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#Sonostufo


Sono stufo di scrivere su diari virtuali.
Sono stufo di non aver mai tempo per scrivere sul blog.
Sono stufo di non saper scrivere a mano. Braccia – anzi mani – strappate all’agricoltura.
Sono stufo di scrivere su siti non-responsivi. Se questo lo è, non l’ho programmato io.
Sono stufo di sentir gente che pensa che si possa navigare solo da dispositivi mobili.
Sono stufo della grandine. Molto stufo. Soprattutto di quella grossa.
Sono stufo di modelli di business, di sviluppo, di crescita e di profitto.
Sono stufo delle crisi di sovrapproduzione. Soprattutto di sovrapproduzione culturale.
Sono stufo di sentire gente che infila parole in inglese a caso perché fa cool.
Sono stufo di fare confronti tra pubblico e privato. Noialtri li critichiamo mentre ci dilaniamo nell’atroce invidia della stabilità, della ricchezza e della mediocrità.
Sono stufo di questa nauseante e patetica moda dell’informatica di massa.
Sono stufo perché l’informatica di massa potrebbe salvare il mondo, invece salva solo i profitti delle solite tre o quattro aziende che se ne fottono di salvare il mondo.
Sono stufo perché l’informatica di massa potrebbe salvare la cultura, invece salva solo tante foto di donnine nude su facebook a fini onanistici o di spettegolamento sociale.
Sono stufo di essere stufo. Sarà la stanchezza.
Sono stufo di sentir chiamare arte e cultura “il prodotto” o “il brand”.
Sono stufo degli economisti. Da quando sono più dei filosofi il mondo va a rotoli (ma almeno va a rotoli sorridendo J J J).  
Sono stufo di chi si sa sfogare solo sul web.
Sono stufo di chi si sfoga sul web, in genere.
Sono stufo di chi si sfoga sul web, ma non se ne accorge.
Sono stufo di chi ripete le cose.
Sono stufo di chi ripete le cose e crede di scrivere poesie.
Sono stufo di chi scrive poesie. Non le legge più nessuno.
Sono stufo di chi non legge più le poesie.
Sono stufo anche di chi non legge più Marx.
Sono stufo di chi afferma che non ci sono più destra e sinistra, ma solo giovani e vecchi. Per inciso, tifo per i vecchi.
Sono stufo di chi su Internet scrive con grande decisione, poi nella vita la nasconde. Eroi dei due mondi falliti che si accontentano del mondo virtuale.
Sono stufo di Balotelli. Il suo vittimismo è ridicolo: da solo guadagna quanto tutte le popolazioni africane ed ha pure il coraggio di far polemiche sterili.
Sono stufo delle guerre tra poveri. Di tutte le guerre e di tutti i poveri. Ma non per questo faccio guerra alle guerre.
Sono stufo di chi non crede e bestemmia perché va di moda e perché la fede è roba per vecchi, noi giovani abbiamo ben altre divinità: il mercato, il profitto, la competitività e la meritocrazia.
Sono stufo di gente che non distingue le regole dalla burocrazia.
Sono stufo di chi le regole non le rispetta e ci insegna a non rispettarle.
Sono stufo di noialtri che prendiamo questi signori come esempio (ma li condanniamo pubblicamente).
Sono stufo degli ipocriti, perché pensano di non esserlo, di fatto non pensando affatto.
Sono stufo di chi ipocrita sa di esserlo, ma non gli fa neppure dispiacere.
Sono stufo della flessibilità che non da regole e ti fa sentire libero, autonomo e gratificato - solo perché poi non ti retribuisce.
Sono stufo di non poter sforare 140 caratteri. Perché anche se li sforo nessuno ha l’attenzione per leggere un testo un minimo più prolisso. Figurarsi a scriverlo!
Sono stufo di chi usa l’hastag. Soprattutto nei titoli.
Sono stufo di chi scrive liste e poi non ci va a fare la spesa.
Sono stufo di chi scrive e non sa scrivere. Poi vende milioni di copie.
Sono stufo di chi scrive su blog, non fa neppure dieci letture ma si sente un minimo appagato, giusto per il piacere d'aver postato. Anzi, mi fa proprio schifo.

Elezioni in strada


“Generalmente mi ricordo una domenica di sole, una giornata molto bella, un’aria già primaverile in cui ti senti più pulito... anche la strada è più pulita, senza schiamazzi e senza suoni. Chissà perchè non piove mai quando ci sono le elezioni…”















Speculazioni sulla metafora idraulica della gestione delle risorse economiche















Sin dai tempi più remoti, in cui gli uomini iniziarono ad organizzarsi in società, sorsero problemi molto pragmatici sulla gestione delle risorse, non più legate al singolo individuo ma da distribuire alla collettività. Problemi che aumentarono esponenzialmente con l’aumento della complessità del sistema sociale.  Nel tempo, anche le risorse mutarono valore e natura, traducendosi nella loro forma corrente in risorse economiche. Risorse spesso mal gestite, sia nel macrocosmo statale e politico, sia in quello sociale e familiare. 
Una metafora che spesso viene utilizzata per evidenziare la cattiva gestione delle risorse economiche è la seguente, che chiameremo “metafora idraulica”. 

“Ho un sistema di tubature inefficiente. A monte, io [stato o amministratore] posso decidere quanta acqua immettere. Le tubature si occuperanno di distribuire le preziose risorse idriche in maniera capillare, ma i tubi perdono, in quanto pieni di buchi e falle dislocate in numerosi punti del sistema”. 

Come risolvere il problema – attualissimo? Sono spesso proposte diverse strategie di azione, facilmente identificabili con azioni reali compiute e tuttora in atto in molti sistemi, non solo idrici.

La prima proposta è quella di erogare più acqua. “Ma si. Freghiamocene delle falle. Se abbiamo a monte un ghiacciaio, che ce ne importa se dobbiamo disperdere un po’ più di acqua?” Il risultato, evidente, è che anche il grande ghiacciaio, fuor di metafora, prima o poi esaurisce le sue risorse. Perché quando aumenta la pressione le falle si allargano, il sistema cede, sempre più inefficiente, sotto il peso dello spreco; il ghiacciaio non fornisce più risorse sufficienti – e tu devi scioglierlo col phon, con migliaia di phon, fino ad esaurimento scorte.
Controproposta della salvezza. Se la prima opzione è risultata fallace, vuol dire che basta fare esattamente l’opposto: erogare meno acqua. Il sistema si stabilizza. Sembra funzionare. Peccato che in questo modo, chi più risente delle falle non avrà modo di sopravvivere. Invertendo la strategia abbiamo spostato il problema da monte a valle. Solitamente la politica ha in mente solo queste due soluzioni: aprire o chiudere i rubinetti. Riconosci un politico quando a parole può dire qualunque cosa, ma de facto apre e chiude rubinetti.

Arriva l’illuminato: “cerchiamo di chiudere le falle”. Se lo fa solo a parole è un politico (vedi sopra). Finalmente qualcosa di sensato, tanto che questa sembrerebbe la soluzione alla metafora idraulica. Di norma la propongono tutti. Peccato che non sia così facile – o almeno, è molto più difficile che metter mano alla valvola del rubinetto. La strada è comunque percorribile, e se perseguita seriamente è degna di lodi, ma da sola è un po’ mediocre. Non basta. La soluzione più efficace è un’altra, ancora più difficile, ancora più virtuosa, ma indubbiamente risolutiva.
“Pensiamo ai tubi”, dice il saggio idraulico. Oppure l’ingegnere. Oppure il filosofo, sempre che ce ne siano ancora, oggi i sistemi, non solo idraulici, sono troppo complessi per loro.
Ci sono due stili di pensiero, tra chi pensa. Ai tubi. 
C’è il rivoluzionario, che distruggerebbe il sistema e lo ricostruirebbe da zero. Spesso si tratta del filosofo, e spessissimo è inconcludente – o forse è l’unico a non aver niente da perdere nello stare anni senz’acqua, prima che qualcuno (non lui, beninteso) rimetta mano al sistema di tubi. Poi c’è il progressista, quello che studia, comprende il sistema e cerca di cambiarlo un pezzo alla volta: il lavoro più difficile. Ci vuole una grande conoscenza del vecchio sistema per farne uno nuovo, ma anche tanta capacità creativa. Bisogna studiare tanto. S(t)u(di)dare per capire, e le capacità di pensiero per fare un salto, dalla comprensione del preesistente alla creazione di qualcosa di nuovo e più efficiente. Non basta arrivare e dire “vaffanculo spacco tutto e faccio di testa mia”. Il progressista è demiurgo, non falso dio onnipotente, plasma materia che non ha creato; è onesto: studia il sistema e modifica un pezzo alla volta, puntualmente e con chiarezza di idee. Egli non è infallibile, infatti è studioso ed empirista, e quando sbaglia non da la colpa agli altri, ma si ravvede dell'errore, si assume la responsabilità e studia nuove soluzioni. Meglio sbagliare per sistemare il sistema piuttosto che continuare a perdere all'infinito. Potrebbe volerci del tempo. Quando il problema è complesso anche la soluzione è complessa, e richiede studio, impegno e poche invettive o polemiche sterili. Questo nuovo tipo di progressista supera il politico reazionario che apre e chiude rubinetti ed l'antipolitico rivoluzionario che li bombarda. Purtroppo non esiste sistema perfetto. Il reazionario pensa che sia l'attuale, l'antipolitico pensa che sia il suo sistema mentale – ma la metafora idraulica rimarrà per sempre valida, ogni sistema è perfettibile, e non è solo una questione di tappar buchi. Ma per perfezionarlo, bisogna essere bravi ingegneri ed al contempo bravi idraulici e bravi filosofi. Insomma, veri progressisti non esistono. Ci sono solo nella teoria, ma nella pratica non è facile rinvenirne. Né nella politica, né nella società. 
Eppure abbiamo molti bravi ingegneri. Ma anche molti bravi idraulici. Chi manca all’appello? 

Due concetti di salario




Se c’è una cosa che mi stupì enormemente quando mi trovai nella terra della fantasia, era come il lavoro fosse anche in quel luogo, per così dire, reale. Vedevo elfi e nani indaffarati giorno e notte per portare a termine le proprie mansioni, e mai il mio sguardo cessava di sorprendersi di fronte al realismo di quei fatti in un mondo così assurdo. Ma la cosa che più mi faceva riflettere, era come elfi e nani incarnassero perfettamente due concetti di salario oggi in netta contrapposizione anche nel mio mondo.

Gli elfi sono sostanzialmente salariati. Offrono il loro lavoro ed in cambio la comunità fornisce loro il compenso. Non è un compenso dipendente dalla quantità di lavoro svolto, sebbene ogni elfo sia alacre e responsabile in ogni sua attività: il concetto alla base del sistema è che ogni elfo ha una famiglia, pertanto viene pagato al termine del mese con un salario adeguato a sfamare quella famiglia.
I lavori degli elfi sono eterni e come la natura. Il lento ed incessante sviluppo della selva ne scandisce il tempo e quel lavoro è garantito perennemente con l'incontaminata stabilità del creato, attraverso la ciclicità del tempo e delle stagioni. Questo non significa che gli elfi lavorino sempre nella stessa foresta, all’ombra degli stessi alberi: eppure è connaturato negli elfi il senso di progettualità del proprio futuro. La sussistenza è garantita dalla società anche in caso di imprevisti, come un incendio.
Ogni elfo guadagna circa mille monete d’oro al mese durante i primi anni di lavoro, mille e duecento poi, e così via fino a duemila monete d’oro per un elfo anziano; gli elfi più bravi possono raggiungere anche cifre più elevate, ma un minimo salariale è garantito a tutti i lavoratori. In questo modo tutti gli elfi possono acquistare una casa nella foresta, un cavallo come mezzo di trasporto, possono vivere con moglie (o marito) in armonia ed accudire i propri figli in serenità e garantire presenza, impegno e continuità lavorativa presso quella grande, viva e sempiterna azienda che è il bosco.

I nani vengono pagati a servizio, nelle miniere. Se il nano estrae dalla cava l’equivalente di diecimila monete d’oro, egli ne guadagna, ad esempio, un decimo: mille. 
I nani guadagnano a provvigioni. Più producono, più guadagnano. I nani guadagnano in maniera molto strana: alcuni vengono pagati cinque monete d’oro per ogni ora di lavoro, altri dieci, altri ancora vengono pagati con una pinta di birra per dieci ore di lavoro, ai limiti dello schiavismo, il tutto in base alla mansione. Alcune mansioni, anche intellettuali, spesso non vengono affatto retribuite, se non con una pacca sulla spalla. 
Nessuno garantisce ai nani le ore di lavoro del giorno successivo: se le fanno, o se glie le fanno fare, sono ricompensati. Altrimenti niente. Il lavoro nelle miniere dei nani è infatti molto breve: un divorare vorace di tutto ciò che la natura ha prodotto in milioni di anni, e quando la miniera è stata ripulita, si passa alla prossima, come se il mondo avesse infinite ricchezze.
Generalmente i nani ricchi sono molto più ricchi degli elfi: hanno compensi spropositati, ville dorate ed enormi magioni. Ma la maggior parte dei nani è povera. Molto più dell’elfo più povero. A differenza degli elfi, i nani non hanno diritti. Non gli sono concesse giornate di malattia – o meglio, se stanno male, non ricevono compenso alcuno; se la produzione è scarsa, non riusciranno a sfamare le proprie famiglie e saranno costretti a vivere  al riparo di una caverna fredda e spoglia.

Non penso che i due modelli che ho incontrato nella terra della fantasia avessero rapporti con i sistemi politico-economici del secolo scorso, come il lettore disattento potrebbe affermare. Troppo facile parlare di comunismo e capitalismo. Che poi, provate a spiegargli di questi sistemi: vi diranno che siete pazzi. Io lo so, ci ho provato!
Gli elfi, più in generale, incarnano il modello del welfare di qualche anno fa: contratti a tempo indeterminato, una continuità lavorativa garantita ed un salario inteso come “quantità di monete d’oro per permettere all’elfo di sfamare una famiglia, comprarsi una casa ed almeno un cavallo”. 
Questo è il concetto di salario della passata generazione, nel mondo reale.
Il salario dei nani, invece, è inteso come “quantità di monete d’oro corrisposte al valore del lavoro svolto, alle ore lavorative effettuate, al profitto generato”.
Questo è invece il concetto di salario nella nostra generazione: decine e decine di contratti e forme lavorative che in nome di una presunta flessibilità e libertà di azione impediscono qualsiasi anelito di progettualità sul futuro per una famiglia. Sebbene entrambi i concetti di salario si traducano concretamente nel versamento di denaro in cambio di lavoro, l’idea che sta alla base del calcolo della retribuzione è radicalmente differente.
Nel nostro mondo, purtroppo, i due concetti vengono spesso a coesistere fino ad ingarbugliarsi, tanto che nessuno nota più l’enorme differenza tra salari elfici e salari nanici.
Eppure la mia generazione fa gli stessi identici lavori della generazione precedente, affiancando lavoratori elfici della generazione precedente, ma con salari nanici e con la stabilità della forma lavorativa nanica. Per lo stesso, identico servizio. Pertanto i giovani, per produrre la stessa ricchezza o lo stesso benessere (se non in molti casi addirittura di più, dato il maggiore entusiasmo, vigore ed un numero maggiore di anni e titoli di studio alle spalle) vengono retribuiti la metà, un quarto, o addirittura non vengono retribuiti, se non con una sonora pacca sulla spalla. 
Questo testo non vuole avere una conclusione, di quelle con speculazioni sociali, economiche o morali. Questo perché i testi senza conclusione lasciano l’amaro in bocca. Ecco. Proprio quel tipo di sensazione che sento ora e che vorrei trasmettere.

- L'Autore, Un sognatore che nella terra della fantasia sarebbe sicuramente un nano,
 con la spalla lussata a forza di pacche

Democrazia diretta - la democrazia ingenua



Ricordo quando, qualche anno fa, mi venne affidato, un po' per gioco e un po' per caso, il ruolo di rappresentante di classe al liceo. Mi trovavo ad una sorta di assemblea dei rappresentanti, dove si discuteva di questioni (al solito) di poco conto. Dopo qualche minuto di dibattito, si era giunti alla conclusione che andava stabilita una data per un qualche evento festaiolo che ho ormai dimenticato.
A quel punto ho preso ingenuamente la parola, esponendo il mio punto di vista, che suonava più o meno così: “Non possiamo decidere la data in questo modo, qui dentro. Trattandosi di qualcosa di pubblico interesse, dobbiamo prima consultare tutti gli studenti!”
Venni subito bacchettato dal solito pseudo-comunista un po' saccente, qualche anno più grande di me: “Ora sei tu il rappresentante, se ti hanno votato devi decidere tu per tutti”. Ricordo che ci rimasi molto male. Non so se più per la sua arroganza o per l'arroganza che a suo modo di vedere dovevo attribuirmi.

Sono passati parecchi anni, sono stato rappresentante anche del mio primo corso di laurea all'università per tutto il triennio, e nel tempo ho iniziato a maturare l'idea che quel ragazzo avesse ragione. Se ti candidi per rappresentare qualcuno, vuol dire che hai delle idee. Magari anche “ideologiche” - perché questa non è l'era delle post-ideologie come dicono molti filosofi e sociologi sapientoni che quando non capiscono qualcosa del mondo contemporaneo gli applicano l'etichetta “post-” risolvendo con questo giochetto l'impasse imbarazzante. Tra l'altro di ideologie non possiamo farne a meno, anche l'anti-ideologismo è a sua volta un'ideologia, come la democrazia diretta (ma non ditelo a nessuno!).
Se ti candidi per rappresentare qualcuno, se entri in politica, le idee le devi avere tu. Anche per chi ti ha votato.

Spesso molte idee in un primo momento impopolari sono le migliori, che vanno difese se davvero riteniamo che saranno efficaci. Le idee che fanno infiammare le folle, del tipo “facciamo decidere tutto a voi”, sono spesso le più ignobili e scadenti. Se scendi in strada e chiedi la panacea per la crisi economica, in quasi tutti i casi non avrai risposte valide. Magari suggerimenti utili, ma nessuna ricetta. Per questo se sali in politica, devi essere in grado di scrivere ricette. Altrimenti il tuo posto è meglio assegnarlo a qualcun altro.
Oggi si parla spesso di democrazia diretta su Internet, in particolare sulle pagine di un vecchio blog pubblico che si chiama col nome di una persona, che linka all'acquisto dei libri di quella stessa persona, in cui ogni commento vale meno di zero: “schizzi di merda digitali” (link), li ha chiamati quello che dà il nome al blog. Questa è democrazia diretta? Spero davvero che le idee escano da quegli schizzi di merda, perché coi referendum, anche su Internet, non si risolve nulla. Prima ci vogliono le idee. Il referendum ha una valida definizione nelle parole, attualissime ed insuperabili, di Giorgio Gaber:

Il referendum è una pratica di "Democrazia diretta"... non tanto pratica, attraverso la quale tutti possono esprimere il loro parere su tutto. Solo che se mia nonna deve decidere sulla Variante di Valico Barberino-Roncobilaccio, ha effettivamente qualche difficoltà. Anche perché è di Venezia. Per fortuna deve dire solo "Sì" se vuol dire no, e "No" se vuol dire sì. In ogni caso ha il 50% di probabilità di azzeccarla. Ma il referendum ha più che altro un valore folkloristico perché dopo aver discusso a lungo sul significato politico dei risultati… tutto resta come prima e chi se ne frega.
link

Basti pensare al finanziamento pubblico ai partiti, abolito in un referendum abrogativo del 1993... tutto resta come prima e chi se ne frega. Inoltre la complessità del reale va ben oltre ad un binario si/no: entrambi comunque interpretabili a piacimento.
In altri termini, questa della democrazia diretta è una forma molto ingenua di pensare la politica. Fa piacere al popolo, alla massa virtuale, perché ha almeno l'illusione di valere qualcosa. Come nel referendum. Ma è parimenti necessario l'intervento della concretezza e della capacità di un amministratore, di un responsabile, di uno che ci metta la faccia, che abbia delle idee e sappia plasmarle come (provvedim)enti reali e tangibili!

Io credo ancora fortemente nel ruolo dei rappresentanti politici. La democrazia diretta è l'ideologia di chi non ha idee, e preferisce delegare agli altri: prima vieni eletto e delegato per fare qualcosa, poi tu deleghi il popolo ed alla fine nessuno combina niente. Chi non ha idee, preferisce la democrazia diretta, perché ogni volta che viene chiamato in causa chiama in causa il popolo.
A questo punto tanto vale eliminare i rappresentanti e lasciar fare tutto alle macchine, facendo votare il popolo ogni settimana sulle centinaia di idee malsane proposte dal popolo stesso, in un mostruoso meccanismo enormemente complesso quanto inefficace per dare a tutti la possibilità di votare sulla Variante di Valico Barberino-Roncobilaccio, anche a Venezia. Immaginatevi quale distopia Orwell-Huxeleyana: roba che vi costruiscono una TAV tra il bagno e la cucina perché così hanno votato compattamente in maggioranza in tutto il nord Italia mentre voi a votare contrario siete in quattro gatti in Molise (sempre che esista e non sia il mondo segreto dei troll!).

Per questo ripenso spesso all'obiezione che mi fu posta al liceo. Lì ho capito che non è la partecipazione popolare a contare, quanto l'efficacia e l'efficienza di chi si mette in gioco in prima persona, con le proprie idee e la volontà di costruire un pensiero più forte, complesso e strutturato, adatto alla teoria ma soprattutto alla pratica politica. Non è arroganza, è senso di responsabilità. A dispetto di quanto spesso dichiarato da molti, oggi non è la democrazia a mancare. Mancano i rappresentanti per una buona democrazia rappresentativa.
La democrazia diretta è figlia di una grossa ingenuità, la stessa ingenuità di un giovane liceale che si trovava lì quasi per caso, e preferiva, per star tranquillo, che gli altri decidessero per sé stessi... e soprattutto per lui!

Pd – Pdl = 0

Topolino n.1956, 23 maggio 1993, pag. 17
(click per ingrandire).
Pd e Pdl sono uguali, ma di segno opposto. Apparentemente come Monti e Beppe Grillo. Sono due facce complementari della stessa politica, della medesima epoca. Laddove tuttavia la dialettica tra il professore ed il comico si esplica nel presente, quella tra Pd e Pdl è essenzialmente una battaglia appartenente al passato.
Il comico genovese e Mario Monti parlano la lingua del mondo ai due poli opposti, parlano una lingua ignota agli anziani, difficile da comprendere e spiegare a chi non l’ha studiata, a chi non la vive:  Internet, Fmi, blog, Bund, Bce, tweet, S&P, Fitch, Moody’s. La democrazia diretta contro la tecnocrazia dei poteri forti e dell’alta finanza, i cittadini senza lavoro incazzati contro le banche ed i professionisti che tutelano i propri privilegi acquisiti negli ultimi decenni. Siamo tutti d’accordo con l’austerity finché non perdiamo il lavoro; troviamo lavoro e d’improvviso Beppe Grillo e Matteo Renzi ci fanno paura, sembrano rivoluzionari fascisti, mostri biblici. Poi di nuovo, perdiamo il lavoro e vorremmo spaccare tutto. Questo marasma appartiene al presente. Ma se sottraiamo il M5S ai tecnici, o viceversa, facciamo un errore di calcolo. Nella loro complementarità, Monti e Grillo sono due cose differenti, incarnano valori differenti, sono valori differenti. Sono due idee di presente e  due proposte di futuro che non possono stare sommati nella stessa equazione, sarebbe come sommare i metri con i chili.
Non a caso ho aperto il post con l’ormai celebre vignetta di quel Topolino del 1993, episodio nel quale il sindaco, per non perdere consensi, affida ai tecnici i tagli “lacrime e sangue”, per poi lavarsene le mani con gran populismo (i tecnici sono “indipendenti”), quasi non fosse stato lui a convocarli.
Quel sindaco è il Pdl. Quel sindaco è Berlusconi. Uno che ha fatto della rimozione dell’ICI uno slogan elettorale, e che poi ha lasciato che fosse Monti a fare il lavoro sporco, a reintrodurla, per poi attaccare di nuovo lo stesso Monti per l’IMU e per la politica fiscale in genere. Berlusconi è tale e quale il sindaco di Topolino. Il governo tecnico “usato” come una marionetta nel complotto: spugna per il malcontento ed arma per il prelievo fiscale. Topolino è molto chiaro sul ruolo dei tecnici: soldi ed impopolarità.
Quel sindaco è anche il Pd. Quel sindaco è Bersani. Uno che ha da sempre difeso il Governo Monti, e che adesso si prepara ad essere, con buone probabilità, il nuovo Presidente del Consiglio; pronto a prendere le distanze dai tecnici appena gli fa comodo, in questo tale e quale a Berlusconi. Uno che ha vinto le primarie del Pd, verrebbe da dire come Obama contro Hilary Clinton. Ma all’italiana, senza un conflitto vero: o gli italiani sono tutti talmente folli da spendere (minimo) 2€ per riconfermare il nuovo rappresentante di vent’anni di cattiva politica (da “Mr. 13 milioni di euro” Lusi in giù), oppure, come è accaduto, alle primarie del Pd gli elettori (del Pd) hanno trovato un partito già schierato dalla parte del proprio segretario: regole per votare poco chiare fino all’ultimo, giovani troppo devastati dai postumi del sabato sera e dalle news domenicali di facebook (o forse, giustificandoli, solo nauseati da questa politica), i quali non avrebbero di certo riconfermato Bersani – ed i soliti vecchietti in fila dalle 8.00 del mattino per scongiurare la catastrofe-Renzi, negli ultimi mesi argomento preferito dei demonologi; i due milioni di persone che vanno ancora alla Festa dell’Unità, per intenderci. Insomma, quando inizi la maratona con 40 Km di vantaggio, vincere è come la pubblicità del “bonci-bonci-bonbonbon”.
Non ci fosse stato Renzi, davvero non avrebbe neppure avuto senso farle, queste primarie, ad esclusione del povero Vendola entrato in campo nei tempi supplementari a partita già decisa, vittima di una sospettabile vicenda giudiziaria. Quasi ha fatto meglio il Silvio, con le sue “solitarie” (cit. Fiorello), almeno ha risparmiato soldi e non ha fatto spenderne agli elettori.
Pd e Pdl sono uguali. Dopo la parentesi del governo tecnico, scudo di un modo di fare ormai appartenente al passato, ecco ripresentarsi i soliti. Redivivi. All’italiana. L’invasione degli zombie a Roma, fuori dagli studios di Cinecittà. Pd e Pdl sono uguali. Entrambi vivono solo in funzione di Berlusconi, ne sono l’incarnazione e ne sono la nemesi. Rocky 16 contro Rambo 15, con Silvester Stallone ormai ultracentenario. Pd = Pdl. Si somigliano in tutto, come se quella “l” fosse un refuso, un errore di battitura, un elemento di troppo, o forse, semplicemente  l’elemento neutro della moltiplicazione. Allora sì che i conti tornerebbero. A spiacevole sostegno di questa tesi, quella “l” di troppo sta per “libertà”. L’elemento neutro nella nostra democrazia, dove non siamo neppure liberi di scegliere i nostri rappresentanti. Li hanno già scelti i partiti, quegli stessi che scelgono anche i parlamentari; hanno deciso i propri leader con primarie fasulle, o per autoproclamazione napoleonica. "l". Elle. Libertà. Questa sconosciuta.

Berlusconi contro Bersani. Ci troviamo di fronte ad un B&B scomodo e di pessima qualità: nel mondo alberghiero delle metafore a questo punto verrebbe naturale, a parità di voto, preferire le 5 stelle al bed and breakfast. Fuor di metafora?

Governo tecnico e governo politico (trova le differenze)

Qual è la differenza tra governo tecnico e governo politico? Forse non lo abbiamo capito ancora molto bene neppure noi. Per fortuna, nella puntata di ieri di G’ Day – il programma di Geppi Cucciari in onda su La7, alla quale devo l’ispirazione per questo post – gli italiani hanno cercato di spiegarci negli intimi dettagli tecnici, politici e tecnico-politici alcune definizioni, analogie e differenze teoretiche e pratiche tra queste due forme di governo.
Mi sono permesso di estrapolare questo breve e divertente filmato per chiarire la situazione anche ai miei lettori, nello sventurato caso in cui si fossero persi la puntata.


Il governo tecnico “dovrebbe” aggiustare i tubi se c’è una perdita. Il governo politico dovrebbe, ma non fa un tubo. (92 minuti di applausi)

Ho riflettuto spesso su questo argomento, e sono giunto ad una conclusione molto banale: tutti i governi sono governi politici, e tutti i governi politici dovrebbero essere tecnici. Non solo per aggiustare i tubi, ma anche per evitare di non fare un tubo.
Mi spiego: che tutte le squadre di governo debbano in un certo qual modo essere tecniche, è un fatto assolutamente ovvio, laddove con ‘tecnici’ alludo semplicemente all’essere competenti ognuno nel settore all’interno del quale riceve l’incarico. Sembra completamente illogico assegnare il trono, che so, di un Ministero delicato come quello dell’Istruzione, ad un ex presidente della Rai – o, per dire, ad un avvocato (qualcosa mi dice che ho volutamente sbagliato esempi). Ci vuole un preside, oppure un professore, o comunque un bidello… qualcuno, insomma, che nella sQuola ci sia entrato qualche volta anche dopo il diploma. Questo immagino sia ovvio per tutti, al punto che quasi non ha senso neppure che lo scriva in questo post, né tantomeno che voi lo leggiate. Di questo passo, in breve, assegneremmo all’Economia un economista od un sociologo, alla Sanità qualcuno che sia entrato diverse volte in un ospedale non solo come paziente, e così via. Nel mondo di oggi la competenza è fondamentale – lo era anche ieri, ma un po’ di retorica bastava ad abbindolare anche il più scettico, tanto poi lo Stato offriva lavoro un po’ a tutti, e tutti erano contenti, anche se tutti i ministri facevano capo al Ministero Complicazione Affari Semplici.
Un governo politico, quindi, può non essere tecnico, ovvero può essere composto esclusivamente da politici. Che cosa sia un politico, non l’ho ancora ben capito, ma sono sicuro che un buon politico debba necessariamente essere un tecnico – nell’accezione, come ho già scritto, semplicemente di ‘competente’ nel suo settore; uno che abbia lavorato e che sappia quali sono i problemi concreti, e che non sappia esclusivamente accattivarsi l’elettorato. Quello che abbiamo tuttavia appreso dal governo del mio omonimo, è che anche i governi tecnici sono governi politici, lungi dalla falsa aura di neutralità che l’immagine del tecnico sembra promanare. 
Un bravo economista, ma anche un bravo professore, un bravo politologo, sociologo, matematico, ingegnere o tecnico che sia, può essere… di destra o di sinistra. Liberale o socialista. Può essere conservatore o credere fermamente nell’innovazione, può essere credente, ateo, agnostico, blasfemo o bigotto, oppure credere nel migliore dei mondi possibili. Il governo del mio omonimo, insomma, non è il governo tecnico in quanto tale, l’unica e possibile istanza del concetto platonico di ‘governo tecnico’. Trattasi invece di un governo tecnico, con delle idee politiche ben precise. Un governo tecnico, ma anche, e soprattutto, un governo politico. 
Un governo politico può non essere tecnico, ed i risultati dell’incompetenza li conosciamo bene. Ma un governo tecnico è necessariamente un governo politico.
Il titolo di questo post è volutamente provocatorio: di differenze rilevanti, dunque, non ve ne dovrebbero essere: la ‘tecnica’ non va affatto intesa come un’improbabile quanto robotica neutralità politica; lungi da questa idea malsana, anche il buon filosofo deve ammettere che la scienza, come la conoscenza, non è un fatto neutrale: un brandello di metafisica, di idealismi, di – sacrosante – opinioni personali non vengono spezzate neppure da un formulario di numeri o da un manuale di false certezze, né da dati oggettivi, che vanno comunque interpretati per permettere analisi e previsioni e ridurre la possibilità di errore. I tecnici non sono i gelidi manipolatori del mondo in quanto tale, ma semplicemente politici che hanno studiato un po’ di più dei politici, e che hanno lavorato un po’ di più dei politici – di poco tempo fa. Ma sono anch’essi, inevitabilmente, politici. 
Attenzione dunque: il mio omonimo triste e serioso è tutt’altro che imparziale solo perchè tecnico! Per quanto riguarda me… ahah, figuriamoci! Io con la politica non saprei da dove cominciare. Figuriamoci con la tecnica: non ho neppure idea di come si ripari un tubo! Ma forse non ho capito bene la domanda...

Distopia – stato: offline


Molto spesso la storia del pensiero ha associato al termine utopia il mito di una società perfetta ed ideale; dalla Repubblica di Platone alla cinquecentesca omonima Utopia di Thomas More, dal 1600 della Città del Sole di Campanella e della Nuova Atlantide di Francis Bacon, fino al 'socialismo utopistico' inteso come qualcosa di irrealizzabile, teorizzato da Marx, da contrapporsi al suo 'socialismo scientifico', quest'ultimo invece ancorato al materialismo storico, che avrebbe garantito un'analisi più accurata dei rapporti di produzione delle società nella storia – al fine di cambiarla. Utopia: un concetto tanto ideale e troppo lontano dalla concreta corruzione del mondo da assumere oggi un senso di grande disillusione – “utopico” è un obiettivo irraggiungibile, un proposito irrealizzabile, un concetto che mai potrà calarsi nel mondo fisico.
Il significato di distopia è l'esatto negativo di quello di utopia: da un lato abbiamo il mito di una società ideale, saggia, equa, libera e perfettamente integrata in tutte le sue parti costitutive, dall'altro lo spettro della peggiore società possibile, coercitiva, repressiva e totalitaria, molto spesso localizzata temporalmente in un futuro non troppo lontano, dove la scienza e le tecnologie finiscono per diventare un metodo di controllo ed oppressione.
Il secolo più fecondo di distopie, figlio di grandi illusioni ed altrettanti grandi ideali disillusi è proprio il 1900: da Brave New World (Il Mondo Nuovo, 1932) di Aldous Huxley a 1984 (1949, scritto nel 1948) di Orwell fino a Fahrenheit 451 (1951) di Ray Bradbury, autore tra l'altro defunto solo il 5 giugno scorso. Ma di società distopiche ne abbiamo viste diverse anche al cinema, dal buon vecchio Metropolis (1927) di Fritz Lang a Matrix (1999) degli Wachowski, passando per l'indimenticabile Arancia Meccanica (1971) di Kubrick, Star Wars (1977) di Lucas e Blade Runner (1982) di Ridley Scott, giusto per citarne alcuni.
Nel suo intervento in una recente conferenza, un docente di Antropologia Culturale mi ha ricordato una mia vecchia riflessione proprio partendo da quest'ultimo film, Blade Runner; un film ambientato in una Los Angeles distopica, grigia e deforme, dominata dall'acciaio cupo delle strutture, avvolta dal fumo e dai vapori dei sobborghi poveri, in un pianeta inquinato ed invivibile, abitato solo da uomini deboli e malati, scartati dalla società, mentre i ricchi benestanti sono già da tempo migrati verso le colonie extramondo. In una scena molto meno celebre e topica di "Ho visto cose che vuoi umani...", Rick Deckard (Harrison Ford) telefona a Rachael (Sean Young), la giovane protagonista-replicante del film. Ciò che potrebbe colpire un ragazzino di oggi è la telefonata: una banale videochiamata in quella che potrebbe tranquillamente essere una cabina telefonica (metallica e sporca) con un monitor. Dimenticavo: siamo nel 2019.


Blade Runner, telefonata del 2019.

Manca qualcosa. Qualcosa che non manca solo nel film di Scott, ma che non appare misteriosamente in tutte le distopie del futuro prodotte nel '900. Non compare nel mondo dell'eugenetica, non compare in quello del Grande Fratello, né nel mondo dei pompieri che bruciano i libri, e neppure in Guerre Stellari, seppur ambientato in una galassia lontana lontana... un oggetto di uso comune che oggi fa parte della nostra vita quotidiana, tanto da diventare spesso un amico inseparabile oppure un compagno scomodo, fino alla patologia. Manca il telefonino!!
La cosa, a ben rifletterci, è assolutamente bizzarra. Teorizzate da Maxwell e successivamente scoperte da Hertz, fino ad arrivare agli esperimenti di Marconi ed ai primi apparecchi radiotrasmettitori, le onde elettromagnetiche erano ben note già dalla fine del diciannovesimo secolo, e già nel primo ventennio del '900 furono utilizzate ampiamente per la comunicazione in ambito navale, militare ed infine civile. Perché nessuno tra i più grandi autori del '900 ha pensato al telefonino? Che fine ha fatto la (tele)comunicazione?
Io la spiegherei in questo modo: la mia impressione è che tutte le distopie sono accomunate da un grande senso di paura, disgusto e disillusione nei confronti del progresso tecnico e scientifico. Opere figlie degli orrori di due conflitti mondiali, dei regimi totalitari, della bomba atomica, terrorizzate e confuse dai primi passi della tecnologia informatica (le prime macchine erano di grandi dimensioni, pensare a piccoli dispositivi portatili con grande potenza di calcolo non era facile neppure per gli addetti ai lavori) e della genetica applicata; credo che per gli autori fosse la cosa più ovvia immaginare un futuro in cui le persone sono sempre più sole, con un regime sempre più forte ed in cui le tecnologie vivono di scopi politico-(a)morali di controllo ed (anti)estetico-ambientali di corruzione paesaggistica e visiva. Per questo nessuno poteva neppure lontanamente immaginare la nascita del tutto inaspettata di Internet, rete di reti attraverso la quale pubblico questo breve scritto, né sembrava realizzabile un sistema che ci rendesse capaci di comunicare continuamente da qualsiasi punto a qualsiasi altro senza l'ausilio di apparecchiature ingombranti ed energia elettrica. Le distopie, insomma, sono tutte rigorosamente offline.
L'unico caso che fa eccezione ovviamente è il recentissimo Matrix, dove tuttavia il nostro mondo di comunicazione è appunto illusorio, generato dal calcolatore, mentre la vera Zion è davvero molto più simile alla Los Angeles di Scott che al mondo fuori dalla finestra.
Chiudo il post con una provocazione, sicuramente un po' spinta e che non rappresenta del tutto chi la scrive, attento e vigile sul mondo di oggi, sulle nuove tecnologie e sui new media, ma di certo mai eccessivamente pessimista: l'incubo più grande paventato nel '900 per la nostra generazione era quello del regime totalitario e del potere della tecnica sull'uomo, dalle telecamere di 1984 ai replicanti di Scott. Oggi viviamo in un mondo (che sembra essere) lontano da quei timori, dove non c'è un grande uomo coi baffi al potere, ma tutto un sistema politico-economico ormai non più fatto di persone fisiche, ma fatto di azioni, di società assicurative, di investimenti e speculazioni che in tempo reale attraversano il mondo da parte a parte come lame, veloci quanto la luce, in un sistema dove non puoi perder tempo a dormire che tra un secondo il secondo precedente sarà già vecchio – neanche buono per esser ricordato come storia. Il paradosso è che siamo oggi più schiavi di quelle stesse tecnologie della comunicazione così user-friendly e così trendy e così catchy di quanto non saremmo stati in un mondo di metallo peno di fumi e di gigantografie distorte di voci orientali dove era l'oppressione vera, concreta e tangibile a dominare la società. Non c'è un grande palazzo del potere, una torre di Babele alla luce del sole. La società si è liquefatta, e ritrovarne gli atomi è diventato un duro compito – mentre le vecchie distopie, le idee che ad esse soggiacciono, apparivano granitiche e possenti almeno quanto chiare, solide nel loro ben più manifesto squallore.
Non credo che sarebbe stato possibile, nel secolo scorso, immaginare un mondo freddo e terribile senza pensare all'individuo come a qualcosa di sempre più incapace di comunicare. Il paradosso è che spesso, invece, nel mondo di oggi, saremmo probabilmente più liberi quando saremo più liberi di essere offline, di staccare la spina – perché la distopia vera, quella che si è realizzata nel mondo, oggi, è capovolta. La distopia non utopica, quella reale, è online.

Nessuna notizia dal pianeta silenzioso


Nessuna notizia dal pianeta silenzioso. Nessun segnale ai nostri ricevitori. Nulla. È con enorme dispiacere che comunichiamo ufficialmente l'interruzione dei collegamenti col pianeta azzurro. Come Centro di Ricerca Galattico sulle Forme di Vita Intelligenti dell'Universo Conosciuto, ci assumiamo tutte le responsabilità del caso; i nostri tecnici stanno lavorando alacremente per ripristinare il collegamento, tuttavia dalle prime indagini sembra che i nostri impianti di ricezione funzionino perfettamente. Con buone probabilità non ci sono più segnali di vita intelligente; più precisamente non percepiamo vibrazioni di Esistenza Culturale Interspaziale di Livello 010 o superiore.
Stando alle scansioni più recenti, alle analisi ed ai dati elaborati, il pianeta silenzioso aveva sviluppato un modello economico fortemente contraddittorio negli ultimi tre secoli. Alcuni studiosi, infatti, come il celebre dott. Xram, del Laboratorio della Costellazione Rossa, avevano già preconizzato la fine imminente dell'attività intelligente rilevabile dai nostri strumenti nel pianeta silenzioso. Gli abitanti del pianeta silenzioso avevano infatti investito le loro stesse vite, e con esse tutte le loro attività fisiche e mentali, capitalizzando un sistema economico senza via d'uscita e senza alcuna lungimiranza per la sopravvivenza attraverso i secoli. Sopraggiunta infatti una grande crisi planetaria, tutti gli abitanti del pianeta silenzioso hanno inspiegabilmente pensato di salvaguardare il sistema economico, piuttosto che preservare le loro stesse attività vitali: dopo aver passato più di un secolo ad accumulare capitali, intesi come valore economico virtuale e come produzione su larga scala di strumenti spesso inutili o facilmente intaccabili dall'obsolescenza, con enorme rapidità la produzione si è interrotta nel nome di una nuova tendenza, contraddittoria con l'intero sistema: il risparmio. In un sistema basato sull'accumulo.
I laboriosi abitanti del pianeta silenzioso hanno iniziato ad ingegnarsi, ad escogitare metodi su metodi per non pagare i beni di cui fruivano, se stessi inclusi, considerati in quanto lavoratori, poi disoccupati.
Risparmiare, appunto, e nessuno guadagnava più nulla. Tutto d'un tratto, riusciti a digitalizzare in maniera rudimentale (con il sistema binario) ogni forma espressiva, artistica – di tipo ologramma, video o suono o testo, a due o tre dimensioni, interattiva e non interattiva, sviluppata dal genio di uno o più creatori e costata da poche risorse ad enormi capitali – gli abitanti del pianeta silenzioso hanno iniziato a fruire di innumerevoli servizi, a discapito di chi, un tempo, veniva pagato per produrre, distribuire e vendere la propria arte e tali servizi di cultura ed informazione quotidiana, anche cartacea. La stessa sorte è toccata all'automazione industriale, la quale, sempre secondo l'illustrissimo dott. Xram, ha giocato un ruolo determinante sull'emorragia della disoccupazione nel pianeta silenzioso: una volta scoperto come recuperare a prezzi bassissimi le materie prime senza l'utilizzo di lavoratori (o comunque con il minimo indispensabile), il potere di acquistare un maggior numero di oggetti a prezzi sempre più bassi è finito per collassare: strumenti costosissimi apparentemente impossibili da produrre, se non in larga scala, hanno raggiunto prezzi irrisori che comunque nessuno poteva permettersi. Al contempo, le materie necessarie alla sopravvivenza iniziavano a scarseggiare e ad aumentare vertiginosamente di valore.
A tal proposito, va rilevato come i contadini più ricchi stavano via via abbandonando i campi: al loro posto torri che giravano con la forza del vento, distese di pannelli metallici che attingevano energia direttamente dalla stella più vicina (una sola), e nessuno più impegnato a coltivare il cibo che avrebbe poi dovuto sfamare la popolazione intera. Dapprima si decise che dovevano essere sfruttate le popolazioni più povere al fine di procurare il cibo per tutti, poi queste ultime divennero leggermente più ricche e pretesero lo stesso benessere degli altri e smisero di coltivare, cacciare ed allevare – mentre la popolazione del pianeta silenzioso era sempre più numerosa, e non c'era da mangiare per tutti. C'erano solo tanti pannelli, inutili, tanta energia, tante macchine e tanti computer, tante case che nessuno poteva più permettersi poiché nessuno aveva più un lavoro. Nessuno aveva più una pensione, né un diritto. Nessuno aveva più uno Stato come un tempo era ivi inteso, né come lo intendevano le antiche popolazioni, né come lo intendiamo nella nostra Galassia; anche quest'ultima istituzione era divenuta inutile, niente più città, regioni, culture e diversità. L'istruzione era gestita da un solo docente per ogni disciplina o corso esistente per l'intero pianeta (e da un manipolo di traduttori e doppiatori, per un totale di un centinaio di persone tra tutti i corsi, per tutti gli ordini di scuola e per ogni lingua, finché non si decise di imporne una per tutti), poiché si era perso l'uso di porre domande al professore e pertanto appariva più conveniente produrre lezioni-video scaricabili gratuitamente da una rete; inoltre venne liberalizzato l'uso delle armi e la libera difesa dei cittadini per sé stessi attraverso ronde autogestite, sempre per risparmiare sulla polizia. Quando le tecniche di ingegneria chimica e biomedica consentirono di utilizzare medikit ed automedicamenti per qualsiasi tipo di malattia non vi fu più bisogno di dottori specializzati; numerose panacee prodotte in fabbrica venivano smistate per tutti i continenti e per tutti i mali, esclusa la morte naturale. I politici, invece, persistevano nella loro esistenza parassitaria, anche quando non fu neppure più necessario parlare di stati, né di nazioni, né di comunità.
Queste, in una sintesi poco ragionata che verrà a breve completata e privata delle brutture linguistiche ed analitiche di questa prima bozza, sono alcune delle peculiarità del pianeta silenzioso, prima che perdessimo qualsia si forma di collegamento con le sue attività intellettuali, con le sue vibrazioni di Esistenza Culturale Interspaziale di Livello 010. Secondo le nostre supposizioni, il pianeta non è più abitato da uomini capaci di costruire una civiltà, né di preservarla con la forza del lavoro e di tutto ciò che è necessario al pensiero per sopravvivere.
Dallo spazioporto più vicino al pianeta silenzioso verranno effettuate ulteriori indagini appena le istituzioni lo riterranno più opportuno.

Fine della comunicazione.

L'ideologia nel pallone

Frequenti l’asilo, o forse la scuola elementare. Più o meno, l’età è quella – quando, tra gli amici che ti circondano, giunge l’ora del giuramento primo e definitivo. Da allora, te lo ricordo, non potrai mai più cambiare. Chi cambia una squadra con la maglia a strisce (vale a dire, tra Inter, Milan e Juve, per esser classicisti) non sarà mai un vero tifoso. Queste sono le regole. Ma tu non le temi affatto; per le scelte importanti della vita ci vogliono determinazione e freddezza.
Inizia così la tua avventura nel mondo del calcio, con una scelta, neppure troppo ponderata, su chi sosterrai per il resto della tua vita. Da allora in poi, esisteranno solo gli errori arbitrali contro la tua squadra, per i quali protesterai animatamente, e quelli a favore delle altre, che poi è la dimostrazione che tutti, dagli arbitri alla Federazione, ce l’hanno con i tuoi colori; la tua squadra sarà composta di grandi campioni, anche se galleggerà a metà classifica mentre la capolista e le dirette inseguitrici, benché plurititolate in Italia ed in Europa e tutt’ora in corsa nelle maggiori competizioni nazionali ed internazionali, quelle saranno squadre di mafiosi, ladri, assassini, incapaci e perdenti. Insomma: se cerchi un modo per vedere la realtà in maniera assolutamente distorta e confusa, non fare uso di droghe. Diventa tifoso anche tu!
La bizzarria goliardica della vita mi suggerisce ciò: essere tifoso è troppo divertente. L’uomo scientifico e razionale sa bene di essere smodatamente di parte, di eccedere in ogni esultanza e di rifuggire, volontariamente, qualsiasi valutazione oggettiva in merito al campionato di calcio. Egli lo sa, e lo fa pure apposta; quale distorsione del reale più giustificata, di quella che si manifesta nel gioco?
Ci sono, tuttavia, altre tifoserie molto più inette e regredite, che dissimulano coerenza laddove essa s’intenda come “la squadra per la quale parteggio ha sempre ragione – questo è il senso della mia coerenza”. Le vediamo tutti i giorni, per nostra sventura, in politica. Arriva un imbecille che dice “noi abbiamo fatto questo”, e l’altro ribatte “ma noi l’altra volta abbiamo fatto quest’altro, e se fossimo al vostro posto avremmo fatto ancora di più”. In campagna elettorale, dalle elezioni nazionali a quelle studentesche, sento dire con gran fervore politico che i nostri (dal lato di chi parla) hanno sempre fatto più degli altri. A parte il fatto che i “nostri” non sono nessuno, poiché il mondo procede col sudore del lavoro delle singole persone e non con le idee dei partiti o dei gruppi di potere, ma possibile che i “nostri” non sbaglino mai e che gli “altri” non abbiano mai capito niente della vita? Come nello sport, ogni ideologia è una grande tifoseria organizzata: uno si sceglie il partito, i colori, lo stemma e da lì o non cambia mai idea o, se la cambia, la cambia radicalmente. Ecco un bel modo di vedere la realtà in maniera univoca, palesemente errata ma con l’illusione di una coerenza; la coerenza di chi crede d’aver sempre ragione sugli altri, che poi sono i cattivi, gli avversari, la curva dal lato opposto dello stadio.
Io rigetterei tutte le ideologie e lascerei la fede al solo mondo dello sport. Lì almeno, si sa, lo si fa per gioco. Del resto, anche in politica, c’è chi alla fine festeggia e solleva la coppa al cielo, e chi no. Per quanto possano riecheggiare le grida delle curve degli stadi, e la roboante dialettica della realpolitik, c’è una legge immutabile che regna nello sport e nella politica, ma più in generale nel mondo – chi solleva la coppa al cielo, ha vinto. Gli altri sono tutti tifosi sconfitti, che al massimo ci sperano per l’anno prossimo. È la dura legge del gol…

Dietrologie

C'è una cosa che deve divertire un bel po' gli intellettuali, o presunti tali: tutte le volte che il loro cervello riesce ad abbracciare un fenomeno oscuro, arcano o semplicemente complesso con un disegno semplice e sbrigativo – ecco, l'orgasmo intellettuale!
Quante volte ci saremo chiesti il perché di quell'evento epocale, o perché lui ha deciso in quel modo o in quell'altro, o perché l'evoluzione di quella razza/specie/azienda di telefonini è andata a quel modo e non così come pensavamo? La dietrologia è una risposta eccezionale ad ogni parvenza di irrazionalità o di inspiegabilità. Ogni qual volta qualcosa ci sembra strano, dobbiamo necessariamente trovare una spiegazione razionale – in questo siamo tutti filosofi – ma quando non la troviamo, ecco comparire lo spauracchio del complotto, della decisione presa da una singola persona dal volto coperto e dalle grandi mani, della cospirazione del potente, del tradimento del compagno, dell'illusorietà del reale dinanzi alla tragicità del mondo vero, di un'ontologia a ben dirsi criminale!
La dietrologia funziona sempre, perché è come la magia. Se non si trovano cause naturali per la spiegazione di un fenomeno, ecco saltar fuori dal cilindro decine di cause occulte, roba che la gente normale non può affatto capire, ma che l'intellettuale (eccolo, lo vedete? Lui si sente superiore!) riesce a cogliere con agilità. “C'è troppo olio nella pasta!” - Cazzo, l'azienda agricola produttrice di olio ha corrotto il cuoco di questo ristorante! Ma potrebbero anche essere le multinazionali del ca...tering!
“La pizzetta è troppo salata!” - Elementare! Il pizzaiolo eccede con il sale per costringerti a pagare anche la bibita, che poi costa il triplo, rispetto al supermercato!
“Il sindaco ha sostituito l'incrocio col semaforo con una rotatoria!” - Dev'essere un'idea di Berlusconi per rallentare il traffico in direzione Perugia, dimodoché la giunta di centrosinistra del comune limitrofo subisca un calo del 5% sugli ingressi al secondo (calcolato in i/s) rivedendo gli investimenti ed i traguardi nel bilancio turistico dell'anno solare.
“Il concerto dei Metallica è stato rinviato!” - Ah, di sicuro son stati gli alieni, oppure è un complotto del Papa contro i metallari!
Mi sembra di sparare idiozie, eppure, d'altra parte, non mi sembra affatto di farlo. Se ne sentono spesso, di simili, talvolta più divertenti perché terribilmente vere. Il problema di chi va a caccia di bufale (penso a gruppi di eroi tipo il CICAP) è che può sempre capitare che le bufale non siano bufale, benché in molti casi, ovverosia quasi tutti, lo siano davvero. Mi viene da pensare a Calciopoli; si poteva anche ragionevolmente supporre, cosa che probabilmente facevo anch'io, nella mia onestà, che l'odio verso la Juventus fosse tanto viscerale da spingermi a gridare al complotto in ogni caso – salvo poi scoprire che il complotto c'era, anche se nettamente meno profondo di ciò che dipingono i media (le grandi squadre hanno più potere decisionale nel Campionato italiano, ed influenzano maggiormente gli arbitri... questo è palese per tutti, tranne che per i tifosi). Ma la bomba è sempre dietro-logicamente l'angolo, come se Maurizio Mosca fosse ancora tra noi.
Alla gente, tutto sommato, le bombe piacciono – e le dietrologie pure. Ci sono tanti tipi di dietrologie, laddove talvolta il complotto è manifesto ai creduloni (si, sono gli ebrei che avvelenano l'acqua!), ce ne sono invece altri, quelli degli intellettuali seri e geniali, che hanno un intreccio più intricato dei casi strizzacervelli per bambini del Detective Conan (non c'è stato nessuno sbarco sulla luna, serviva agli americani come pubblicità; l'11 settembre è stata un'idea di Bush; il Papa ha simulato l'attentato, altrimenti non si sarebbe salvato... altroché totus tuus!).
In tutte queste storie, gran parti delle quali inventate, insorge un desiderio atavico di sociologia (anagramma di “ciò lo so già!”), vale a dire un voler spiegare fenomeni complessi ed eminentemente sociali, ovvero che coinvolgono l'opinione di tutti e le colpe di molti, e ricondurle ad un'unica causa demonologica, in maniera un po' sbrigativa ma talvolta brillante. Il buon narratore di dietrologie ha pure i suoi personaggi, che non sono Batman o Pikachu o l'Ispettore Gadget, bensì il capitalismo, il Presidente (degli USA, quello italiano, quello della chiesa... ehr... il Papa), i comunisti, gli ebrei, i massoni, gli alieni etc. Alcuni di questi personaggi sono indubbiamente reali ed hanno davvero le “mani in pasta” in diverse questioni (gli alieni, ad esempio), mentre altri sono troppo assurdi per esistere davvero (Berlusconi in primis), ma tutti condividono un ruolo fondamentale, se non l'unico, nell'intero disegno del giga-complotto.
Spesso la risposta alle grandi dietrologie è un'onestissima presa di posizione nei confronti di grandi questioni intellettuali tipiche della sociologia: l'accettare che esistono fenomeni mostruosamente complessi, molto più degli alieni o degli spiriti. La ragione per la quale ora mi trovo a lavoro, su di un piccolo PC a scrivere appunti non è riconducibile ad un'unica causa sociale (anche se di sicuro l'idea originale è di Berlusconi!), ma ad un mix caotico di scelte individuali, scelte collettive, ma anche, se mi permettete, del caso. La ragione per la quale oggi piove non è di certo del governo ladro, o forse no? Dicono che sia una cospirazione dei venditori d'ombrelli!
La ricerca della verità è cosa da filosofi, non da imbroglioni, né da saltimbanchi dei fenomeni sociali. Spesso la verità è inafferrabile nella sua totalità, ne possiamo attingere solo parti, poiché si manifesta in maniera troppo variegata e caleidoscopica per le nostre limitate capacità di analisi – cazzo, questo almeno accettiamolo!
Benché non possa verificare empiricamente se l'uomo è davvero stato sulla luna, o se Yuri Gagarin si è fatto un bel giretto intorno al globo o era tutta una messinscena, o se l'11 settembre me lo sono sognato o se Bin Laden è o meno una costruzione mediatica, posso comunque farmi un'opinione, riconoscendo di trovarmi dinanzi a fenomeni sui quali posso al massimo fare ricerche per sviluppare un mio pensiero, ma che di certo non riuscirò ad abbracciare completamente nonostante le mie numerose speculazioni. La dietrologia, in questi casi, è la via più breve per mettere in archivio la complessità, per sbattere in un cassetto buio un fascicolo un po' scomodo e con troppe pagine che spesso non hai neppure voglia di leggere.
Vagli a spiegare agli altri che sei solo un intellettuale sfigato – e che la colpa, se gli idioti del common sense non l'hanno ancora capito, è indubbiamente degli alieni!

L'artificiere democratico

Riflettendo sugli eventi recenti che mi hanno visto coinvolto, di questi ultimi tempi, in quanto amministratore di un forum e rappresentante degli studenti del mio corso di laurea, nonché partendo da riflessioni sulla politica italiana dell'ultimo periodo in materia di istruzione, m'è venuta in mente questa storiella molto banale.
Ci troviamo in un grande complesso aziendale, fuori città. In uno degli uffici, squilla il telefono. È un addetto del servizio di sicurezza, che ha appena trovato un timer collegato a quello che sembra essere un ordigno artigianale, nel piano sotterraneo dell'edificio. A rispondere, invece, è un impiegato anziano, assunto da poco, con un passato da artificiere, che immantinente riattacca la cornetta e si fionda sul luogo.
Ad attenderlo, due responsabili della sicurezza, tre operai ed una donna, addetta alle pulizie. Questi sono tutti al contempo terrorizzati ed incuriositi, pronti ad uscire e dare l'allarme in caso di necessità.
L'artificiere osserva l'ordigno con attenzione e scuote il capo, in segno di disfatta: manca un minuto all'esplosione.
C'è una speranza. l'artificiere scopre che l'ordigno è collegato al timer da due fili principali, attorcigliati tra loro.
Il dilemma è classico: un filo rosso ed uno blu, ed un paio di forbici prese dagli arnesi della donna delle pulizie. Uno è quello che collega il timer all'ordigno, l'altro è quello che lo innesca. Ma non c'è nulla che offra al professionista, in così poco tempo, abbastanza informazioni sul da farsi. Ne deve tagliare uno, ed in fretta.
Ora, l'artificiere è un convintissimo democratico, e per non escludere nessuno dei presenti da una decisione tanto importante, quali le stesse vite dei sei presenti (e dell'intero complesso aziendale), chiede a tutti quale scegliere tra le due opzioni. Sommando le proposte con la sua, sette in totale, sceglie il filo (solitamente viene tagliato il rosso nei paesi occidentali, il blu in quelli orientali ed ex-sovietici). La probabilità che l'ordigno esploda è intorno al 50%. Ma... Ka-boom!!
Il dado è tratto, e sfortunatamente il filo corretto era l'altro. A breve giungeranno sul posto i giornalisti.

Se invece l'artificiere avesse escluso gli incompetenti del settore, avrebbe forse anche scoperto che uno dei due addetti alla sicurezza presenti, in gioventù, ha lavorato come elettricista; e che, se interpellato, avrebbe avuto un consiglio da dare per congelare, con buona probabilità (quindi senza certezza assoluta) il timer, all'apparenza rudimentale, garantendo almeno qualche ora per permettere l'evacuazione dell'edificio e l'arrivo di altro personale per il disinnesco. Le probabilità di salvezza, insomma, sarebbero state di gran lunga maggiori.

Questo è ciò che spesso accade in democrazia; si bada spesso a sentire l'opinione di tutti, perché la scelta riguarda tutti, per poi fare la scelta sbagliata (o rischiare di farla), piuttosto che quella di pochi e fare con buona probabilità la scelta giusta.
Questa “dittatura dell'ignoranza” è l'aspetto più temibile della democrazia, perché per decisioni estremamente complesse e parimenti importanti, le poche persone davvero competenti che conoscono la soluzione migliore vengono affossati dal mare magnum di idioti che finiscono poi per prendere la decisione errata.

Tratto dal mio vecchio blog.