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Sociologia dell'audiofilia

A volte basta meno di un suono per riflettere. Ti fai un giro in bus, una passeggiata per strada, un salto al centro commerciale e pensi. Alla musica, ma anche al mondo attraverso cui ne fruiamo quotidianamente.
Del resto una vita senza musica non ha alcun senso. La vita senza la musica sarebbe un errore, scriveva Nietzsche nel  Götzen-Dämmerung.
E noi contemporanei, come ascoltiamo la nostra musica preferita? In pochi anni le nostre abitudini hanno subito una vera e propria rivoluzione. Complice la crisi dei supporti ottici (come i CD) e magnetici (nonostante la ‘moda’ del vinile, comunque di nicchia) e come contrappeso l’ascesa incontrastata della musica in formato file (.mp3, .flac) o direttamente in streaming (Spotify , Youtube), ormai il crepuscolo degli idoli è toccato ai vecchi impianti Hi-Fi ed agli stereo, un tempo veri e propri oggetti di culto in ogni abitazione al pari della televisione. I più hi-tech ed i borghesi hanno i loro impianti Dolby 5.1, ma va ammesso che non tutti hanno le disponibilità economiche o di spazio domestico per poterselo permettere. Io no, per citare un brontologo a caso.
In assenza di PC fissi in casa col loro case bello ingombrante, dotati senza possibilità alternative di casse esterne, è innegabile che la massa abbia ormai l’orecchio musicale completamente rapito, in termini di riproduzione audio (escluso il mondo dell'automobile che meriterebbe un discorso a parte), da computer portatili, smartphone e tablet.
Questo è causa di due differenti mutazioni alienanti nel nostro rapporto con la musica: (1) la perdita di qualità del suono ed in risposta la conseguente (2) solitudine dell’individuo-ascoltatore.

Spiego meglio. Il fenomeno di deriva acustica verso il formato file non è un passaggio banale. Il formato file, che tra i suoi vantaggi annovera indubbiamente quello di essere facilmente trasferibile, copiabile e trasportabile, libero dal suo antiquato esoscheletro fisico e di facile gestione, è anche un formato facilmente editabile dall’utente finale, spesso in maniera assolutamente inconsapevole. La compressione di un file in formato .mp3 con conseguente perdita di informazione e qualità è un fatto che viene raramente messo in luce. Ritenuta una mera questione tecnica, anche se poi la musica la ascoltiamo tutti. Quale differenza di qualità può avere un file compresso a 128Kbps da uno a 320Kbps? Con le cuffiette in dotazione al telefonino o con gli speaker del portatile, difficilmente potremmo percepirne la differenza; con lo stereo della nonna, invece, la differenza salterebbe all'orecchio immediatamente. Ammettiamolo nemmeno troppo tacitamente - del resto il suono non può tacere: la nostra società dell’alta tecnologia, del 4K e dell’alta definizione, negli ultimi anni ha perduto il senso dell’udito in favore della qualità visiva.
Del resto la perdita di qualità nelle casse di un PC portatile o del nostro smartphone, che spesso non ha neppure degli speaker stereo, è un fatto assolutamente evidente, e pure (con-)causa di fenomeni terrificanti come la loudness war, ormai senza la quale non riusciremmo neppure a distinguere le note su certi dispositivi.
La risposta a questo problema di perdita della qualità, come vedremo, non è ideologicamente neutrale come si potrebbe pensare.

Il problema (1), ossia la perdita di qualità, viene comunemente superato con due semplici accorgimenti, il secondo dei quali porterà però ad un nuovo problema.
Il primo accorgimento è assicurarsi che la compressione dei file non comprometta la qualità. Gli .mp3 a 320Kbps (lossy, ossia con perdita, seppur minima) ed il formato .flac (lossless, ossia massima qualità) al momento sembrano le soluzioni più gettonate.
Il secondo accorgimento è avere un impianto di riproduzione adatto. Pertanto, se riproduciamo musica attraverso PC portatili, smartphone e tablet non abbiamo a disposizione degli speaker decenti, basti pensare alle basse frequenze praticamente tagliate via, in favore di suoni molto metallici. Con gli impianti stereo in soffitta e gli Hi-Fi a fare la muffa negli scomparti degli ipermercati, oggi viviamo in un periodo di grande ascesa nella produzione di… cuffie. Era ovvio, no?
Nessuno ipotizza tuttavia che l'uscita minijack da 3.5mm in dotazione dello smartphone, del portatile o del tostapane possa collegarsi a delle casse audio di qualità. C’è scritto ‘uscita cuffie’, con l’icona delle cuffie. Pertanto, cuffie.
I rivenditori, sempre sul pezzo tra domanda e offerta, si sono abilmente attrezzati e forniscono cuffie di qualità per tutte le tasche e per tutte le mode. Basta entrare in un negozio di elettronica con un minimo di occhio critico. È il caso delle pessime Beats by Dr. Dre, che costano più di uno smartphone con esorbitanti cifre a tre zeri per una qualità dei componenti decisamente scadente, del resto nell’era del consumismo siamo ormai abituati a pagare i marchi che fanno tendenza senza minimamente verificarne la qualità. Spese folli a parte, la soluzione delle cuffie risolve anche il problema di far passare il suono attraverso il canale meno controllabile, ma che da sempre è stato l’unico esistente: l’aria. In questo modo non servono studi di acustica ambientale e domestica, il suono ci entra direttamente nelle orecchie come se fossimo pluggati direttamente alla macchina, un po’ come in Matrix. Non dobbiamo parlare alla mamma o alla fidanzata o giustificarci per i nostri terribili gusti musicali: tutto avviene dentro di noi, nel nostro pudico solipsismo automatico. Con la massima qualità audio, al volume che vogliamo e con il nostro massimo coinvolgimento, beninteso. Problema risolto.
Eppure, qualcosa non mi soddisfa. Cosa si perde in questo passaggio ragionevolmente indolore dallo stereo alle cuffie ad alta fedeltà? Non torniamo forse alle pur abusate riflessioni sull'homo consumens, monadico, vittima del proprio ego che non può più condividere neppure la musica attraverso l'aria, il suono e le parole nel mondo reale, ma è costretto a farlo virtualmente tramite facebook? Si può ragionevolmente parlare di alienazione? A quale tremenda e taciuta solitudine andiamo incontro?

Mi si perdoni la riflessione ingenua, scaturita da qualche suono disperso attinto per strada, a passeggio per le vie del mondo, vedendo giovani rintanati nel guscio solipsistico delle proprie cuffie a padiglione in attesa dell’autobus. Del resto, sono uno di quelli che ogni minuto della sua vita vorrebbe far tremare la terra con un power chord graffiato sulla chitarra elettrica con alle spalle un muro di amplificatori. Come negli anni ’80, mentre i nostri genitori stavano acquisendo un senso estetico della musica immensamente più sviluppato del nostro.

Un muro di amplificatori. Scena tratta dal videogioco Brütal Legend (2009), di Tim Shafer (Double Fine Productions) con Jack Black nel ruolo di protagonista viruale.



Foto e video del concerto: schermi al cielo ed udito disconnesso



“Una cosa che davvero non mi piace è la freddezza con la quale viene accolta la musica: ieri abbiamo tutti notato una certa freddezza dal parterre decisamente immobile e poco reattivo, e tanti cellulari sempre accesi. Per me la musica è vita, è espressione di sé, è energia, Vorrei andare ogni domenica ad un concerto, e quella sarebbe la mia chiesa, il mio rapporto con l'Assoluto nella comunione e nella condivisione (vera, non quella sintetica di facebook) con tanti altri che la pensano come me, che cantano, saltano e "godono" dell'energia trasmessa dal palco.
Oggi sono tutti a far video ed a condividere in tempo reale sul social network immagini ed emozioni, piuttosto che viverle preferiscono "atteggiarsi", fingere di viverle, gridare agli altri "guardate che figata!" senza accorgersi che le emozioni le vivi lì, e se non le vivi lì sotto al palco sono emozioni perdute. Perchè del video non resterà nulla, ed alla gente fondamentalmente non glie ne frega un cazzo se sei o meno al concerto. Sei tu che devi esserci, e devi dimenticarti il mondo fuori di gente connessa, sentire il suono, vivere il suono e nient'altro; non riprodotto dal chip di un telefonino o di un PC. Ecco, questa è una cosa che non mi piace, e sulla quale si potrebbe riflettere davvero molto!!”

-   Frammento da una chiacchierata sulla musica
che altrimenti facebook avrebbe rapidamente dimenticato assieme al concerto dei Muse a Pesaro (foto e video inclusi)

Sul superamento dialettico del chitarrista da spiaggia

Nel linguaggio comune viene spesso utilizzata l'espressione “chitarrista da spiaggia” in senso spregiativo, per intendere un chitarrista approssimativo sotto il profilo tecnico. Il chitarrista da spiaggia conosce solo i rudimenti della chitarra, appresi come autodidatta o frequentando un numero più che esiguo di lezioni, al solo scopo di conoscere le basi dello strumento per poter accompagnare la voce nelle canzoni: i primi accordi maggiori, minori e di settima, i vari giri armonici e poco d'altro. Il repertorio da spiaggia, infatti, alterna tra Ligabue e Vasco Rossi, passando per qualche canzoncina, sempre e rigorosamente di cantautori italiani, nel migliore dei casi di Battisti o De André. In casi sporadici il chitarrista può cimentarsi in qualche hit anche recente, ma difficilmente smentisce il cliché che lo vuole capace di cantare nella sola lingua italiana.
L'antitesi del chitarrista da spiaggia può essere definito come “chitarrista formale”: esperto conoscitore delle scale musicali e della teoria degli accordi, alacre e laborioso studente  – nonché amante – del suo strumento, fan accanito dei grandi guitar heroes, da Hendrix a Vai, da Satriani a Malmsteen, da Richie Kotzen a John Petrucci. Per il chitarrista formale la chitarra è più uno stile di vita che un semplice strumento musicale.
Situazione tipica: Ferragosto, al mare, scende la notte. Davanti al falò. Al chitarrista da spiaggia (che gioca in casa) bastano un re maggiore, un do maggiore ed un sol maggiore per portarsi dietro le belle voci di qualche ragazza un po' allegra con “Sweet Home Alabama” (o “All Summer Long”, per chi fosse nato qualche settimana fa). Il chitarrista da spiaggia suona sgraziatamente tre accordi e mugola la melodia della canzoncina (lo ricordiamo: l'inglese non lo sa, oppure è tutt'altro che intonato) ed ha già raggiunto il massimo dei risultati. Con il minimo sforzo.
L'abilità del chitarrista formale, al contrario, si può manifestare in diversi modi. Se la chitarra è una, il chitarrista formale ignorerà l'esistenza di accordi e di un testo da cantare, e si perderà tra i saliscendi delle sue scale, totalmente ignorato dal pubblico. Se le chitarre sono due, il chitarrista formale improvviserà con un accompagnamento a suo supporto; susciterà l'ammirazione di qualcuno più o meno fino al quinto minuto di assolo ininterrotto, poi piomberà nella solitudine come nel caso precedente – insieme al suo collega di accompagnamento, il quale, nel caso in cui si tratti di un chitarrista da spiaggia, probabilmente intonerà una canzone di Vasco ridestando l'attenzione del pubblico e lasciando il chitarrista formale nel pieno sconforto.
La lezione che il chitarrista formale deve apprendere, per emanciparsi da questo stato di subordinazione, è molto semplice: è necessario mettere da parte la superbia ed imparare ad improvvisarsi chitarrista da spiaggia. Anziché fare il disadattato nell'aspro confronto contro la mediocrità, è forse meglio rifuggire la battaglia, persa in partenza, in favore di un approccio più socievole. Perché il chitarrista formale sa sicuramente suonare tre accordi maggiori (e pure meglio del suo alter-ego) ma non li suona perché preferisce non abbassarsi al livello di quel pivello che ancora suona la “Canzone del Sole”; tuttavia, quest'atto di superbia culturale implica un necessario conflitto dialettico dal quale non c'è alcuna via di scampo alternativa all'infelicità della solitudine. Meglio conviverci, col chitarrista da spiaggia, il quale, nella sua carenza tecnica, ha raggiunto una comprensione della situazione ed un know how sufficiente per intrattenere i presenti; una consapevolezza fondamentale del tutto ignorata dalla coscienza chitarrista formale.
A questo punto, se di tre accordi si tratta, che tre accordi siano! Il chitarrista formale supera lo stato di alienazione dalla società e si reintegra in essa, giungendo ad una sintesi superiore: il chitarrista completo.
Chitarristi (formali e da spiaggia) di tutto il mondo, unitevi! Soprattutto a Ferragosto.
Un discorso analogo può essere fatto per la condizione dell'intellettuale. Spesso la superbia ci spinge ad esprimere giudizi affrettati e semplicistici sulla condotta altrui, sulla “bassa lega” di certi comportamenti o sulla mediocrità di certi discorsi. Questa superbia è giustificata finché non subentra un ostacolo: quando l'intellettuale soffre la solitudine, allora diventa un po' come il chitarrista formale che suona i suoi arpeggi nel cantuccio tra gli scogli non illuminato dal falò. Non fa neppure tenerezza, quella sagoma buia: tutti conoscono il suo disprezzo per le canzonette e per la società dei mediocri. A questo punto, se l'intellettuale ha davvero raggiunto una consapevolezza maggiore, dovrebbe riuscire ad accantonare le convinzioni superflue e superare lo stato di solitudine, abbandonandosi talvolta a comportamenti semplicistici, a discorsi mediocri. Da questa prospettiva potrebbe pure incentivare gli altri a migliorarsi, provando magari a far comprendere loro qualcosa in più, ma senza adirarsi quando non riesce nell'impresa, talvolta davvero ardua. Perché l'importante è passare bei momenti, soprattutto a Ferragosto. 
Molto spesso è capitato anche a me di cadere nell'errore, sia con la chitarra, sia con le persone; pur non avendo mai vissuto pesanti momenti di solitudine, ho l'impressione che questa socievole forma di emancipazione dai pregiudizi culturali – e musicali – sia un passaggio necessario per giungere dialetticamente ad una sintesi: un intellettuale completo, un chitarrista completo.

Parafrasando Nietzsche: il chitarrista formale è un ponte tra il chitarrista da spiaggia ed il chitarrista completo.

Tratto dal mio vecchio blog.