Il gattino induttivista

In un giorno di questi, tornando a casa, giunto alla soglia del portone interno del piano superiore, m'è capitato di trovar infilata la chiave sulla toppa, come si è soliti lasciare nell'attesa del rientro qualcuno, ed il portachiavi tutto maciullato e lacerato, come se un qualche animale vi si fosse avventato per rabbia o per gioco.
Dopo diverse congetture, ne ho dedotto che il colpevole non poteva essere altri che un gatto tra i quattro che condividono con me e famiglia la tranquillità domestica. La conferma del colpevole l'ho avuta qualche giorno dopo, quando, in cucina, forse ardentemente desideroso d'uscire verso il cortile, il piccolo micetto ha effettuato due gran balzi verso la piccola maniglia della porta in legno, e colle sue deboli zampine, tutte rigide nello sforzo di un colpo, sfruttando il suo peso è riuscito infine ad aprire la porta – ed uscire con tutta calma.
Alla luce di ciò, pur essendo il sottoscritto molto più limitato d'ingegno dei vari Detective Conan, Jessica Fletcher (aka la Signora in Giallo), MacGyver o Sherlock Holmes (soprattutto l'ultimo con Robert Downey Jr.), mi è parso subito evidente come il portachiavi rovinato dinanzi al portone di casa altro non fosse che la prova di un tentativo di entrare in casa, fallito, in cui il povero micetto non è riuscito nell'intento di aprire, poiché il portone, a differenza di altre porte, è chiuso a chiave – la maniglia sarebbe stata comunque troppo dura e pesante per i suoi piccoli arti.
Non so esattamente se il mio gatto, fattosi filosofo, s'è mai chiesto la ragione per la quale vengono costruite delle porte con delle maniglie, talune più facili da aprire, altre apparentemente insuperabili. Semmai si fosse posto tale quesito, non ne avrebbe certamente tratto la conclusione che la costruzione di porte è utile alla conservazione della proprietà privata; il giusnaturalismo felino nasce, miagola e muore nove volte entro e non oltre i privilegi opportunistici delle mura domestiche.
Quel che più va messo in luce, tuttavia, è che non c'è bisogno di avanzate tecniche di brain imaging per sapere che il gatto non conosce il funzionamento della serratura mediante il quale la maniglia, o la chiave, interagisce con l'intero sistema-porta, aprendo il passaggio. Del resto, sfido anche i padroni umani a saper descrivere dettagliatamente il meccanismo interno della serratura della prima porta che trovano dinanzi. Probabilmente non lo sanno neanche loro.
Quel che conta, per il gattino induttivista, è capire che, dopo alcuni tentativi, alcune porte si aprono, altre no. Ora dovrà perfezionare le sue conoscenze e capire quali obbediscono alla legge se esercito una pressione sulla maniglia la porta si apre. Quella della cucina lo fa, il portone di casa no. Capire poi il meccanismo attraverso il quale la porta si apre, e perché ciò accade, sarebbe un ulteriore passo avanti per le conoscenze feline, ma temo che la biologia non accetti ancora un simile aufklärung per i piccoli quadrupedi.
Congetture a parte, ora quel furbastro del mio gatto sa aprire le porte.
Un noto matematico ha dato in pasto alla speculazione filosofica un povero tacchino induttivista, il quale, convinto com'era della fondatezza della sua inferenza scientifica per la quale il padrone mi porta da mangiare tutte le mattine, quasi non si avvide neppure dell'errore, quando, alla vigilia di Natale, fu sgozzato – e fu il tacchino, non a mangiare, ma ad esser mangiato, durante il gran pranzo del giorno seguente. Qui il pennuto, in un esempio estremo, s'è fatto la figura dell'ingenuo, e pure le certezze della scienza, anch'esse fondate su criteri induttivi.
Il gattino induttivista, al contrario, miagola e ruggisce ancora più forte delle speculazioni di quei filosofi, i quali, troppo divertiti nel divertente gioco d'abbatter torri e certezze col potere caustico della critica e della ragione, non hanno parimenti provato gusto nel mirare l'ingegno del piccolo felino che apre le porte pur senza sapere come funzionano, come la scienza conosce il mondo pur ricusandone l'ontologia – ora e sempre.
La lezione del micetto a uomini e tacchini è dimostrare che non è tanto l'induzione ad esser fallace, bensì la certezza che essa sia garante di proposizioni che siano sempre e costantemente vere, per tutte le porte ed in tutti i casi – eccezion fatta, ovviamente, per l'induzione matematica. Ciò che conta davvero, oltre il chiacchiericcio di certa filosofia, è l'esperimento scientifico, il cimento, la prova, il continuo tentativo d'aprir porte e di progredire nella conoscenza, sperimentare per corroborare o falsificare le proposizioni, per comprendere i meccanismi che si nascondono oltre le serrature del mondo.
Talvolta, nello sperimentare, certe porte inspiegabilmente non si aprono e certi portachiavi di bassa qualità vanno in frantumi. Non è poi un dramma, del resto, né per la scienza né per il mondo felino.

L'ideologia nel pallone

Frequenti l’asilo, o forse la scuola elementare. Più o meno, l’età è quella – quando, tra gli amici che ti circondano, giunge l’ora del giuramento primo e definitivo. Da allora, te lo ricordo, non potrai mai più cambiare. Chi cambia una squadra con la maglia a strisce (vale a dire, tra Inter, Milan e Juve, per esser classicisti) non sarà mai un vero tifoso. Queste sono le regole. Ma tu non le temi affatto; per le scelte importanti della vita ci vogliono determinazione e freddezza.
Inizia così la tua avventura nel mondo del calcio, con una scelta, neppure troppo ponderata, su chi sosterrai per il resto della tua vita. Da allora in poi, esisteranno solo gli errori arbitrali contro la tua squadra, per i quali protesterai animatamente, e quelli a favore delle altre, che poi è la dimostrazione che tutti, dagli arbitri alla Federazione, ce l’hanno con i tuoi colori; la tua squadra sarà composta di grandi campioni, anche se galleggerà a metà classifica mentre la capolista e le dirette inseguitrici, benché plurititolate in Italia ed in Europa e tutt’ora in corsa nelle maggiori competizioni nazionali ed internazionali, quelle saranno squadre di mafiosi, ladri, assassini, incapaci e perdenti. Insomma: se cerchi un modo per vedere la realtà in maniera assolutamente distorta e confusa, non fare uso di droghe. Diventa tifoso anche tu!
La bizzarria goliardica della vita mi suggerisce ciò: essere tifoso è troppo divertente. L’uomo scientifico e razionale sa bene di essere smodatamente di parte, di eccedere in ogni esultanza e di rifuggire, volontariamente, qualsiasi valutazione oggettiva in merito al campionato di calcio. Egli lo sa, e lo fa pure apposta; quale distorsione del reale più giustificata, di quella che si manifesta nel gioco?
Ci sono, tuttavia, altre tifoserie molto più inette e regredite, che dissimulano coerenza laddove essa s’intenda come “la squadra per la quale parteggio ha sempre ragione – questo è il senso della mia coerenza”. Le vediamo tutti i giorni, per nostra sventura, in politica. Arriva un imbecille che dice “noi abbiamo fatto questo”, e l’altro ribatte “ma noi l’altra volta abbiamo fatto quest’altro, e se fossimo al vostro posto avremmo fatto ancora di più”. In campagna elettorale, dalle elezioni nazionali a quelle studentesche, sento dire con gran fervore politico che i nostri (dal lato di chi parla) hanno sempre fatto più degli altri. A parte il fatto che i “nostri” non sono nessuno, poiché il mondo procede col sudore del lavoro delle singole persone e non con le idee dei partiti o dei gruppi di potere, ma possibile che i “nostri” non sbaglino mai e che gli “altri” non abbiano mai capito niente della vita? Come nello sport, ogni ideologia è una grande tifoseria organizzata: uno si sceglie il partito, i colori, lo stemma e da lì o non cambia mai idea o, se la cambia, la cambia radicalmente. Ecco un bel modo di vedere la realtà in maniera univoca, palesemente errata ma con l’illusione di una coerenza; la coerenza di chi crede d’aver sempre ragione sugli altri, che poi sono i cattivi, gli avversari, la curva dal lato opposto dello stadio.
Io rigetterei tutte le ideologie e lascerei la fede al solo mondo dello sport. Lì almeno, si sa, lo si fa per gioco. Del resto, anche in politica, c’è chi alla fine festeggia e solleva la coppa al cielo, e chi no. Per quanto possano riecheggiare le grida delle curve degli stadi, e la roboante dialettica della realpolitik, c’è una legge immutabile che regna nello sport e nella politica, ma più in generale nel mondo – chi solleva la coppa al cielo, ha vinto. Gli altri sono tutti tifosi sconfitti, che al massimo ci sperano per l’anno prossimo. È la dura legge del gol…

Il Ramingo che non hai mai conosciuto

Il ramingo che non hai mai conosciuto – egli sa che cos'è l'amicizia. Per le foreste si posa il suo sguardo ed avvince a sé la natura in un sospiro. Poi svanisce nella selva, al prossimo lungo passo silenzioso. Egli non vive per quelle piante, per quelle foglie, per quei rami e per quei fiori, egli parla loro con dolcezza, prima di voltarsi e svanire. Il ramingo che non hai mai conosciuto non tradisce chi incontra, ma incontra spesso il tradimento. Egli lo affronta con le sue grandi mani, ma non cinge il suo collo - bensì adopera quelle braccia forti per stringere il corpo e riscaldare il cuore afflitto. Il ramingo che non hai mai conosciuto non parla spesso. Egli dice solo quello che sa, e sul resto tace. Egli non vive le sue compagnie con le parole, ma coi pensieri. Il ramingo che non hai mai conosciuto – egli è un uomo, e non conosce la perfezione né la rettitudine. La sua forza è viva e si nutre delle lacrime di chi in lui trova conforto, il suo coraggio nasce dall'egoismo di chi desidera la propria serenità sotto i cieli tempestosi. Chi ha parlato con quel viaggiatore nostalgico, chi ha condiviso il suo tempo con quel viandante infaticabile e solo si sente come se ci parlasse da sempre – eppure spesso non è neppur certo d'avergli davvero parlato. C'è chi è convinto che egli viva nel cuore di ognuno, mentre altri si chiedono perché in alcuni cuori egli non sosti mai per riposare.
Ma il mondo vuol sapere che egli c'è, ovunque si trovi, sa che egli è anche dove deve essere. Qualsiasi cosa accada, eccolo comparire tra i cespugli, tra i ramoscelli spezzati dal vento – per questo egli non è mai in alcun luogo, o così sembra alle anime serene. Egli è dove dev'essere, e la sua amicizia col mondo, egli la chiama in molti modi. Nessuna di queste parole è nel cuore degli uomini, per questo nessuno sa cosa l'amicizia sia davvero. Forse anche il ramingo che non mai mai conosciuto non conosce il senso profondo delle sue stesse, abissali parole, forse sa anch'egli che la sua amicizia col mondo non può essere nominata dal mondo delle sue amicizie, eppure, nell'impalpabile di ciò che il linguaggio non coglie, c'è qualcosa che egli conosce bene. Diffidate dunque del modo in cui interpreterete le sue parole ed i suoi gesti – egli è il custode dell'amicizia, proprio perché vede nell'anima delle cose, anche quando l'anima delle cose non lo vede; egli è già sparito per danzare insieme ad altre anime, a dar loro vita, energia, gioia e conforto. Egli è un ramingo, e forse l'hai conosciuto anche tu, prima che svanisse di nuovo nella foresta.

Meaninglessness V

I don't give a fuck – if you hate me! Insensato quanto inesatto continuare a sostenere i toni di una discussione già terminata nell'incipit. Non v'è alcuna scelta che rassomigli ad una esclusività, laddove s'intenda come esclusione del protagonista o della nemesi nell'intreccio. Non vi sarebbe, del resto, alcun intreccio senza personaggi da contemplare, da schernire dall'altezzosità delle platee e dai babbei dei loggioni. I personaggi, questi canovacci omologati in cerca di un palco, reclamano imperiosi una qualche identità laddove questa è già data. Avvinti dall'intuitività di un manicheismo abbietto, non sarà l'impresa del pubblico ad indicare l'analisi corretta di una qualsivoglia situazione scenica. You know that I don't fuckin' care if I exist as the stranger – or barking and screaming like a lost soul in danger.
L'epilogo redime il redentore, o forse si avvede, povero idiota, che la vera assenza è proprietà esclusiva del narratore nel narrato. Neppure poi tanto, a dirla tutta, quando il narratore non vive in simbiosi con la nemesi, né in tutti i casi contrari, in cui la nemesi è qualcosa di lontanamente assimilabile a ciò che le righe non dicono, ma suggeriscono. Resterebbero sole le colonne, cadute ed implose, sciabordanti nel declino che resta a chi sceglie di cadere. Non riguarda affatto me.
Abbiamo lungamente cercato un'assenza, lontano dal palcoscenico. Non l'abbiamo trovata, non la troveremo in quanto essenza. Noialtri, del resto, ce ne fottiamo da parecchi punti di vista – c'è un orgoglio, chiuso in quel cassetto, che non mi dispiacerebbe estrarre di nuovo. Esso è il senso ultimo della sconfitta – l'amor fati che si fa amore per la sconfitta, e la redime in vittoria.
Ecco il paradosso della narrazione; il giubilo della contraddittorietà! Ecco la sensazione che il narratore può obliare nel testo, annichilendosi a parte non detta. Si istituisce una nemesi, poiché è dalla contrapposizione di opposti che il sé diventa altro e torna come un sé definito, e così il motore della storia procede lungo il suo dannato percorso... ho l'impressione tiepida che spesso non farebbe male a deragliare, su quei binari poco sicuri.
Purtuttavia non gradisco le possibilità offerte dall'indecisione; non ve n'è alcuna, oltre i vuoti sofismi del discorrere mondano. Non sono l'autore che si sceglie una strada – le scelgo sempre un po' tutte, e senza obliarmi. Ho rinvenuto una linea guida, lungo il percorso, che suole farsi chiamare, per l'eccellenza della sua natura solida, integrità.
Forse la nemesi s'avvede di questo mio scacco, e ne gode, infinitamente. O forse è doppiamente sconfitta da un atteggiamento freddo e lontano, come la bora invernale. O forse ancora, e questo lo si da più per certo, l'integrità ridotta a macerie può determinare l'irreversibile rinuncia del narratore. Un po' come Iddio, quando quel celebre mattino si rabbuiò nel volto, e s'irrigidì, e si pentì con se stesso per tutto l'orrore creato e volle gettare via ogni cosa, ricominciare, ma non lo fece. Preferì eclissarsi nella miseria che portiamo in dote – la sua fottuta eredità.
Cosa scelgo dunque per queste mie carni e questo mio inchiostro? Cosa ribatto agli schiamazzi che negano questo silenzio? Un forte desiderio di sparire, lentamente, come una stella troppo saggia per irradiare il cosmo circostante – che lentamente se ne va, a capo chino, poiché nessuno può ammirare quella luce. Nessuno ha idea di che cosa sia navigarne i mari infuocati. Nessuno.
Ironico? Ironico. Proprio ora – non lo sentite? – proprio ora è tutto un clamore di suoni. Rintocchi. O forse squilla così la vita? O forse non v'è alcun legame che spezzi le mie convinzioni? O forse non vi sono convinzioni che spezzano i legami tra la mia mente e la debolezza sempre crescente, imperiosa e soverchiante, del mondo che mi abbatte? O forse è il mondo a cedere all'impeto dell'energia che disperdo, solo per fermare gli eventi, a costo di fermare me stesso? 

Poesie 1.0

1

La cercano tutti
a modo loro
eppure – neppure
troppo.
Non ne trovi che
sottilissime
impalpabili
come spiriti notturni
dovunque e in nessun luogo
queste nostre piccole
gocce di gioia.
Avidi, insaziabili, noialtri.
Non smetteremmo mai di trangugiare
ciò che nasce per essere
delicatamente
sorseggiato.

La felicità non è
– esclusivamente;
assenza di dolore.
È soltanto una goccia in meno
di una lacrima.



2

C'era un silenzio, lungo le vie
del paese a valle
neanche troppo rumoroso,
per non negarsi affatto. Riposava.
Non avrebbe mai smesso.
Se solo avesse saputo...
Assente, anch'io
rintanato alla finestra
di chi è fuggito
per qualche ora
dal freddo della solitudine
di un ricordo senza voce.
Avevo solo provato a seguirlo
invano
fino al risveglio.

3

Caducità. Nient'altro
d'autunno, sugli alberi
dal cielo e sulla terra.
Di foglie, pioggia e fango
dipingono il sentiero
coi loro colori tristi.
Appiccicosi
come un destino ineluttabile
che vorresti lavarti via.

4

Al regno dei cieli ascese
_invero_
un solo uomo.
<egli mentiva>.
Si; come un marxista
che non racconta niente
con parole vuote
del _suo_ socialismo del domani.
Non verrà alcun regno
degli umili, degli uguali
e dei virtuosi.
Thy kingdom come.
Come _non_ l'ha descritto
il Profeta – a suo modo,
una vuota metafora.
Discendete nell'abisso
degli uomini.
<costoro mentiranno>.
Nel vero vi arrampicherete.
Con le vostre braccia
è nella verità della vita
nell'umiltà del sudore
che si ascende, indefinitamente
verso l'alba di domani.
È un mondo vero anche questo
_che vi siete costruiti.
@
Your kingdom come.
(così muore l'arcaismo
<mentiva>).

5

Ogni collina un campanile
nelle nostre campagne
che arrivi in paese
e mediti, errabondo,
tra tutta quella gente
che veste e parla di modernità.
Solleva lo sguardo.
Le campane, in cima
quasi a sfidare il cielo
chiamano il tuo nome
il tuo stupore
la tua meraviglia.
E la salita, la fatica
il fiato che si spezza
il vociare che si fa lontano
l'ascesa nei ricordi del tempo
dal lontano tempo dei ricordi.
Dominato
dall'alto
il torreggiante paese
ne vorresti dominare ognuno
e questo e quello e l'altro, laggiù
oltre quella valle
per ogni collina, per ogni campana.
Osserverai le lucine
gialle, rosse, sulle mura scrostate
fortificate, antiche, cadenti, rustiche
delle case, e gli doneranno vita
quelle lucciole fluttuanti sulle pareti,
quelle creature danzanti nel buio.
C'è un mondo nuovo in ogni contrada
nella semplicità del paese, che la città
ha obliato negli anni.
Ne vedi il segno dall'alto, oltre la staccionata
dalle mura l'autostrada, i camion
lontani e veloci – e tu, immobile
dalla stasi del tempo, la città vecchia.
Poi ancora sotto la gente al bar
che discorre sul campionato
e non ha orizzonti verticali;
accecati dalle luci degli uomini
che si fanno miti dalla tua prospettiva.
L'unica via che resta,
per rivivere il passato, è salire
a piccoli passi,
per ogni campanile,
per ogni collina
nell'umiltà di un sogno antico.

Dietrologie

C'è una cosa che deve divertire un bel po' gli intellettuali, o presunti tali: tutte le volte che il loro cervello riesce ad abbracciare un fenomeno oscuro, arcano o semplicemente complesso con un disegno semplice e sbrigativo – ecco, l'orgasmo intellettuale!
Quante volte ci saremo chiesti il perché di quell'evento epocale, o perché lui ha deciso in quel modo o in quell'altro, o perché l'evoluzione di quella razza/specie/azienda di telefonini è andata a quel modo e non così come pensavamo? La dietrologia è una risposta eccezionale ad ogni parvenza di irrazionalità o di inspiegabilità. Ogni qual volta qualcosa ci sembra strano, dobbiamo necessariamente trovare una spiegazione razionale – in questo siamo tutti filosofi – ma quando non la troviamo, ecco comparire lo spauracchio del complotto, della decisione presa da una singola persona dal volto coperto e dalle grandi mani, della cospirazione del potente, del tradimento del compagno, dell'illusorietà del reale dinanzi alla tragicità del mondo vero, di un'ontologia a ben dirsi criminale!
La dietrologia funziona sempre, perché è come la magia. Se non si trovano cause naturali per la spiegazione di un fenomeno, ecco saltar fuori dal cilindro decine di cause occulte, roba che la gente normale non può affatto capire, ma che l'intellettuale (eccolo, lo vedete? Lui si sente superiore!) riesce a cogliere con agilità. “C'è troppo olio nella pasta!” - Cazzo, l'azienda agricola produttrice di olio ha corrotto il cuoco di questo ristorante! Ma potrebbero anche essere le multinazionali del ca...tering!
“La pizzetta è troppo salata!” - Elementare! Il pizzaiolo eccede con il sale per costringerti a pagare anche la bibita, che poi costa il triplo, rispetto al supermercato!
“Il sindaco ha sostituito l'incrocio col semaforo con una rotatoria!” - Dev'essere un'idea di Berlusconi per rallentare il traffico in direzione Perugia, dimodoché la giunta di centrosinistra del comune limitrofo subisca un calo del 5% sugli ingressi al secondo (calcolato in i/s) rivedendo gli investimenti ed i traguardi nel bilancio turistico dell'anno solare.
“Il concerto dei Metallica è stato rinviato!” - Ah, di sicuro son stati gli alieni, oppure è un complotto del Papa contro i metallari!
Mi sembra di sparare idiozie, eppure, d'altra parte, non mi sembra affatto di farlo. Se ne sentono spesso, di simili, talvolta più divertenti perché terribilmente vere. Il problema di chi va a caccia di bufale (penso a gruppi di eroi tipo il CICAP) è che può sempre capitare che le bufale non siano bufale, benché in molti casi, ovverosia quasi tutti, lo siano davvero. Mi viene da pensare a Calciopoli; si poteva anche ragionevolmente supporre, cosa che probabilmente facevo anch'io, nella mia onestà, che l'odio verso la Juventus fosse tanto viscerale da spingermi a gridare al complotto in ogni caso – salvo poi scoprire che il complotto c'era, anche se nettamente meno profondo di ciò che dipingono i media (le grandi squadre hanno più potere decisionale nel Campionato italiano, ed influenzano maggiormente gli arbitri... questo è palese per tutti, tranne che per i tifosi). Ma la bomba è sempre dietro-logicamente l'angolo, come se Maurizio Mosca fosse ancora tra noi.
Alla gente, tutto sommato, le bombe piacciono – e le dietrologie pure. Ci sono tanti tipi di dietrologie, laddove talvolta il complotto è manifesto ai creduloni (si, sono gli ebrei che avvelenano l'acqua!), ce ne sono invece altri, quelli degli intellettuali seri e geniali, che hanno un intreccio più intricato dei casi strizzacervelli per bambini del Detective Conan (non c'è stato nessuno sbarco sulla luna, serviva agli americani come pubblicità; l'11 settembre è stata un'idea di Bush; il Papa ha simulato l'attentato, altrimenti non si sarebbe salvato... altroché totus tuus!).
In tutte queste storie, gran parti delle quali inventate, insorge un desiderio atavico di sociologia (anagramma di “ciò lo so già!”), vale a dire un voler spiegare fenomeni complessi ed eminentemente sociali, ovvero che coinvolgono l'opinione di tutti e le colpe di molti, e ricondurle ad un'unica causa demonologica, in maniera un po' sbrigativa ma talvolta brillante. Il buon narratore di dietrologie ha pure i suoi personaggi, che non sono Batman o Pikachu o l'Ispettore Gadget, bensì il capitalismo, il Presidente (degli USA, quello italiano, quello della chiesa... ehr... il Papa), i comunisti, gli ebrei, i massoni, gli alieni etc. Alcuni di questi personaggi sono indubbiamente reali ed hanno davvero le “mani in pasta” in diverse questioni (gli alieni, ad esempio), mentre altri sono troppo assurdi per esistere davvero (Berlusconi in primis), ma tutti condividono un ruolo fondamentale, se non l'unico, nell'intero disegno del giga-complotto.
Spesso la risposta alle grandi dietrologie è un'onestissima presa di posizione nei confronti di grandi questioni intellettuali tipiche della sociologia: l'accettare che esistono fenomeni mostruosamente complessi, molto più degli alieni o degli spiriti. La ragione per la quale ora mi trovo a lavoro, su di un piccolo PC a scrivere appunti non è riconducibile ad un'unica causa sociale (anche se di sicuro l'idea originale è di Berlusconi!), ma ad un mix caotico di scelte individuali, scelte collettive, ma anche, se mi permettete, del caso. La ragione per la quale oggi piove non è di certo del governo ladro, o forse no? Dicono che sia una cospirazione dei venditori d'ombrelli!
La ricerca della verità è cosa da filosofi, non da imbroglioni, né da saltimbanchi dei fenomeni sociali. Spesso la verità è inafferrabile nella sua totalità, ne possiamo attingere solo parti, poiché si manifesta in maniera troppo variegata e caleidoscopica per le nostre limitate capacità di analisi – cazzo, questo almeno accettiamolo!
Benché non possa verificare empiricamente se l'uomo è davvero stato sulla luna, o se Yuri Gagarin si è fatto un bel giretto intorno al globo o era tutta una messinscena, o se l'11 settembre me lo sono sognato o se Bin Laden è o meno una costruzione mediatica, posso comunque farmi un'opinione, riconoscendo di trovarmi dinanzi a fenomeni sui quali posso al massimo fare ricerche per sviluppare un mio pensiero, ma che di certo non riuscirò ad abbracciare completamente nonostante le mie numerose speculazioni. La dietrologia, in questi casi, è la via più breve per mettere in archivio la complessità, per sbattere in un cassetto buio un fascicolo un po' scomodo e con troppe pagine che spesso non hai neppure voglia di leggere.
Vagli a spiegare agli altri che sei solo un intellettuale sfigato – e che la colpa, se gli idioti del common sense non l'hanno ancora capito, è indubbiamente degli alieni!

Lei è (fantasiosamente tratto da personaggi reali)

Lei è 
(fantasiosamente tratto da personaggi reali)

I

Prima di incontrare la fata Alseide, potresti sognare un impervio sentiero boschivo. Riflesse sullo specchio d'acqua silvano ed oscuro del tuo pensiero, non ti avvedrai delle dieci, cento, mille porte che attraverserai lungo la via: ogni porta conduce ad un mondo, ed ogni mondo possiede una sua realtà. Non ti sveglierai dal sonno né sognerai due volte allo stesso modo, poiché Alseide non è né di quel mondo né di quell'altro né di questo. Alseide è la natura stessa di ogni viaggio: una porta, un sentiero, un mondo, una realtà. Non cercarla: potresti trovarla e non incontrarla mai.
La conobbi. Fu una notte, nel mio ricordo; ero solo, assiso su un divano di nuvole – opera sua – e si sedette al fianco della mia più aurea gratitudine, e mi parlò, esile e celeste. Da allora avrei vissuto con gli occhi di un bambino, osservando realtà e misteri dal sapore antico, e spettacoli e tragedie e canti e ballate e colori che sbocciano come dolce luce sul mondo di un'alba che danza, sempre nuova ed ignota e lucente. Sorge sui mari il suo nome vero, e non c'è che ordine nel caos di ciò che ingenuamente crea, semplicemente. Tace, dinanzi all'irrazionale grazia di Alseide, il tetro ex nihilo nihil fit, pallido e smorto contempla di lei gli occhi e non si capacita dell'umile cosmo che in lei divampa.
In sua assenza, lungi dalla sua pacata follia, nulla m'era chiaro fuorché il fatto che stessi attraversando porte, corridoi e mondi sempre nuovi, disegnati coi suoi colori sognanti; ivi ebbi l'onore di conoscere personaggi unici e singolari e bizzarri ed irripetibili.
Non cercare ancora Alseide, piccolo lettore. Non sapresti riconoscerla. Dovrai prima viaggiare per molti dei suoi mondi ed assaporarne il gusto antico, udire le sue note che incantano e cantano nell'aria di violino, dovrai riconoscere la sua voce nell'assenza del silenzio che invoca il ricordo delle sue magiche parole, dovrai svelare il suo incantesimo in ognuna delle sue realtà, e viverle col cuore di chi è ammaliato e sa d'aver vissuto in lei ogni sua avventura. 
Taluni pensano che Alseide sia una strega pazza, altri leggono la pazzia nelle parole di chi la descrive – ma io, che la conosco bene, vedo nelle pizzicanti parole degli uni e degli altri solo le opinioni di taluni, tra gli infiniti abitanti dei suoi infiniti mondi.


II

Quando incontrerai la candida Nisea, ella non ti parlerà. La sua timida presenza forse non incontrerà mai i tuoi occhi. 
Ricorda: solo il folle più audace possiede la chiave per attraversare il dolce mistero del suo sguardo cristallino; egli errerà nei suoi occhi. Contemplerai, riflesso nell'immagine di lei su di te – l'oceano infinito, ed i canti di sirene e le danze valenti e baldanzose degli abitanti nei flutti più remoti e profondi dei mari. Navigherai le magie del cielo e della terra baciate dalla luna e dai fari di mille porti, e scoprirai le meraviglie vergini del creato, e le stelle lontane figlie del caos e del mistero. 
Vedrai in lei oltre ogni cosa, poiché nessuna profondità è celata al silenzio.
Ti parlerà. Si, ella parlerà solo allora, nel breve tempo che seguirà il tuo immaginifico disegno. Verrà la sua cacofonia, il mostro dell'ignoranza strangolerà il silenzio e gli echi della sua inettitudine saranno uditi oltre le profondità di un abisso che non c'è, ma sembrava esserci. Le risponderai, ma lei, incapace, non capirà delle tue parole più semplici alcuna, quasi analfabeta per il tuo e per il suo mondo. Ti sentirai offeso e deluso.
Non ti avvedi ora da solo dell'errore nel giudizio, quando errasti nei suoi occhi timidi e silenziosi?
Capirai allora la verità su Nisea: la rappresentazione della piccola persona che hai dinanzi è soltanto un'immagine, un'idea, un sogno nell'oceanica coscienza del tuo ritrarre. Il sostrato occulto e vero nell'opera di chi sogna con gli occhi è fantasticheria ben prima della prova finale, la forma è falsa creatrice nell'arte delle idee. Ora sai che ciò che ivi giace, la fredda verità oltre l'immagine impressa sul velo illusorio del suo silenzio, potrebbe essere soltanto miseria. Perché la vera essenza di Nisea, questo bizzarro e candido parossismo femminile, oltre l'inganno dei suoi occhi, è solo e soltanto – miseria.


III

Passerai il tuo primo giorno con Sabrina in pochi minuti, e tutto sarà furiosamente rinviato al giorno successivo. Non per colpa vostra, ma del reo tempo inesteso che intravide Bergson. Ma dovrai immantinente apostatizzare, poiché sarà anche colpa dello spazio, e della velocità, per dar invece retta ad Einstein, se il tuo incontro sarà tanto fulmineo. Sperando, nondimeno, nel lightning strikes twice.
Capirai dapprincipio che Sabrina non esiste alle tue percezioni, e che la sua immagine si manifesta in svariate forme, tutte vere e false al contempo, fino al collasso che forzerà l'una o l'altra a prevalere, all'atto, non platonico, della reificazione all'osservatore. Senza aprirti neppure la porta di casa, poiché omne animal triste post coitum, e perché al primo appuntamento certe cose non si fanno, avrai accesso al suo album fotografico – ecce domina. Non sarai tanto sgarbato da porle domande taglienti sul perché, a tuo onesto giudizio, i fotografi sembrano tutti alti 35cm quando la foto non è autoscattata col mirror-trick di un bagno privato, perché i colori sembrano tanto cangianti e barbaramente fotomanipolati da mani inesperte, e  non saprai neppure spiegarti perché alcune immagini resistono agli anni, mai ingiallite, intuendo nelle assenze le ecatombe del trash di un cestino.
Incuriosito dal nuovo love-meet che inneggia a Liberty City, ringalluzzito poi da due o tre di quelle immagini che oscurano, nella discesa-nel-mondo sensibile (o avatar, per sfoggiare un po' di sanscrito), ignorerai le altre due o trecento dubbie manifestazioni ottiche di Sabrina.
Per farne una fenomenologia esatta, saremmo dentro facebook. Preconizzato da Merlino ed ingiuriato dall'antiscientifico Anacleto, C'è AnChE fAcCiAlIbRo. Allora attingerai – di Sabrina, e senza Sabrina – i suoi gusti cinematografici, letterari, artistici, televisivi – annichilimento od obliterazione per flood dei tre precedenti – e pure informatici, sempre che per tali s'intenda l'autoreferenzialità della forma-quiz, della forma-condivisione, della forma-quelli-ke... e della forma-ego in generale, tutte affisse in vetrina, che chiameremo bacheca par excellence ed home per indifference. Si consideri questo time bonus come un simpatico omaggio di Alan Turing e dell'ergonomia industriale, finalmente oggettivata nella conoscenza di Sabrina senza che questa non ti sia dinanzi né per davvero né per liquid crystal display; la bella e il robot ti hanno consegnato le chiavi per un mondo che appartiene al multiforme pubblico dello spettacolo verso l'alta definizione. 
Non disperare. Non servirà fare otto passi per il byte dal bit: le progressioni geometriche non piacciono alle donne, prima dell'atto, tempo di esponenti e di esponenziali. Ti basti sapere che nulla è privato, in Sabrina. Ogni suo bacio, ogni sua carezza, passa tra un twitter, un myspace ed una finestra trillante della casa di Redmond.
Sabrina è il mondo contemporaneo di una donna ed una donna nel mondo contemporaneo. Nella poetica del virtuale, sceglierai uno solo tra due assiomi contraddittori: entrambi conducono a due mondi possibili, ognuno interdipendente con Sabrina. Il primo assioma, quello del nichilismo sentimentale, un po' profano per i ragazzetti di oggi, un po' più sacro per nonni e presunti tali, annuncia che in quel mondo “tutto è falso”, e chi professa questa convinzione sceglie se convivere con ribrezzo e non condividere l'oggettivazione degli incubi, oppure non conviverci affatto, nel suicidio stoico per la liberazione dal sistema delle tecnologie nel dominio. Il secondo assioma è “tutto è verosimile”, e non t'inganni l'autore sulla sua scelta improba ai saggi e scomoda agli insipienti, sii illuminista e fai luce sugli inganni e sgraffigna la verità – Sabrina non teme la tua ragione. Semplicemente, la ignora. 
Quando avrai scelto il tuo destino senza rimorsi per le fatality, terminerà la tua avventura verso Sabrina. Ma se sceglierai la via del falso, cercherai invano la sua bellezza, poiché Sabrina non esiste.
Se sceglierai la via del verosimile, avrai a breve fra le braccia il suo corpo nudo, sfiorerai i suoi seni con le tue mani arse dalla fatica della lunga ricerca, la possiederai oltre ogni lucido desiderio – ma quell'oggettiva manifestazione della tua coscienza, la reificazione di quella creatura dal sapore erotico così ospitale e gaudente non sarà Sabrina, poiché Sabrina non esiste.


Settembre 2009


IV

Ben due volte la ragione s'illude quando si erge a giudizio del caso, nell'inesauribile desiderio di descrivere causalmente fenomeni all'apparenza l'un l'altro distinti. Dapprima s'illude nel separarli, nel fare d'ognuno un sistema a sé, per poi sperdersi di nuovo in un'improbabile unificazione – la ragione s'è illusa due volte.  Alessa lo sa.
Ti sembrerà, d'un tratto, che l'ironia del sogno d'una notte tormentata abbia destato il destino nella creazione del giorno successivo, e tutto t'apparirà come la limpida stesura in caratteri d'oro d'un piano trascendente. Nulla sarà più casuale ai tuoi occhi, ed ogni dettaglio sarà indizio, ogni parola un'anticipazione, ogni sogno una profezia; il mondo della coscienza non sarà distinguibile dalla coscienza del mondo, poiché ogni cosa è sincronicità: tutto parla di te, vive di te, sogna di te, narra di te.
Come potrebbe la ragione accettare un simile solipsismo? Come potrebbe la realtà farsi teatro della tua vita? Non verrebbero forse annichilite le leggi dell'uomo, della natura e d'Iddio, un tempo scalfite sull'immutabile roccia delle alleanze mondane? L'ascesa della ragione e la discesa del sipario non si incontrano che per confliggere.
Narrano che Alessa, la regina del pensiero, nacque dalla passione dell'eternità in quest'aspra contesa. Ella pianse due volte quella miseria, sospesa tra l'illusoria trascendenza del divino e l'illusoria potenza del razionale, né piena dell'una né dell'altra saggezza. Sembra che Alessa riuscì a mediare tra le due illusioni per fondare in un labile equilibrio ciò che nessuno avrebbe mai immaginato – ella si fece, per così dire, filosofa.
Un giorno fu il più saggio tra gli uomini a meditare fino alle soglie più profonde della sua anima, fino a giungere nel remoto regno di Alessa. Egli si presentò con toni aulici ma sprezzanti, poiché lo spirito di costui s'aspettava d'esser giunto al fondamento primo del suo essere, alla più rocciosa delle fondamenta, ed indicibile fu la sua delusione nel trovarsi disteso sulla fragile sabbia di un'infinita spiaggia, dove il vento soffiava leggero dettando i tempi dello scroscio sussurrante di un tranquillo oceano sterminato, dove la passione estatica del sole dominava quel paradiso leggero, tranquillo e luminoso.
Dicono che egli si presentò ad Alessa affermando che nessun uomo era più grande di lui in intelletto e conoscenza, e che pertanto quella sua meditazione reclamava imperiosa i segreti celati in quel luogo profondo. Non sappiamo se egli incontrò davvero Alessa, ma ben sappiamo che da quel giorno nessuno ebbe più notizia di quell'uomo. Alcuni affermano che sia annegato tra i flutti della sua stessa meditazione, altri sono convinti che viva nascosto, ma preferisco pensare che si sia avveduto anch'egli della propria ignoranza, e che abbia semplicemente abbandonato la via sulla quale gli stolti lo stanno ancora cercando.
L'uomo ignorava come Alessa avesse ben compreso l'incompletezza dell'anima; egli, convinto di poter dominare il proprio pensiero, finì per perdersi nei suoi labirinti e nelle sue illusioni. Non c'era alcun fondamento alla base del pensiero che il pensiero stesso potesse comprendere, non c'era alcuna verità, in quel mondo, né alcuna risposta che potesse dirsi completa. La risposta, se c'era, era nell'incompletezza del conflitto, nell'inanità della battaglia – dalla volontà di quel caos si generò il cosmo di Alessa. Solo la fragile saggezza di una donna poté realizzare il compito più virtuoso: placare le tumultuose correnti del pensiero senza esigere un fondamento della conoscenza per giustificare quella pace.
Alessa, semplicemente, scelse quell'oceano di pace. 

Maggio 2010


William Turner  Transetto dell'Abbazia di Tintern (1795)


Sulla Torre e sul Fare
Tratto da una storia (quasi) vera

La torre di Babele (1563), di Pieter Bruegel
Incipit. Raggiunta l'età di trent'anni, il Profeta ascese alla virtuosa solitudine della montagna, lungi dall'incedere ruggente del tempo nel villaggio – ora meditabondo e silenzioso, sognatore dialogante con lo spirito del mondo, saggio esploratore nelle profondità della coscienza che non echeggia e non stride al manifestarsi dell'altro-da-sé. Per dieci lunghi anni il Profeta ignorò il tempo. 
Si svegliò un mattino: l'aurora lo chiamò la sua luce e gli disse il suo calore, poi indicò il suo pieno e scoppiettante silenzio. L'ora era giunta.
Il Profeta scese dal monte, fino al villaggio, e così parlò agli uomini:
 “Ecco, io vi annuncio il fulgido segno più grande e splendente! Dalla pietra del mio fare sorgerà il più grandioso monumento per l'imperitura gloria di queste terre! In esso i vostri figli realizzeranno ciò che siamo stati, in esso forgeranno ciò che vorranno essere e saranno. Questo ed altro, troveranno in esso! Innalzeremo una torre – questo è l'immacolato segno del mio fare!”.
La gente ascoltò dapprima incuriosita quelle parole, poi lo ignorarono, credendolo pazzo.
Tuonò allora il Profeta: 
 “Non giungono come aghi di pungolante verità le mie parole? La colpa dell'inettitudine è in questo luogo, e l'inettitudine è segno di chi ignora il vero! Chi non conosce la verità non ha che pugni carichi di sabbia, ma chi innalza la torre dev'essere grave maestro di roccia e ferro ed altitudine, poiché dovrà edificarla sulla montagna più impervia, sul picco più elevato – e se non avrà una scala dovrà saper salire sulla sua stessa testa: come potrebbe altrimenti? L'inettitudine è segno di chi ignora il vero! Non la sentite corrodere questo luogo in cancrena?”
La gente se n'era già andata, ognuno nel suo affannoso daffare. Restava solo il capo villaggio, che così parlò: 
 “Sono parimenti convinto che quivi alberghi il falso. Potrebbe dunque essere l'inettitudine dei cittadini di questo villaggio, come tu dici. Ma se così non fosse? Non resterebbe dunque la tua sola inettitudine, ad  indicare il falso che impregna questa mattinata di sole? Dici di costruire una grande torre che sia effige di potenza, virtù, verità e ricchezza. Tuttavia, nel lontano Sennaar, terra bagnata dal grande fiume, la stirpe di Noè costruì un tempo una torre – ed è per lor cagione che Iddio scese e confuse le lingue degli uomini, perché così questi non potessero comprendersi l'un l'altro. Ignori forse tutto ciò? Vattene! Le tue invettive non sono qui gradite, forestiero!”.
Il Profeta tornò furibondo sulla montagna, e pose sulla cima di essa la prima pietra del suo fare. E così ancora, e di nuovo, un'altra volta – poiché egli aveva possenti mani per scavar buche e modellare pietre e marmo, per forgiare col fuoco il ferro e l'oro.
Quando la base della torre fu ben visibile agli uomini del villaggio, alcuni tra loro videro il meraviglioso lavoro del Profeta, e lo adorarono, ed ascesero fino alla sommità della montagna. Giungevano infatti da lui ed innalzavano la torre con le loro mani.
Superbo e fiero del successo della sua opera, il Profeta tornò dal capo villaggio. Lo trovò stanco ed affaticato, con il respiro debole e smorto, e così gli parlò:
 “Come puoi non biasimarti da solo? Tutti i villaggi, le città, i paesi e gli imperi si inchinano alla torreggiante maestosità della mia opera; un giorno anche il cielo riconoscerà il nostro glorioso lavoro! I figli dei nostri figli ed i figli dei loro figli ricorderanno un giorno la meraviglia edificata dai loro padri, e dai padri dei loro padri fino a noi! E tu, sciagurato, t'affanni per preparare banchetti,  per costruire terrazze, scarabocchiar fogli nelle assemblee e riscriver leggi – i tuoi figli ignoreranno quelle leggi, ormai superate, oblieranno quelle assemblee, nel loro tempo quelle terrazze saranno già crollate e dei banchetti di oggi non resteranno domani che gli avanzi divorati dai vermi famelici. Il tuo fare muore appena viene alla luce!”
Il capo villaggio ascoltò, attento e meditabondo, e rispose a bassa voce, con profondi respiri:
 “Il mio compito è ascoltare i bisogni della gente, vivere tra la gente ed aiutare la mia gente. Questo è il mio incarico, questo è il mio fare. Ma vieni tu dunque a criticare il mio operato con la vanagloria della tua opera? Sei il benvenuto in questo villaggio. Sarai accolto tra noi. Potrai intrattenerti ai nostri banchetti e bere il nostro vino, presenziare alle nostre assemblee e richiedere la parola e presentare le tue obiezioni, potrai reclamare il mio posto quando verrà il momento, poiché il mio tempo volge ormai al termine!”.
Il Profeta se ne andò, e non tornò per intrattenersi ai banchetti né per bere il prelibato vino del villaggio, non tornò all'assemblea per richiedere la parola e presentare le proprie obiezioni, non reclamò il posto da capo villaggio – tornò invece alla montagna ad osservare compiaciuto il lavoro e l'alacrità degli uomini a lui più devoti, e fu colto dall'estatica visione della torre più maestosa e splendente, contemplabile soltanto nelle idee dei più folli e dei più saggi, e su quel pensiero si addormentò, gaudente.
Si svegliò qualche tempo dopo – e gridò, inorridito. Un solo uomo era rimasto lì, al lavoro, ed era gracile e scarno. Così gli parlò il Profeta:
 “Dove sono dunque gli altri, tuoi compagni? Sono forse fuggiti durante il mio sonno? Sono forse tornati al villaggio?”
Il pover'uomo annuì, spaventato.
Il Profeta scese allora al villaggio. Il capo villaggio era molto malato, tanto che non poteva più svolgere il suo incarico. Stanco e debole, giaceva ormai sul giaciglio del suo ultimo viaggio. Gli uomini correvano e si affaccendavano per sostituirlo, presto qualcun altro avrebbe preso il suo posto, e tutti col loro daffare correvano e sbraitavano per le contrade negli echi di quell'andirivieni continuo.
Il Profeta si sottrasse allora agli uomini e tornò sulla sua montagna, alla base della torre, ormai imponente, e si coricò, superbo, irato verso l'inettitudine degli uomini, poiché essi non avevano compreso il senso del suo fare. O forse, egli non aveva capito il senso del fare degli uomini.

Non stiamo qui a discutere sul senso vero del fare, dice l'Autore, né a schierarci col Profeta o col capo villaggio; il lettore più accorto si sarà già avveduto di ciò: nessuno dei due personaggi è indispensabile al villaggio. Il Profeta, infatti, è colui che lascerà un segno intangibile nella storia e nelle coscienze dei cittadini. Ma, probabilmente, in molti tra gli uomini non avevano alcun interesse nel costruire la torre più grande, magari qualcuno avrebbe preferito costruire una banca, chi una chiesa, qualche palato si diceva già soddisfatto di una bevuta in compagnia, l'atleta si sentiva felice al termine della sua corsa ed il musico già aveva raggiunto la pienezza di sé nei suoi arpeggi e nelle sue melodie.
Parimenti il capo villaggio svolgeva soltanto una funzione di coordinamento e supporto; il punto di riferimento per ogni cittadino confuso e disperso, pur tuttavia anch'egli sostituibile (infatti qualcun altro prenderà a breve il suo posto), non indispensabile agli uomini del villaggio, i quali, al termine del racconto riescono comunque a muoversi in sua assenza.
Se il Profeta ed il capo villaggio avessero cooperato in pace, riconoscendo ognuno il valore, i limiti e le potenzialità dell'altro, la torre sarebbe divenuta ben più ricca e maestosa, ed il capo villaggio sarebbe ancora in salute, poiché l'assenza degli uomini che gli sono stati sottratti e del loro supporto è la causa del suo male.
L'Autore vorrebbe far riflettere il lettore su ciò: proprio da qui nasce la ricchezza nel rapporto tra gli uomini. Se ognuno imparasse a rispettare ed onorare il ruolo dell'altro, riconoscendone l'importanza ed i limiti, senza ritenere che il suo fare sia più virtuoso di quello altrui, nel ricusare futili conflittualità e nel cooperare, probabilmente tutti ne trarremmo grande vantaggio – sia chi costruisce torri, sia chi ha occhi, orecchie e mani per la gente.


L'Autore
Monti – uno che non ha nulla contro la costruzione di torri.


Tratto dal mio vecchio blog.

Sul superamento dialettico del chitarrista da spiaggia

Nel linguaggio comune viene spesso utilizzata l'espressione “chitarrista da spiaggia” in senso spregiativo, per intendere un chitarrista approssimativo sotto il profilo tecnico. Il chitarrista da spiaggia conosce solo i rudimenti della chitarra, appresi come autodidatta o frequentando un numero più che esiguo di lezioni, al solo scopo di conoscere le basi dello strumento per poter accompagnare la voce nelle canzoni: i primi accordi maggiori, minori e di settima, i vari giri armonici e poco d'altro. Il repertorio da spiaggia, infatti, alterna tra Ligabue e Vasco Rossi, passando per qualche canzoncina, sempre e rigorosamente di cantautori italiani, nel migliore dei casi di Battisti o De André. In casi sporadici il chitarrista può cimentarsi in qualche hit anche recente, ma difficilmente smentisce il cliché che lo vuole capace di cantare nella sola lingua italiana.
L'antitesi del chitarrista da spiaggia può essere definito come “chitarrista formale”: esperto conoscitore delle scale musicali e della teoria degli accordi, alacre e laborioso studente  – nonché amante – del suo strumento, fan accanito dei grandi guitar heroes, da Hendrix a Vai, da Satriani a Malmsteen, da Richie Kotzen a John Petrucci. Per il chitarrista formale la chitarra è più uno stile di vita che un semplice strumento musicale.
Situazione tipica: Ferragosto, al mare, scende la notte. Davanti al falò. Al chitarrista da spiaggia (che gioca in casa) bastano un re maggiore, un do maggiore ed un sol maggiore per portarsi dietro le belle voci di qualche ragazza un po' allegra con “Sweet Home Alabama” (o “All Summer Long”, per chi fosse nato qualche settimana fa). Il chitarrista da spiaggia suona sgraziatamente tre accordi e mugola la melodia della canzoncina (lo ricordiamo: l'inglese non lo sa, oppure è tutt'altro che intonato) ed ha già raggiunto il massimo dei risultati. Con il minimo sforzo.
L'abilità del chitarrista formale, al contrario, si può manifestare in diversi modi. Se la chitarra è una, il chitarrista formale ignorerà l'esistenza di accordi e di un testo da cantare, e si perderà tra i saliscendi delle sue scale, totalmente ignorato dal pubblico. Se le chitarre sono due, il chitarrista formale improvviserà con un accompagnamento a suo supporto; susciterà l'ammirazione di qualcuno più o meno fino al quinto minuto di assolo ininterrotto, poi piomberà nella solitudine come nel caso precedente – insieme al suo collega di accompagnamento, il quale, nel caso in cui si tratti di un chitarrista da spiaggia, probabilmente intonerà una canzone di Vasco ridestando l'attenzione del pubblico e lasciando il chitarrista formale nel pieno sconforto.
La lezione che il chitarrista formale deve apprendere, per emanciparsi da questo stato di subordinazione, è molto semplice: è necessario mettere da parte la superbia ed imparare ad improvvisarsi chitarrista da spiaggia. Anziché fare il disadattato nell'aspro confronto contro la mediocrità, è forse meglio rifuggire la battaglia, persa in partenza, in favore di un approccio più socievole. Perché il chitarrista formale sa sicuramente suonare tre accordi maggiori (e pure meglio del suo alter-ego) ma non li suona perché preferisce non abbassarsi al livello di quel pivello che ancora suona la “Canzone del Sole”; tuttavia, quest'atto di superbia culturale implica un necessario conflitto dialettico dal quale non c'è alcuna via di scampo alternativa all'infelicità della solitudine. Meglio conviverci, col chitarrista da spiaggia, il quale, nella sua carenza tecnica, ha raggiunto una comprensione della situazione ed un know how sufficiente per intrattenere i presenti; una consapevolezza fondamentale del tutto ignorata dalla coscienza chitarrista formale.
A questo punto, se di tre accordi si tratta, che tre accordi siano! Il chitarrista formale supera lo stato di alienazione dalla società e si reintegra in essa, giungendo ad una sintesi superiore: il chitarrista completo.
Chitarristi (formali e da spiaggia) di tutto il mondo, unitevi! Soprattutto a Ferragosto.
Un discorso analogo può essere fatto per la condizione dell'intellettuale. Spesso la superbia ci spinge ad esprimere giudizi affrettati e semplicistici sulla condotta altrui, sulla “bassa lega” di certi comportamenti o sulla mediocrità di certi discorsi. Questa superbia è giustificata finché non subentra un ostacolo: quando l'intellettuale soffre la solitudine, allora diventa un po' come il chitarrista formale che suona i suoi arpeggi nel cantuccio tra gli scogli non illuminato dal falò. Non fa neppure tenerezza, quella sagoma buia: tutti conoscono il suo disprezzo per le canzonette e per la società dei mediocri. A questo punto, se l'intellettuale ha davvero raggiunto una consapevolezza maggiore, dovrebbe riuscire ad accantonare le convinzioni superflue e superare lo stato di solitudine, abbandonandosi talvolta a comportamenti semplicistici, a discorsi mediocri. Da questa prospettiva potrebbe pure incentivare gli altri a migliorarsi, provando magari a far comprendere loro qualcosa in più, ma senza adirarsi quando non riesce nell'impresa, talvolta davvero ardua. Perché l'importante è passare bei momenti, soprattutto a Ferragosto. 
Molto spesso è capitato anche a me di cadere nell'errore, sia con la chitarra, sia con le persone; pur non avendo mai vissuto pesanti momenti di solitudine, ho l'impressione che questa socievole forma di emancipazione dai pregiudizi culturali – e musicali – sia un passaggio necessario per giungere dialetticamente ad una sintesi: un intellettuale completo, un chitarrista completo.

Parafrasando Nietzsche: il chitarrista formale è un ponte tra il chitarrista da spiaggia ed il chitarrista completo.

Tratto dal mio vecchio blog.


L'artificiere democratico

Riflettendo sugli eventi recenti che mi hanno visto coinvolto, di questi ultimi tempi, in quanto amministratore di un forum e rappresentante degli studenti del mio corso di laurea, nonché partendo da riflessioni sulla politica italiana dell'ultimo periodo in materia di istruzione, m'è venuta in mente questa storiella molto banale.
Ci troviamo in un grande complesso aziendale, fuori città. In uno degli uffici, squilla il telefono. È un addetto del servizio di sicurezza, che ha appena trovato un timer collegato a quello che sembra essere un ordigno artigianale, nel piano sotterraneo dell'edificio. A rispondere, invece, è un impiegato anziano, assunto da poco, con un passato da artificiere, che immantinente riattacca la cornetta e si fionda sul luogo.
Ad attenderlo, due responsabili della sicurezza, tre operai ed una donna, addetta alle pulizie. Questi sono tutti al contempo terrorizzati ed incuriositi, pronti ad uscire e dare l'allarme in caso di necessità.
L'artificiere osserva l'ordigno con attenzione e scuote il capo, in segno di disfatta: manca un minuto all'esplosione.
C'è una speranza. l'artificiere scopre che l'ordigno è collegato al timer da due fili principali, attorcigliati tra loro.
Il dilemma è classico: un filo rosso ed uno blu, ed un paio di forbici prese dagli arnesi della donna delle pulizie. Uno è quello che collega il timer all'ordigno, l'altro è quello che lo innesca. Ma non c'è nulla che offra al professionista, in così poco tempo, abbastanza informazioni sul da farsi. Ne deve tagliare uno, ed in fretta.
Ora, l'artificiere è un convintissimo democratico, e per non escludere nessuno dei presenti da una decisione tanto importante, quali le stesse vite dei sei presenti (e dell'intero complesso aziendale), chiede a tutti quale scegliere tra le due opzioni. Sommando le proposte con la sua, sette in totale, sceglie il filo (solitamente viene tagliato il rosso nei paesi occidentali, il blu in quelli orientali ed ex-sovietici). La probabilità che l'ordigno esploda è intorno al 50%. Ma... Ka-boom!!
Il dado è tratto, e sfortunatamente il filo corretto era l'altro. A breve giungeranno sul posto i giornalisti.

Se invece l'artificiere avesse escluso gli incompetenti del settore, avrebbe forse anche scoperto che uno dei due addetti alla sicurezza presenti, in gioventù, ha lavorato come elettricista; e che, se interpellato, avrebbe avuto un consiglio da dare per congelare, con buona probabilità (quindi senza certezza assoluta) il timer, all'apparenza rudimentale, garantendo almeno qualche ora per permettere l'evacuazione dell'edificio e l'arrivo di altro personale per il disinnesco. Le probabilità di salvezza, insomma, sarebbero state di gran lunga maggiori.

Questo è ciò che spesso accade in democrazia; si bada spesso a sentire l'opinione di tutti, perché la scelta riguarda tutti, per poi fare la scelta sbagliata (o rischiare di farla), piuttosto che quella di pochi e fare con buona probabilità la scelta giusta.
Questa “dittatura dell'ignoranza” è l'aspetto più temibile della democrazia, perché per decisioni estremamente complesse e parimenti importanti, le poche persone davvero competenti che conoscono la soluzione migliore vengono affossati dal mare magnum di idioti che finiscono poi per prendere la decisione errata.

Tratto dal mio vecchio blog.