali, con le sue vibrazioni di Esistenza Culturale Interspaziale di Livello 010. Secondo le nostre supposizioni, il pianeta non è più abitato da uomini capaci di costruire una civiltà, né di preservarla con la forza del lavoro e di tutto ciò che è necessario al pensiero per sopravvivere.
Dallo spazioporto più vicino al pianeta silenzioso verranno effettuate ulteriori indagini appena le istituzioni lo riterranno più opportuno.

Fine della comunicazione.

La città di Mangiabevi e la Notte Bianca

Nei suoi racconti al Kublai Khan sulle variopinte culture e civiltà che popolavano il Grande Impero, Marco Polo non mancò di menzionare la città di Mangiabevi ed il triste fatto che vi accadde durante la sua breve visita in quel bel luogo bagnato dal mare.
Nella città di Mangiabevi non c'erano ideologie politiche. Forse non era necessario neppure pensare per essere felici e per accontentare il prossimo; ogni disputa era felicemente risolta e compiuta nel verbo fare. 
Ogni realtà efficiente e felice nasconde tuttavia la sua maschera mostruosa per fingerla un gioco bizzarro fuori dall'armadio nei giorni di carnevale; pertanto la città di Mangiabevi aveva una grossa cultura carnevalesca, dentro, fuori ed attraverso i capannoni dei carri allegorici – ma solo nei giorni di festa prestabiliti. 
L'efficienza ed il lavoro ed il verbo fare sono le cose più belle che una persona possa scoprire e vivere. Ti rendono pieno di te, ti arricchiscono anche l'anima, oltre che il portafoglio, e ti fanno capire che non sei capitato in questo mondo per caso, senza un nobile scopo da perseguire. Alcuni vedono del divino nell'essenza del lavoro, e neppure si sbagliano di tanto. Ma l'efficienza ed il lavoro ed il verbo fare, da soli, alla lunga, logorano anche le anime più virtuose. Per questo la felice città di Mangiabevi voleva essere sempre più felice, e per essere sempre più felice doveva contrapporre all'efficienza, al lavoro ed al verbo fare un numero sempre maggiore di giorni carnevaleschi al calendario, il quale, sempre lì appeso alla parete, si faceva via via sempre più rosso di festività, di domeniche e di stupore. 
La politica di Mangiabevi, come abbiamo già detto, si risolve nel fare e non necessita di un pensiero autonomo; per tanti anni non ha fatto altro che rendere felici le persone, che poi è il più nobile fine e compimento dell'amministrazione di una città. I politici avevano organizzato tante feste, avevano fatto accordi con i locali, con le discoteche, con l'economia e con il denaro per festeggiare il carnevale anche d'estate, per non dormire la notte e vivere al massimo il più spesso possibile: si festeggiavano le origini romane del comune di Mangiabevi, le notti bianche, gli anni sessanta, le cene di Trimalcione e quelle alla rovescio, il capodanno d'estate e le lunghe notti mangiabevesi, e tutta l'estate e tutti i cittadini e tutti i turisti, Marco Polo incluso, potevano essere felici in quei giorni di villeggiatura spensierata.
Accadde tuttavia durante l'ennesima notte bianca un fattaccio che non sto qui a descrivere nei suoi intimi dettagli. Sono cose che accadono spesso nel mondo ma i giornali ne parlano solo ogni tanto, a fronte di statistiche che dicono grandi numeri che hanno una cardinalità di molto maggiore rispetto a quella delle notizie sulla carta stampata e virtuale. Sta di fatto che questo brutto incidente che ha coinvolto una giovane minorenne e tre aggressori, minorenni anche loro, ed una notte piena di alcol per le strade ed il lido della città di Mangiabevi, in poche ore è finito sulle prime pagine stampate ed in testa alle pagine web delle maggiori fonti d'informazione del paese, accendendo immediatamente i pensieri, rimasti sopiti molto a lungo, degli uomini politici dell'efficienza, del lavoro e del verbo fare: è subito scoppiata una gran baraonda sull'eticità di tutti questi carnevali estivi; i preti se la sono presa con la bassa educazione e sulla scarsa moralità dei giovani nell'era dei social network e dei vestiti succinti, le opposizioni politiche se la sono presa con la gestione del sindaco e la polizia con sé stessa, i bagnini con i guardiani della spiaggia, le damigiane se la sono presa con la fermentazione dell'alcol ed i baristi coi minorenni che non hanno consumato neppure un bicchiere nei loro bar perché hanno comprato tutte le bevande al Conad. Una gran baraonda di voci per un imprevisto semplice quanto grave.
Marco Polo, il grande conoscitore del mondo, è andato allora dal sindaco e dal vescovo, ed ha dato loro uno schiaffo. Perché non è colpa dei giovani, né degli assessori, né dei commercianti, né della polizia: partecipare ad un certo tipo di eventi aderendo ai modelli del comune di Mangiabevi, innaffiando il tutto con beveraggi alcolici non è un male compiuto in sé; semplicemente incrementa il rischio che ci sia qualche balordo guastafeste che dimentica le poche regole per essere felici tutti insieme senza che la libertà di qualcuno neghi la libertà degli altri, e basta un solo maleducato per condannare tutti e fare facili generalizzazioni da politicanti.
La colpa, ha detto Marco Polo al sindaco ed al vescovo, è del verbo fare senza il verbo pensare. Perché si può essere felici accostando all'efficienza, al lavoro ed al verbo fare anche il verbo pensare. Pensare che si può essere felici anche incentivando eventi culturali veri, concerti, spettacoli, grandi personaggi sulla scena, magari da alternare ad eventi più goderecci, ma senza trasformare ogni settimana un comune in una discoteca alcolica a cielo aperto perché l'efficienza, il lavoro ed il verbo fare ogni tanto reclamano una sbornia collettiva, tanto per fare. 
È cosa risaputa che la strategia politica del panem et circenses non abbia mai conosciuto un'epoca di decadenza: ma grande è stato il disgusto di Marco Polo quando, al riecheggiare della notizia riguardo il fattaccio della notte bianca di Mangiabevi, tutti i falsi moralisti cittadini senza peccato si sono risentiti ed hanno scagliato la prima pietra, ed anche la seconda roccia e la terza selce (ma nessun violino), contro tutte le feste e festicciole alcoliche rinnegate che d'un tratto, bella scoperta, sono diventate pericolose, che quasi è meglio non farle più affatto. 
Gli ingenui cittadini di Mangiabevi ed i loro amministratori potevano pensarci anche prima – peccato che, oltre al fare, non pensassero affatto.

Il risveglio del Re del Mondo

Capita talvolta, alla coscienza del mattino che si desta dal sonno, di respirare i ricordi uno ad uno, nell'anamnesi dell'alba. Ti svegli e ti accorgi di avere un corpo: le gambe sono rannicchiate, le braccia tese e la testa accovacciata sul cuscino, e tutta la materia avvolta dal suono di uno sbadiglio interminabile – ci vuole infatti del tempo per capire di essere tornato il medesimo te stesso. 
Pensi a ciò che la tua identità sociale dovrà fare nelle ore che seguiranno direttamente, e così riscopri l'esistenza di centomila immagini distinte dalla percezione che hai di te: una sola immagine nuda, adagiata sul letto. Ma l'istinto torna alla prima sopravvivenza nel pensiero della colazione, mentre pian piano ricordi qual'è il tuo lavoro, cosa fai nella vita, perché stai per alzarti in piedi. Ti guardi attorno. Forse c'è la tua casa. Forse i tuoi cari sono vicini a te, o forse vivi in un ambiente lontano dalla tua casa e dai tuoi cari. Poni di nuovo in essere tutte le persone che conosci e che incontrerai nelle ore successive, le persone che ami e quelle che non incontrerai; sai quali sono quelle che ti mancano di più, ma devi ancora alzarti e preparare la colazione. Spesso c'è un attimo di felicità nell'accorgersi di come la vita che ha preceduto quel momento, fino all'ora in cui sei andato a dormire la sera prima, ha avuto un senso per arrivare in qualche modo fin lì. Una vita che un attimo prima di svegliarti non esisteva nella tua testa, ma persisteva nel mondo – sulla roccia delle cose hai costruito il sentiero che conduce a quella mattina e l'hai percorso tutto d'un fiato, un attimo prima di un lungo sbadiglio. Il riavvio dei sensi è avvenuto: risvegliare chi sei nell'attimo che precede il tuo mattutino immediato all'esistenza.
Ma io ti chiedo: cosa accade al pensiero del Re del Mondo quando si desta dal sonno? Egli possiede tutto ciò che è; ed anche ciò che egli non è, è suo. Il Re del Mondo apre i suoi grandi occhi e si accorge di avere un corpo grasso e ripieno, troppo grande per avere coscienza degli arti come un qualcosa di distinto dal tutto. Il suo letto è enorme, ed i suoi confini lontani gli impediscono di vedere l'orizzonte del mattino oltre l'oceano di lenzuolo. Ma in quella geografia c'è già una distesa di colazione servita. Forse tu penserai, come del resto fanno in tanti, che il Re del Mondo non si svegli affatto. Non è abbastanza neppure tutto il tempo che egli impiega per riportare alla sua mente: il suo castello, i suoi cani, la sua servitù, il suo denaro, le sue donne, il suo giardino, le sue auto, il suo paese, le sue strade, i suoi ponti, i suoi cittadini, i suoi mattoni, il suo esercito, i suoi campi, le sue armi, le sue foreste, le sue montagne, i suoi tramonti, le sue pietre ed i suoi sassi, la sua erba ed il suo cielo, e tutto ciò che egli possiede escluso ciò che il Re del Mondo ha già pensato; egli non può pensarlo in meno del tempo che impiegherebbe per vivere la sua giornata se non fosse ciò che egli è e non avesse nulla, e pertanto nulla a cui pensare. Forse per questo nessuno crede all'esistenza del Re del Mondo: egli non si può svegliare e rivolgere su di sé il suo stesso pensiero che è già il tempo di cadere di nuovo nel sogno di ricchezza che precede la coscienza.
Ma potresti non credere alle mie parole. Ci sono molte altre persone che pensano che il Re del Mondo abbia un corpo come il nostro ed un letto come il nostro. Forse le coperte sono più sgargianti e colorate, e forse la colazione si presenta al Re già pronta al mattino. Ma sicuramente anch'egli, nel ricordarsi ciò che è, nella lenta anamnesi mattutina, sente la mancanza di ciò che non può avere, poiché egli potrà per tutta la sua vita avere tutto ciò che ha tranne ciò che non possiede, e sarà quel vuoto il suo più grande rimpianto, come per tutti noi, che non siamo il Re del Mondo. 
Io, personalmente, ho sempre pensato che al mattino il Re del Mondo sia il più triste tra gli uomini. Ogni sua ricchezza è un'opulenta catena alla sua povera progettualità, ogni suo avere accumulato un limite al suo desiderio di possibile, ogni suo potere un bisogno che non può più essere sfamato. Per questo penso che ogni mattina egli speri di svegliarsi altrove, in un altro contesto, pensando di avere costruito qualcosa di modesto, il giorno precedente, da poter contribuire nel giorno che s'annuncia, come accade in ogni tua giornata.
Forse anche tu mi sai dire come si sveglia il Re del Mondo, ma non lo hai ancora pensato. Svegliati.

Le città e l'inettitudine - Pavonia


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Nella città di Pavonia c'è un muratore al lavoro. Ce ne sono tanti, come lui, e lui è come i suoi compagni: stanno costruendo l'edificio più alto, costato anni di lavoro e fatica equamente retribuita. C'è un geometra, con loro, ed un ingegnere. Chiedersi quale sia il geometra e quale sia l'ingegnere, a Pavonia, non ha alcun senso. L'avvocato è come tutti gli avvocati, il fabbro è come tutti i fabbri, ed ogni avvocato tra avvocati non lo si riconosce affatto come riconosceresti un fabbro tra i muratori, né riconosceresti un fabbro tra fabbri ed un muratore tra muratori. A Pavonia ci sono i giardinieri, tutti uguali tra loro colla divisa verde sperduti nel verde tra il fogliame verde; e le prostitute, tutte uguali, attraversano il marciapiede nelle ore notturne – dal fisico longilineo, dai seni rifatti, dalle labbra carnose alle vesti succinte. Autorizzate a circolare solo dalle 23:00 alle 5.00. Forse è anche grazie a loro che Pavonia sopravvive al suo stesso ordine.
Nelle fabbriche, gli operai si somigliano un po' tutti come piccole e laboriose formiche, ma questo particolare resiste un po' dappertutto, tanto che le fabbriche di Pavonia somigliano a tutte le altre del mondo, dentro e fuori le mura.
Negli asili di Pavonia le maestre bianche insegnano a tutti i bambini della città; a quelli colle giubbe rosse l'artigianato, a quelli colle giubbe blu la letteratura e la retorica, a quelli con le giubbe bianche la catena di montaggio, e così via, in base alle doti neo-steineriane che i bambini dimostrano ai test attitudinali del Binetti. L'ingegneria genetica sta semplificando i lavori delle insegnanti grazie alle fecondazioni artificiali teorizzate da Bokanovsky e concretizzate dagli scienziati al soldo dei filosofi.
L'unica legge che sorregge l'intero sistema economico, sociale e politico di Pavonia è lo slogan: “fa solo e soltanto ciò che è tuo dovere fare”.
Nel comune di Pavonia, l'amministrazione è in mano ai filosofi, i Pla-ProCi, Plato pro civitate. Sono loro a stabilire cosa è “dovere” per ogni lavoratore; ogni alacre elemento del laborioso tessuto sociale è controllato dai filosofi. Nessuno può fare altro: non vedrai mai una divisa verde riparare un muro, poiché è compito dei muratori, non dei giardinieri. Ma neppure potresti mai pensare di vedere una prostituta andare in macchina. Non ci sono, a dire il vero, neppure le macchine: ci sono gli autisti, vestiti di giallo e nero, e pensano loro a scorrazzare ogni cittadino con scuolabus, cantierbus, taxibus, bus-stop ed elitaxi, tutti pieni di gente vestita allo stesso modo. Ogni ruolo sociale è logicamente prescritto dai filosofi: in questo modo ogni cittadino ha un posto di lavoro ed un lavoro da svolgere. Non esiste la disoccupazione, non esiste criminalità: il furto è punito allo stesso modo di ogni altro crimine. Chi non rispetta la legge “fa solo e soltanto ciò che è tuo dovere fare” viene ucciso – così lavorano le tute azzurre, la polizia. Chi ozia, viene ucciso. Chi si cucina il pranzo viene ucciso, a meno che non si tratti di un cuoco: veste bianca con il cappello da chef. Chi taglia l'erba viene ucciso – a meno che non sia un giardiniere.
Un giorno di questi un mio caro amico di Pavonia si fece la barba da solo. Ma non era un barbiere. Venne ucciso. A Pavonia solo i barbieri si fanno la barba da soli – in quanto barbieri, e non sorgono paradossi d'alcun tipo.
Spinto dalla curiosità e dal desiderio di conoscere mondi nuovi, sono stato a Pavonia diverse volte, con uno speciale pass da visitatore, corredato di abito e documenti. Oggi la trovo terribilmente noiosa. Penso che ci siano molte più cose in cielo e in terra, di quante ne sognino i sognatori ed i poeti (vestiti di blu con stelline gialle ed un cappello a punta, ridicoli come Mago Merlino in una metropoli) di Pavonia. Per questo me ne sono sempre andato con l'amaro in bocca, da quella distopia che è spesso posta in essere, ma solo nella mia mente, ed in quella di tanti altri come me, che a Pavonia ci sono stati solo per andarsene con l'amaro in bocca.
Quelli che ci abitano, invece, probabilmente non sanno di abitarci, ed hanno sempre la bocca dolce – di sapore e di appetito, ma criticano in continuazione e sempre molto volentieri lo straniero, anche se ben intenzionato. Sono troppo pieni di sé per avvedersene, e pure per guardarsi intorno o per cercare risposte oltre tutto ciò che è, in quanto fittizio, oltre le proprie risposte monocromatiche. 
Nessun abitante può immaginare che oltre le mura di Pavonia, lungo le vallate e le montagne all'orizzonte, c'è solo un altro pensiero ordinato quanto impossibile. 

Il Ramingo che non hai mai conosciuto

Il ramingo che non hai mai conosciuto – egli sa che cos'è l'amicizia. Per le foreste si posa il suo sguardo ed avvince a sé la natura in un sospiro. Poi svanisce nella selva, al prossimo lungo passo silenzioso. Egli non vive per quelle piante, per quelle foglie, per quei rami e per quei fiori, egli parla loro con dolcezza, prima di voltarsi e svanire. Il ramingo che non hai mai conosciuto non tradisce chi incontra, ma incontra spesso il tradimento. Egli lo affronta con le sue grandi mani, ma non cinge il suo collo - bensì adopera quelle braccia forti per stringere il corpo e riscaldare il cuore afflitto. Il ramingo che non hai mai conosciuto non parla spesso. Egli dice solo quello che sa, e sul resto tace. Egli non vive le sue compagnie con le parole, ma coi pensieri. Il ramingo che non hai mai conosciuto – egli è un uomo, e non conosce la perfezione né la rettitudine. La sua forza è viva e si nutre delle lacrime di chi in lui trova conforto, il suo coraggio nasce dall'egoismo di chi desidera la propria serenità sotto i cieli tempestosi. Chi ha parlato con quel viaggiatore nostalgico, chi ha condiviso il suo tempo con quel viandante infaticabile e solo si sente come se ci parlasse da sempre – eppure spesso non è neppur certo d'avergli davvero parlato. C'è chi è convinto che egli viva nel cuore di ognuno, mentre altri si chiedono perché in alcuni cuori egli non sosti mai per riposare.
Ma il mondo vuol sapere che egli c'è, ovunque si trovi, sa che egli è anche dove deve essere. Qualsiasi cosa accada, eccolo comparire tra i cespugli, tra i ramoscelli spezzati dal vento – per questo egli non è mai in alcun luogo, o così sembra alle anime serene. Egli è dove dev'essere, e la sua amicizia col mondo, egli la chiama in molti modi. Nessuna di queste parole è nel cuore degli uomini, per questo nessuno sa cosa l'amicizia sia davvero. Forse anche il ramingo che non mai mai conosciuto non conosce il senso profondo delle sue stesse, abissali parole, forse sa anch'egli che la sua amicizia col mondo non può essere nominata dal mondo delle sue amicizie, eppure, nell'impalpabile di ciò che il linguaggio non coglie, c'è qualcosa che egli conosce bene. Diffidate dunque del modo in cui interpreterete le sue parole ed i suoi gesti – egli è il custode dell'amicizia, proprio perché vede nell'anima delle cose, anche quando l'anima delle cose non lo vede; egli è già sparito per danzare insieme ad altre anime, a dar loro vita, energia, gioia e conforto. Egli è un ramingo, e forse l'hai conosciuto anche tu, prima che svanisse di nuovo nella foresta.

Lei è (fantasiosamente tratto da personaggi reali)

Lei è 
(fantasiosamente tratto da personaggi reali)

I

Prima di incontrare la fata Alseide, potresti sognare un impervio sentiero boschivo. Riflesse sullo specchio d'acqua silvano ed oscuro del tuo pensiero, non ti avvedrai delle dieci, cento, mille porte che attraverserai lungo la via: ogni porta conduce ad un mondo, ed ogni mondo possiede una sua realtà. Non ti sveglierai dal sonno né sognerai due volte allo stesso modo, poiché Alseide non è né di quel mondo né di quell'altro né di questo. Alseide è la natura stessa di ogni viaggio: una porta, un sentiero, un mondo, una realtà. Non cercarla: potresti trovarla e non incontrarla mai.
La conobbi. Fu una notte, nel mio ricordo; ero solo, assiso su un divano di nuvole – opera sua – e si sedette al fianco della mia più aurea gratitudine, e mi parlò, esile e celeste. Da allora avrei vissuto con gli occhi di un bambino, osservando realtà e misteri dal sapore antico, e spettacoli e tragedie e canti e ballate e colori che sbocciano come dolce luce sul mondo di un'alba che danza, sempre nuova ed ignota e lucente. Sorge sui mari il suo nome vero, e non c'è che ordine nel caos di ciò che ingenuamente crea, semplicemente. Tace, dinanzi all'irrazionale grazia di Alseide, il tetro ex nihilo nihil fit, pallido e smorto contempla di lei gli occhi e non si capacita dell'umile cosmo che in lei divampa.
In sua assenza, lungi dalla sua pacata follia, nulla m'era chiaro fuorché il fatto che stessi attraversando porte, corridoi e mondi sempre nuovi, disegnati coi suoi colori sognanti; ivi ebbi l'onore di conoscere personaggi unici e singolari e bizzarri ed irripetibili.
Non cercare ancora Alseide, piccolo lettore. Non sapresti riconoscerla. Dovrai prima viaggiare per molti dei suoi mondi ed assaporarne il gusto antico, udire le sue note che incantano e cantano nell'aria di violino, dovrai riconoscere la sua voce nell'assenza del silenzio che invoca il ricordo delle sue magiche parole, dovrai svelare il suo incantesimo in ognuna delle sue realtà, e viverle col cuore di chi è ammaliato e sa d'aver vissuto in lei ogni sua avventura. 
Taluni pensano che Alseide sia una strega pazza, altri leggono la pazzia nelle parole di chi la descrive – ma io, che la conosco bene, vedo nelle pizzicanti parole degli uni e degli altri solo le opinioni di taluni, tra gli infiniti abitanti dei suoi infiniti mondi.


II

Quando incontrerai la candida Nisea, ella non ti parlerà. La sua timida presenza forse non incontrerà mai i tuoi occhi. 
Ricorda: solo il folle più audace possiede la chiave per attraversare il dolce mistero del suo sguardo cristallino; egli errerà nei suoi occhi. Contemplerai, riflesso nell'immagine di lei su di te – l'oceano infinito, ed i canti di sirene e le danze valenti e baldanzose degli abitanti nei flutti più remoti e profondi dei mari. Navigherai le magie del cielo e della terra baciate dalla luna e dai fari di mille porti, e scoprirai le meraviglie vergini del creato, e le stelle lontane figlie del caos e del mistero. 
Vedrai in lei oltre ogni cosa, poiché nessuna profondità è celata al silenzio.
Ti parlerà. Si, ella parlerà solo allora, nel breve tempo che seguirà il tuo immaginifico disegno. Verrà la sua cacofonia, il mostro dell'ignoranza strangolerà il silenzio e gli echi della sua inettitudine saranno uditi oltre le profondità di un abisso che non c'è, ma sembrava esserci. Le risponderai, ma lei, incapace, non capirà delle tue parole più semplici alcuna, quasi analfabeta per il tuo e per il suo mondo. Ti sentirai offeso e deluso.
Non ti avvedi ora da solo dell'errore nel giudizio, quando errasti nei suoi occhi timidi e silenziosi?
Capirai allora la verità su Nisea: la rappresentazione della piccola persona che hai dinanzi è soltanto un'immagine, un'idea, un sogno nell'oceanica coscienza del tuo ritrarre. Il sostrato occulto e vero nell'opera di chi sogna con gli occhi è fantasticheria ben prima della prova finale, la forma è falsa creatrice nell'arte delle idee. Ora sai che ciò che ivi giace, la fredda verità oltre l'immagine impressa sul velo illusorio del suo silenzio, potrebbe essere soltanto miseria. Perché la vera essenza di Nisea, questo bizzarro e candido parossismo femminile, oltre l'inganno dei suoi occhi, è solo e soltanto – miseria.


III

Passerai il tuo primo giorno con Sabrina in pochi minuti, e tutto sarà furiosamente rinviato al giorno successivo. Non per colpa vostra, ma del reo tempo inesteso che intravide Bergson. Ma dovrai immantinente apostatizzare, poiché sarà anche colpa dello spazio, e della velocità, per dar invece retta ad Einstein, se il tuo incontro sarà tanto fulmineo. Sperando, nondimeno, nel lightning strikes twice.
Capirai dapprincipio che Sabrina non esiste alle tue percezioni, e che la sua immagine si manifesta in svariate forme, tutte vere e false al contempo, fino al collasso che forzerà l'una o l'altra a prevalere, all'atto, non platonico, della reificazione all'osservatore. Senza aprirti neppure la porta di casa, poiché omne animal triste post coitum, e perché al primo appuntamento certe cose non si fanno, avrai accesso al suo album fotografico – ecce domina. Non sarai tanto sgarbato da porle domande taglienti sul perché, a tuo onesto giudizio, i fotografi sembrano tutti alti 35cm quando la foto non è autoscattata col mirror-trick di un bagno privato, perché i colori sembrano tanto cangianti e barbaramente fotomanipolati da mani inesperte, e  non saprai neppure spiegarti perché alcune immagini resistono agli anni, mai ingiallite, intuendo nelle assenze le ecatombe del trash di un cestino.
Incuriosito dal nuovo love-meet che inneggia a Liberty City, ringalluzzito poi da due o tre di quelle immagini che oscurano, nella discesa-nel-mondo sensibile (o avatar, per sfoggiare un po' di sanscrito), ignorerai le altre due o trecento dubbie manifestazioni ottiche di Sabrina.
Per farne una fenomenologia esatta, saremmo dentro facebook. Preconizzato da Merlino ed ingiuriato dall'antiscientifico Anacleto, C'è AnChE fAcCiAlIbRo. Allora attingerai – di Sabrina, e senza Sabrina – i suoi gusti cinematografici, letterari, artistici, televisivi – annichilimento od obliterazione per flood dei tre precedenti – e pure informatici, sempre che per tali s'intenda l'autoreferenzialità della forma-quiz, della forma-condivisione, della forma-quelli-ke... e della forma-ego in generale, tutte affisse in vetrina, che chiameremo bacheca par excellence ed home per indifference. Si consideri questo time bonus come un simpatico omaggio di Alan Turing e dell'ergonomia industriale, finalmente oggettivata nella conoscenza di Sabrina senza che questa non ti sia dinanzi né per davvero né per liquid crystal display; la bella e il robot ti hanno consegnato le chiavi per un mondo che appartiene al multiforme pubblico dello spettacolo verso l'alta definizione. 
Non disperare. Non servirà fare otto passi per il byte dal bit: le progressioni geometriche non piacciono alle donne, prima dell'atto, tempo di esponenti e di esponenziali. Ti basti sapere che nulla è privato, in Sabrina. Ogni suo bacio, ogni sua carezza, passa tra un twitter, un myspace ed una finestra trillante della casa di Redmond.
Sabrina è il mondo contemporaneo di una donna ed una donna nel mondo contemporaneo. Nella poetica del virtuale, sceglierai uno solo tra due assiomi contraddittori: entrambi conducono a due mondi possibili, ognuno interdipendente con Sabrina. Il primo assioma, quello del nichilismo sentimentale, un po' profano per i ragazzetti di oggi, un po' più sacro per nonni e presunti tali, annuncia che in quel mondo “tutto è falso”, e chi professa questa convinzione sceglie se convivere con ribrezzo e non condividere l'oggettivazione degli incubi, oppure non conviverci affatto, nel suicidio stoico per la liberazione dal sistema delle tecnologie nel dominio. Il secondo assioma è “tutto è verosimile”, e non t'inganni l'autore sulla sua scelta improba ai saggi e scomoda agli insipienti, sii illuminista e fai luce sugli inganni e sgraffigna la verità – Sabrina non teme la tua ragione. Semplicemente, la ignora. 
Quando avrai scelto il tuo destino senza rimorsi per le fatality, terminerà la tua avventura verso Sabrina. Ma se sceglierai la via del falso, cercherai invano la sua bellezza, poiché Sabrina non esiste.
Se sceglierai la via del verosimile, avrai a breve fra le braccia il suo corpo nudo, sfiorerai i suoi seni con le tue mani arse dalla fatica della lunga ricerca, la possiederai oltre ogni lucido desiderio – ma quell'oggettiva manifestazione della tua coscienza, la reificazione di quella creatura dal sapore erotico così ospitale e gaudente non sarà Sabrina, poiché Sabrina non esiste.


Settembre 2009


IV

Ben due volte la ragione s'illude quando si erge a giudizio del caso, nell'inesauribile desiderio di descrivere causalmente fenomeni all'apparenza l'un l'altro distinti. Dapprima s'illude nel separarli, nel fare d'ognuno un sistema a sé, per poi sperdersi di nuovo in un'improbabile unificazione – la ragione s'è illusa due volte.  Alessa lo sa.
Ti sembrerà, d'un tratto, che l'ironia del sogno d'una notte tormentata abbia destato il destino nella creazione del giorno successivo, e tutto t'apparirà come la limpida stesura in caratteri d'oro d'un piano trascendente. Nulla sarà più casuale ai tuoi occhi, ed ogni dettaglio sarà indizio, ogni parola un'anticipazione, ogni sogno una profezia; il mondo della coscienza non sarà distinguibile dalla coscienza del mondo, poiché ogni cosa è sincronicità: tutto parla di te, vive di te, sogna di te, narra di te.
Come potrebbe la ragione accettare un simile solipsismo? Come potrebbe la realtà farsi teatro della tua vita? Non verrebbero forse annichilite le leggi dell'uomo, della natura e d'Iddio, un tempo scalfite sull'immutabile roccia delle alleanze mondane? L'ascesa della ragione e la discesa del sipario non si incontrano che per confliggere.
Narrano che Alessa, la regina del pensiero, nacque dalla passione dell'eternità in quest'aspra contesa. Ella pianse due volte quella miseria, sospesa tra l'illusoria trascendenza del divino e l'illusoria potenza del razionale, né piena dell'una né dell'altra saggezza. Sembra che Alessa riuscì a mediare tra le due illusioni per fondare in un labile equilibrio ciò che nessuno avrebbe mai immaginato – ella si fece, per così dire, filosofa.
Un giorno fu il più saggio tra gli uomini a meditare fino alle soglie più profonde della sua anima, fino a giungere nel remoto regno di Alessa. Egli si presentò con toni aulici ma sprezzanti, poiché lo spirito di costui s'aspettava d'esser giunto al fondamento primo del suo essere, alla più rocciosa delle fondamenta, ed indicibile fu la sua delusione nel trovarsi disteso sulla fragile sabbia di un'infinita spiaggia, dove il vento soffiava leggero dettando i tempi dello scroscio sussurrante di un tranquillo oceano sterminato, dove la passione estatica del sole dominava quel paradiso leggero, tranquillo e luminoso.
Dicono che egli si presentò ad Alessa affermando che nessun uomo era più grande di lui in intelletto e conoscenza, e che pertanto quella sua meditazione reclamava imperiosa i segreti celati in quel luogo profondo. Non sappiamo se egli incontrò davvero Alessa, ma ben sappiamo che da quel giorno nessuno ebbe più notizia di quell'uomo. Alcuni affermano che sia annegato tra i flutti della sua stessa meditazione, altri sono convinti che viva nascosto, ma preferisco pensare che si sia avveduto anch'egli della propria ignoranza, e che abbia semplicemente abbandonato la via sulla quale gli stolti lo stanno ancora cercando.
L'uomo ignorava come Alessa avesse ben compreso l'incompletezza dell'anima; egli, convinto di poter dominare il proprio pensiero, finì per perdersi nei suoi labirinti e nelle sue illusioni. Non c'era alcun fondamento alla base del pensiero che il pensiero stesso potesse comprendere, non c'era alcuna verità, in quel mondo, né alcuna risposta che potesse dirsi completa. La risposta, se c'era, era nell'incompletezza del conflitto, nell'inanità della battaglia – dalla volontà di quel caos si generò il cosmo di Alessa. Solo la fragile saggezza di una donna poté realizzare il compito più virtuoso: placare le tumultuose correnti del pensiero senza esigere un fondamento della conoscenza per giustificare quella pace.
Alessa, semplicemente, scelse quell'oceano di pace. 

Maggio 2010


William Turner  Transetto dell'Abbazia di Tintern (1795)


Sulla Torre e sul Fare
Tratto da una storia (quasi) vera

La torre di Babele (1563), di Pieter Bruegel
Incipit. Raggiunta l'età di trent'anni, il Profeta ascese alla virtuosa solitudine della montagna, lungi dall'incedere ruggente del tempo nel villaggio – ora meditabondo e silenzioso, sognatore dialogante con lo spirito del mondo, saggio esploratore nelle profondità della coscienza che non echeggia e non stride al manifestarsi dell'altro-da-sé. Per dieci lunghi anni il Profeta ignorò il tempo. 
Si svegliò un mattino: l'aurora lo chiamò la sua luce e gli disse il suo calore, poi indicò il suo pieno e scoppiettante silenzio. L'ora era giunta.
Il Profeta scese dal monte, fino al villaggio, e così parlò agli uomini:
 “Ecco, io vi annuncio il fulgido segno più grande e splendente! Dalla pietra del mio fare sorgerà il più grandioso monumento per l'imperitura gloria di queste terre! In esso i vostri figli realizzeranno ciò che siamo stati, in esso forgeranno ciò che vorranno essere e saranno. Questo ed altro, troveranno in esso! Innalzeremo una torre – questo è l'immacolato segno del mio fare!”.
La gente ascoltò dapprima incuriosita quelle parole, poi lo ignorarono, credendolo pazzo.
Tuonò allora il Profeta: 
 “Non giungono come aghi di pungolante verità le mie parole? La colpa dell'inettitudine è in questo luogo, e l'inettitudine è segno di chi ignora il vero! Chi non conosce la verità non ha che pugni carichi di sabbia, ma chi innalza la torre dev'essere grave maestro di roccia e ferro ed altitudine, poiché dovrà edificarla sulla montagna più impervia, sul picco più elevato – e se non avrà una scala dovrà saper salire sulla sua stessa testa: come potrebbe altrimenti? L'inettitudine è segno di chi ignora il vero! Non la sentite corrodere questo luogo in cancrena?”
La gente se n'era già andata, ognuno nel suo affannoso daffare. Restava solo il capo villaggio, che così parlò: 
 “Sono parimenti convinto che quivi alberghi il falso. Potrebbe dunque essere l'inettitudine dei cittadini di questo villaggio, come tu dici. Ma se così non fosse? Non resterebbe dunque la tua sola inettitudine, ad  indicare il falso che impregna questa mattinata di sole? Dici di costruire una grande torre che sia effige di potenza, virtù, verità e ricchezza. Tuttavia, nel lontano Sennaar, terra bagnata dal grande fiume, la stirpe di Noè costruì un tempo una torre – ed è per lor cagione che Iddio scese e confuse le lingue degli uomini, perché così questi non potessero comprendersi l'un l'altro. Ignori forse tutto ciò? Vattene! Le tue invettive non sono qui gradite, forestiero!”.
Il Profeta tornò furibondo sulla montagna, e pose sulla cima di essa la prima pietra del suo fare. E così ancora, e di nuovo, un'altra volta – poiché egli aveva possenti mani per scavar buche e modellare pietre e marmo, per forgiare col fuoco il ferro e l'oro.
Quando la base della torre fu ben visibile agli uomini del villaggio, alcuni tra loro videro il meraviglioso lavoro del Profeta, e lo adorarono, ed ascesero fino alla sommità della montagna. Giungevano infatti da lui ed innalzavano la torre con le loro mani.
Superbo e fiero del successo della sua opera, il Profeta tornò dal capo villaggio. Lo trovò stanco ed affaticato, con il respiro debole e smorto, e così gli parlò:
 “Come puoi non biasimarti da solo? Tutti i villaggi, le città, i paesi e gli imperi si inchinano alla torreggiante maestosità della mia opera; un giorno anche il cielo riconoscerà il nostro glorioso lavoro! I figli dei nostri figli ed i figli dei loro figli ricorderanno un giorno la meraviglia edificata dai loro padri, e dai padri dei loro padri fino a noi! E tu, sciagurato, t'affanni per preparare banchetti,  per costruire terrazze, scarabocchiar fogli nelle assemblee e riscriver leggi – i tuoi figli ignoreranno quelle leggi, ormai superate, oblieranno quelle assemblee, nel loro tempo quelle terrazze saranno già crollate e dei banchetti di oggi non resteranno domani che gli avanzi divorati dai vermi famelici. Il tuo fare muore appena viene alla luce!”
Il capo villaggio ascoltò, attento e meditabondo, e rispose a bassa voce, con profondi respiri:
 “Il mio compito è ascoltare i bisogni della gente, vivere tra la gente ed aiutare la mia gente. Questo è il mio incarico, questo è il mio fare. Ma vieni tu dunque a criticare il mio operato con la vanagloria della tua opera? Sei il benvenuto in questo villaggio. Sarai accolto tra noi. Potrai intrattenerti ai nostri banchetti e bere il nostro vino, presenziare alle nostre assemblee e richiedere la parola e presentare le tue obiezioni, potrai reclamare il mio posto quando verrà il momento, poiché il mio tempo volge ormai al termine!”.
Il Profeta se ne andò, e non tornò per intrattenersi ai banchetti né per bere il prelibato vino del villaggio, non tornò all'assemblea per richiedere la parola e presentare le proprie obiezioni, non reclamò il posto da capo villaggio – tornò invece alla montagna ad osservare compiaciuto il lavoro e l'alacrità degli uomini a lui più devoti, e fu colto dall'estatica visione della torre più maestosa e splendente, contemplabile soltanto nelle idee dei più folli e dei più saggi, e su quel pensiero si addormentò, gaudente.
Si svegliò qualche tempo dopo – e gridò, inorridito. Un solo uomo era rimasto lì, al lavoro, ed era gracile e scarno. Così gli parlò il Profeta:
 “Dove sono dunque gli altri, tuoi compagni? Sono forse fuggiti durante il mio sonno? Sono forse tornati al villaggio?”
Il pover'uomo annuì, spaventato.
Il Profeta scese allora al villaggio. Il capo villaggio era molto malato, tanto che non poteva più svolgere il suo incarico. Stanco e debole, giaceva ormai sul giaciglio del suo ultimo viaggio. Gli uomini correvano e si affaccendavano per sostituirlo, presto qualcun altro avrebbe preso il suo posto, e tutti col loro daffare correvano e sbraitavano per le contrade negli echi di quell'andirivieni continuo.
Il Profeta si sottrasse allora agli uomini e tornò sulla sua montagna, alla base della torre, ormai imponente, e si coricò, superbo, irato verso l'inettitudine degli uomini, poiché essi non avevano compreso il senso del suo fare. O forse, egli non aveva capito il senso del fare degli uomini.

Non stiamo qui a discutere sul senso vero del fare, dice l'Autore, né a schierarci col Profeta o col capo villaggio; il lettore più accorto si sarà già avveduto di ciò: nessuno dei due personaggi è indispensabile al villaggio. Il Profeta, infatti, è colui che lascerà un segno intangibile nella storia e nelle coscienze dei cittadini. Ma, probabilmente, in molti tra gli uomini non avevano alcun interesse nel costruire la torre più grande, magari qualcuno avrebbe preferito costruire una banca, chi una chiesa, qualche palato si diceva già soddisfatto di una bevuta in compagnia, l'atleta si sentiva felice al termine della sua corsa ed il musico già aveva raggiunto la pienezza di sé nei suoi arpeggi e nelle sue melodie.
Parimenti il capo villaggio svolgeva soltanto una funzione di coordinamento e supporto; il punto di riferimento per ogni cittadino confuso e disperso, pur tuttavia anch'egli sostituibile (infatti qualcun altro prenderà a breve il suo posto), non indispensabile agli uomini del villaggio, i quali, al termine del racconto riescono comunque a muoversi in sua assenza.
Se il Profeta ed il capo villaggio avessero cooperato in pace, riconoscendo ognuno il valore, i limiti e le potenzialità dell'altro, la torre sarebbe divenuta ben più ricca e maestosa, ed il capo villaggio sarebbe ancora in salute, poiché l'assenza degli uomini che gli sono stati sottratti e del loro supporto è la causa del suo male.
L'Autore vorrebbe far riflettere il lettore su ciò: proprio da qui nasce la ricchezza nel rapporto tra gli uomini. Se ognuno imparasse a rispettare ed onorare il ruolo dell'altro, riconoscendone l'importanza ed i limiti, senza ritenere che il suo fare sia più virtuoso di quello altrui, nel ricusare futili conflittualità e nel cooperare, probabilmente tutti ne trarremmo grande vantaggio – sia chi costruisce torri, sia chi ha occhi, orecchie e mani per la gente.


L'Autore
Monti – uno che non ha nulla contro la costruzione di torri.


Tratto dal mio vecchio blog.

Dialogo della Natura e di un Americano


Un  americano,  che  aveva  vagato  per  pianure  e  montagne  e  mari  ed  oceani,  tanto  che  la  memoria invano  incespicava  ancora  nel  tentativo  di  rimembrare  quelle  troppe  terre  vissute,  passeggiando tranquillo  per  i  verdi  prati  d’una  foresta  monda  e  pura,  vide  in  lontananza  un  lago  immerso  tra  le arboree  fronde  di  quel  mondo  silvano.  Dapprincipio  fu  colto  da  un  senso  di  stupore  misto  a maraviglia,  tanto  era  magnifico  scorgere  un  luogo  così  surreale  che  sfavillava  in  quel  bel  bosco verde pastello, lungi dalla corruzione che in quell’epoca opprimeva le terre abitate dagli uomini. Dunque  il  guardo  lasciò  il  tempo  all’agile  corsa  che  in  pochi  soffi  di  vento  portò  l’americano  alla sospirata  destinazione.  Ivi  la  vista  poteva  scrutare  innumerevoli  ruscelli  scivolare  dalle  montagne donando le preziose acque al lago, ed un unico fiume defluire da quel magnifico specchio d’acqua: grande  come  le piazze delle capitali  dell’est europeo, splendente come gli ori delle cattedrali dell’Europa  centrale.  Le  luci  abbacchiate  del  cielo  terso  si posavano  attorno  alle  ombre  degli  alberi, riflessi  a  decine  e  centinaia  sulle  chiare  acque  dolci  di  una  fresca  serata  di  giugno.  Paradisiaca pareva  l’immagine  dinanzi  all’americano,  il  quale  sorrise  e  si  sedette  per  contemplare ancora  un poco quel crespo spettacolo silenzioso. D’un  tratto  parve  che  l’acqua  iniziasse  a  muoversi  e  sbattersi  nei  pressi  della  riva,  ad  un  respiro dall’americano, che si  alzò di scatto. Vide  scivolar fuori un corpo ignudo di donna, esile e  scarna. Le   dimensioni   della   minuta   creatura   rassicurarono   l’impavido   americano,   che   si   limitò a contemplare i seni acerbi ed il volto impaurito di quell’essere bizzarro. 

NATURA – Chi sei? Cosa ci fai qui? 

AMERICANO –  Sono  un  comune  americano  in  cerca  di  nuovi  stimoli,  nuove  terre  da  conoscere; vago alla ricerca di nuove scoperte e speranze da condividere. 

NATURA –  Come  l’avvoltoio  giunge  subitamente  addosso  al  cadavere  morente, e  senza  niuna fatica lo fa suo cibo, tu hai dinanzi a te l’emblema di ciò che vai cercando. 

AMERICANO – Come? Chi saresti, ragazza? 

NATURA – Dinanzi a te solo Natura. 

AMERICANO – Oh, quale sgraziata sorte, quale sventura provvidenziale! Vengo a te col rancore di ciò che vidi in ogni mio viaggio disperato. Imperfetto era il creato, limitato ed infiammabile. Nulla è  eterno,  tutto  è  corruttibile,  ci  abbisogniamo  della  materia e  questa  finisce,  e  siamo  costretti  a cercarne  nuova,  ed  ancora  si  deperisce,  e  studiamo  e  ricerchiamo  nuova  materia  da  sfruttare,  ma ogni  tua  creatura  sembra  destinata  all’oblio.  Gli  uomini  sono  corrotti  dalla  materia,  la  materia  è corrotta  dagli  uomini,  e  nulla  appare  perfetto  in  questo  ciclo  di  eterno  sconforto.  Ho  vagato  per mille pianure e mille colline e mille montagne alla ricerca di un mondo nuovo e migliore, poiché il vecchio  non  aveva  nulla  da  potermi  soddisfare  e  compiacere  fino  alla  fine  dei  miei  giorni.  Ma  ai poli  vidi  i  ghiacci  violentati  dal  sole  sciogliersi  e  liberarsi  dall’antico  giogo  del  freddo  e  le  acque innalzarsi  fino a traboccare nei cieli. Nell’occidente temperato e civilizzato vidi  il clima  mutare di anno  in  anno;  la  sorte  delle  magnifiche  coste  fu  un’alluvione  di  vortici,  vento  e  piogge,  estati  di fuoco e fiamme ed  inverni di  silenzi e respiri avvolti dall’ustionante gelo che  il  nord va bramando tra  le  neonate  vampe.  Le  piogge  torrenziali  che  solevano abbattersi  nelle  terre  circondate  dall’equatore si sono spostate anch’esse  fino alle deboli coste temperate, mentre le acque continuano  il loro  incedere,  e  presto  innumerevoli  città  come  la  bella  Venezia  saranno  ingerite  dall’abissale ventre del Mediterraneo. Oltre alle blasfemie del clima, gli uomini combattono e si uccidono per il tuo oro, per il tuo gas e per il tuo petrolio, tu che non fosti abile nel fornirci ogni ricchezza in egual misura,  ci  costringesti  a  suddividere  il  bene  secondo  i  nostri  metodi  incivili,  generando  infinite incomprensioni ed infiniti torti. Guarda i cadaveri! Ascolta le grida d’ogni uomo defunto per la tua iniquità!  Il  tuo  eterno  spirito  non  percepisce  forse  anche  il  loro  dolore?  Perché  non  ti  avvedi  di simili  ingiustizie? Vidi  inoltre  fratelli uccidersi per gli dèi  vecchi e quelli  nuovi,  li  vidi  sanguinare per le ricchezze, li vidi differenti per virtù e potere, benché fossero nati insieme. Vidi gli uomini d’ogni loco distinguere il bene dal male, senza che qualcuno fosse davvero interessato alle gioie ed ai dolori altrui, nato egoista dal tuo grembo. Il tuo culto è dunque spodestato da quello di innumerevoli dèi,  garanti  dell’ipocrisia  di  credersi  unici  e  veri  e  reali  e  tangibili, ognuno  a  suo  modo,  ognuno colla sua gerarchia al  seguito, ognuno coi suoi riti, ognuno colle sue speranze, ognuno defunto nel sangue  dei  suoi  fedeli.  Eppure  non  muovesti  un  dito  al  saper  ciò,  quasi  non  t’importasse  affatto della  nostra  salute  e  del  nostro  benessere,  insozzati  dallo  sterco  del  dolore  e  della  noia  che  si ammassano sulle nostre deboli spalle. Dunque decisi di fuggire da quell’esistenza, alla ricerca di un mondo  migliore,  sulla  terra  o  nel  cielo.  Ma  gli  studi  degli  astronomi  ribattevano  incertezze  su incertezze,  quindi  pensai  che  l’Eden  fosse  davvero  in  terra  e  non  in  cielo,  e  mi  misi  in  viaggio, riposando  le  mie  membra  stanche  di  vallata  in  vallata,  di  collina  in  collina,  di  montagna  in montagna. Ma ad ogni mio viaggio aumentava solo il numero di atrocità sulla mia coscienza, e vidi gli  uomini  uccidersi  per  diletto  e  le  donne  vendersi  non  per  danaro,  ma  in  cerca  di  dignità.  Ma continuavo  a  sperare,  in  cuor  mio,  che  occultata  tra  le  fronde  d’una  natura  antica  andasse  a nascondersi una verità lontana e sapiente, reclusa nei più reconditi meandri delle terre inabitate, ove neanche  gli  dèi  vengono  venerati,  ove  gli  uomini  non  hanno  mai  colto  alcun  frutto  ed  ove  gli animali  non  si  sono  mai  riprodotti.  Ed  eccomi  qui.  Ti  identifichi  forse  nella  verità  che  vado cercando da tante lune? 

NATURA – Sappi dunque  che  non  è  in  mio potere distribuire  l’equità tra voi uomini,  e  non  è per mia colpa se non v’è equità dove voi ne desiderate. Semplicemente non ho modo di sapere quando vi  faccio  torto  o  quando  vi  reco  offesa,  posso  solo  soffrire quando  voi  ne  fate  a  me;  ed  eccomi debole,  ancor  giovane,  impotente  in  questo  lago  di  lacrime.  Sebbene  io  non  abbia  modo  di conoscere il vostro dolore, né possa io assecondare i vostri superbi desideri, puoi dunque tu asserire con fermezza che vuoi uomini vi avvedete d’ogni mia doglia? È forse tra i vostri obiettivi quello di preservare  la  mia  incolumità  e  rispettare  la  mia  esistenza?  Come  potete  non  avvedervi  delle continue  violenze ch’io  subisco per  mano vostra, tali che ognuno dei  vostri dèi  sarebbe ricorso ad una  pia  apocalisse,  se  si  fosse  disgraziatamente  trovato nelle  mie  attuali  condizioni?  Come  puoi rinfacciarmi con simile egoismo la colpa per il tuo dolore, quando il mio è innumerevoli volte tanto più atroce? 

AMERICANO – Dilettiamoci dunque con un esempio, se t’è più chiaro, prima che il mio spirito sia tuoni  e  rabbia,  poiché  le  tue  parole  mi  rendono  suscettibile,  nervoso  ed  irritato.  Le  tue  accuse  s’infrangono su di me come le menzogne degli uomini d’onore sulla pelle morta dei martiri. Dunque: poniamo il caso che tu m’avessi invitato nel tuo mondo, in questo regno magnifico e splendente, ed io,  per  non  farti  dispiacere,  avessi  deciso  di  venire. Ma  qui,  appena  giunto,  ipotizziamo  che  fossi ubicato in un angolo  infestato dalle api e dalle tarantole, privo di un tetto sotto la gelida pioggia  e senza cibo, poiché non è tua necessità veder divorate le tue stesse creature. Perché dovresti trattarmi in  codesto  modo,  quando  fosti  tu  stessa,  a  convocarmi  fra  le  umide  braccia  del  tuo  mondo?  Hai forse creato questo magnifico bosco per me? Negativo. Quivi vivo soltanto come straniero, e come   quello  per  ogni  altro  comune  animale  è  il  tuo  trattamento  nei  miei  confronti,  e  dunque  dovrei fuggirti, ma la morte è un gran spavento ed una grande domanda, che preferisco temerla e rifuggire anche  lei. Dunque  non potresti alleviare  le  mie pene, di  modo che  io allevii  le tue? Non è forse  in tuo  potere  provare,  sollecitando  la  tua  volontà,  a  render  la  mia  sofferenza  meno  grave?  E  ciò riguarda non solo questo povero americano, ma l’intera umanità, e tutti gli uomini e tutte le donne e tutti i bambini.

NATURA –No... Ci ho provato, ho tentato, eppure questo è il massimo, il meglio che mi sia stato concesso  dalle  potenzialità  di  una  giovane  Creatrice,  qual’io  sono. Le  tue  parole  sono  ricolme  di bramosia ed egoismo, straniero. Devi sapere che non fui io a decidere come invitarti in questa vita, che tu ora consideri come il ricettacolo dell’iniquità, poiché ci sono leggi superiori che trascendono anche  me.  Non  fui  io  ad  avere  certezze  su  come  la  materia  si  plasmasse  attorno  a te,  quando,  per diletto,  la  mutai  in  svariate  forme. Fui  e  sono  ancora  debole,  eppure  questo  è  il  capolavoro  che il mio spirito demiurgo è riuscito a produrre, in epoche passate. In cuor mio sono certa che non avrei potuto chiedere di più alle mie limitate facoltà, in un continuo ideare e riprodurre, generando questo mondo. Voi uomini  siete stati una  mia  bizzarra  intuizione,  forse una  mia distrazione, e  non  me  ne compiaccio affatto; gli animali e le piante ed ogni altra mia creatura debbono patire il dolore che io ho creato in maniera identica alla vostra, o forse duplice, per vostra colpa. E sono colpevole, e siete colpevoli, ahimè. Eppure siete solo voi uomini a lamentarvi, a bestemmiare il mio nome, a volermi combattere,  voi  che  dovreste  ben  comprendere  il  mio  epocale  dilemma:  dolore  e  noia  sono  invero patimenti  necessari,  poiché  senza  di  essi  non  potreste  scinderne  la  felicità.  Non  c’è  iniquità  né progresso,  ogni  uomo  nasce,  soffre,  gioisce  e  muore  allo  stesso  modo,  in  ogni  epoca  ed  in  ogni civiltà.  Questo  per  tutte  le  mie  creature.  Dolore  e  noia  sono  quindi  necessari,  inevitabili,  la  loro funzione è garantire e servire alacremente l’arrivo della felicità, di modo che essa si distingua dallasua nemesi ed abbia una sua ragion d’essere. Senza dolore la vita sarebbe una totale inerzia estatica nella quale il tutto sarebbe invero nulla, e non ci sarebbe neppur cagione nel distinguere vita da non vita;  la  felicità dovrebbe ascendere  infinitamente per fuggire  l’avvento della  noia, tutto sarebbe un torpore  di  eterno  oblio.  Dovreste  invero  ringraziarmi  soltanto,  poiché  nel  mio  ultimo  sforzo  vi  ho donato  la  ragione  per  comprendere  il  mondo,  voi  stessi  e  la  verità che  ti  ho  appena  illustrato,  per comprendere  le  leggi  dell’universo  che  limitano  voi  meco.  Decisi  inoltre,  nella  mia ingenuità ancestrale, di donarvi dell’altro.   Il  mio ultimo presente  è stata  la  volontà, una  volontà di potenza, una volontà creatrice, infinitamente più maestosa e vigorosa di quella di tutte le altre creature mie, nelle  quali  la  volontà  è  esercitata  dal  solo  istinto.  Voi  uomini  avete  ormai  compreso  su  quale evidente baratro fluttua la vostra esistenza: potete accettarla così com’io potei donarla a voi, oppure potete  obliare  i  vostri  sensi  fuggendo  per  sempre  il  dolore,  ricorrendo  al  suicidio.  Tornerete esattamente come sareste stati se io non v’avessi quivi invitato, e forse ve ne ringrazierei, poiché il mio errore antico va rivelandosi come il reale cancro del creato. 

AMERICANO – Come osi rivolgerti a me in questo modo?  Mi dovrei suicidare per un tuo errore? Dovrei dire addio a tutto ciò che sono diventato, a tutto ciò che è mio, a tutti i miei averi racchiusi negli  aurei scrigni della  mia città, solo per una tua  incompetenza? Io sono il  mondo, io  l’ho creato ed io sono libero. Non ti crederò, e nessuno verrà a sapere di questa vicenda, poiché la verità che mi poni  dinanzi  non  vale  neppure  un  minuto  di  questo  mio  lungo  viaggio!  Il  mondo  fu  invero  creato per noi uomini. Ne vuoi una dimostrazione? Mentre  la  Natura  indietreggiava  impaurita,  l’americano  le  fu  subito  addosso.  Questa  cercò  di liberarsi  dalla  morsa  dell’uomo,  ma  non  riuscì;  l’intero  vigore  suo  era  andato  sprecato  milioni  di anni prima, nella follia di partorire la curiosa e blasfema stirpe di colui che ora la stava violentando. Passarono pochi attimi di sciagurata offesa, poi l’americano allentò la presa, ansimante e stizzito, e si  alzò   in  piedi  ed  abbandonò  quel  corpo  singhiozzante  e  ringhiò  ruvide  parole   indicibili, insoddisfatto. Omne  animal  triste  post  coitum.  L’uomo  se  ne  andò  adagio,  deluso  e  stanco, lasciando alle sue spalle una giovane creatura silvana, svergognata e pudica, ricurva su se stessa in un triste riversar di lacrime sul quel bel lago, immerso nella foresta. 


Rielaborazione personale dal “Dialogo della Natura e di un Islandese”, di G.Leopardi
Anno 2007




The Heart of the Andes by Frederic Edwin Church (1826–1900)