Meaninglessness VI

Flusso di cristallo

Divampa l'eco sordo ed opaco della nebbia, sulle montagne del pensiero. 
Oltre la bruma, il silenzio freddo della notte. Forse cerchi ancora, in quel tempio fluttuante, ma non trovi che assenze. Vedresti forse ogni cosa, in un cielo di cristallo, in una spiaggia di diamanti, e sai d'aver trovato un tempo quel regno che hai cercato per tutta la vita. Ma non lo vedi. Come in quel sogno in cui vagavi per le più belle città del mondo, ma degli alti e meravigliosi monumenti non restavano che ombre. Non ti teneva neppure per mano – non c'erano mani né presenze, nel buio.
Ed ora – eccolo – il muro grigio che occulta un mondo intero. Il mondo vero, sì, ecco che cosa hai cercato tanto a lungo, bramandolo, desiderandolo, invocando la sua venuta. Ma in queste lande oscure non scorgi neppure i tuoi piedi. Potrebbero strisciare serpenti, e colpirti, avvolgerti, stritolarti – loro vogliono la tua vita, loro sono il tuo peccato, il tuo desiderio di conoscenza che s'è fatto carne e miseria. 
Ti accorgi così che ascendere alle vette più alte non porta ad altro che a questo. L'inferno ha capovolto i suoi orizzonti, la saggezza è divenuta ignoranza, il piacere è mutato in dolore, l'estasi giace avvolta dall'agonia. Non c'è aria di perfezione laddove non c'è aria alcuna per respirare, ed il respiro che conosce la salita affronta la vita che si fa sempre più rarefatta – e tu, folle, speravi d'aver raggiunto la pace. Eccola, ansimante, quella pace che non dorme mai. Questa è la natura dell'abisso.
Esso ti induce a cadere; quando i sensi saranno svaniti, stremati, non potrai che spiccare un gran balzo verso l'infinito, mentre il tuo spirito vorrebbe sollevarsi e volare, ma non può – semplicemente, l'umanità è negazione del desiderio ultimo in un mondo che non può sostenere neppure la sua stessa immagine.
Solleva lo sguardo ancora un po'. Oltre i cristalli. Si, non puoi vederli, c'è un mondo adamantino ancora più in alto. Invero, non sei ancora caduto, non hai ali fasulle per farlo, ma vorresti tanto provare.
Ora. Fai un altro passo. C'è la nebbia fitta, sulle montagne, ma l'immanenza del reale non ti spaventa. Nel tuo spirito solo c'è abbastanza coraggio da scacciare i serpenti col fuoco della speranza, le tue mani insanguinate possono aggrapparsi ancora ed ancora alla dura roccia, per ascendere di nuovo. Forse c'è una vetta ancora più in alto. Cosa resta di quei sogni, se non migliaia di rovine che si stagliano contro l'idea che trafisse colui che le eresse, nel cosmo del suo pensiero? La porta che conduce alla realtà è più vera del segreto che custodisce: anche tale prelibatezza proibita, discesa nel mondo, è ormai come neve sporca, quasi avvelenata dall'immanenza. 
Solleva lo sguardo ancora un po'. Oltre i cristalli. Si, non puoi vederli, c'è un universo intero ancora più in alto.
Chiudi ora gli occhi. Te ne sarai accorto. La vista non conta – oltre il mondo di bruma la vita risplende come il cielo superiore, oltre i fumi densi delle città di mezzo, degli uomini e delle ingenuità. 
C'è una voce lontana, nella memoria, che ti solleva dal buio, ti accarezza e ti conduce oltre l'agonia del reale, mai troppo simile al mondo dei tuoi desideri, mai troppo meraviglioso rispetto al tuo folle incedere e ritrarre e supporre e meditare e pensare e congetturare invano. Perché c'è sempre un altro mondo da cercare, più in alto, oltre le montagne cristalline dei cieli, dove forse la nebbia inizia a dissiparsi, una leggera brezza accompagna una sottile pioggia che via via si apre, nel candore dell'essere e dell'eterno divenire. Lì troverai l'infinito – così l'infinito ti parla. Ma tu, sorridendo, beffardo, ammetti a te stesso d'averlo già trovato, prima che scivolasse via dalle tue mani come acqua limpida e cristallina, prima che potessi persino avvederti di non poter cingere l'ineffabile. La sua assenza è assenza nel testo, nella scrittura e nella comprensione – perché nell'infinito non c'è alcun testo, né alcun testo può concedersi all'infinito. Questo dirai ai poveri ciarlatani che venerano pagine e rilegature. Ricordi d'aver spiccato il volo, ingenuamente. Hai già scalato la montagna una volta, l'hai invero sorvolata, conosci la sua vetta più luminosa, perché ne condividi il cuore, il segreto oscuro, che da solo non oseresti neppure pronunciare, non conosci né conoscerai ogni verso della preghiera, dovrai recitarla in coro solenne. Non puoi affrontare la scalinata di pietra ed oltrepassare i muri proiettati dalle ombre salendo sulle tue stesse spalle – ora ne ricordi il perché, ora ricordi perché sei caduto e cadrai di nuovo, senza ferirti, per poi salire ancora più in alto di prima, per accarezzare in un dolce istante il senso stesso del viaggio ascensionale.
Hai già raggiunto l'eterno splendore – che eterno non era, in te e per il tuo stesso peccato d'umanità. Hai già contemplato cieli di cristallo e spiagge adamantine, ma sono luoghi inaccessibili alla solitudine di un pensiero solo, che non può descriverli, reificarli nel verbo e condividerli nel testo, se non nelle ore dell'aspra salita attraverso il buio delle rocce e della dura fatica e dell'ingenua speranza. Sì, per disciogliere la verità dal ghiaccio dell'immanenza in un istante di estatica riflessione, per sorvolare irradiando di luce le tenebre del mondo e planare l'istante successivo con le ali del fuoco sempiterno – bisogna essere insieme.

C'è un semaforo che non se ne vuole andare mai

C'è un semaforo – Strada Torrette, dalla Statale Adriatica
volti a destra, venendo da Fano, e tiri dritto.
C'è un semaforo che non se ne vuole andare mai.
Lì la strada stringe. Troppo per due auto.
Lì ci sono i lavori. Da una vita – e non ho capito perché
si passa uno alla volta.
Decide il verde, che è preceduto dal giallo
– e non ho capito perché
tutto sotto all'autostrada.
È un semaforo provvisorio.
Quello dei lavori in corso.
Siamo a febbraio, ed è lì da prima dell'estate
(o forse prima ancora?)
la più lunga della mia vita
e si passa sempre uno alla volta
in fila
come ai cancelli dell'inferno.
Decide il verde.
Sali per la collina, qualche metro
e poi la Strada Belvedere,
a sinistra. La ignori.
È una porta, che quel semaforo sorveglia
uno strettissimo passaggio sotto il ponte
pochi metri, che non servirebbe neppure
che ti apre all'universo – panorama
lontano: quello è il tuo mondo
un po' spostato a sud, e poi lungo le mura,
dal Bastione alla Rocca, e da giù fino a Pesaro.
Tutto in uno sguardo
hai oltrepassato quel semaforo.
Quindici minuti, o forse meno, ed hai già visto tutto.
Sei di nuovo sulla rotatoria, sul Ponte Metauro.
Perché quel semaforo non è lo spazio né il tempo
è solo una triste ripetizione, di qualcosa
che non se ne andrà mai.
Ma quando lo oltrepassi, come ogni porta
ogni passaggio o sentiero oscuro,
ecco, dopo una salita lo vedi:
non c'è un mondo che non valga qualche minuto di attesa
interminabile come una vita
davanti al rosso.

Le città e l'inettitudine - Pavonia


Convex and Concave.JPG


Nella città di Pavonia c'è un muratore al lavoro. Ce ne sono tanti, come lui, e lui è come i suoi compagni: stanno costruendo l'edificio più alto, costato anni di lavoro e fatica equamente retribuita. C'è un geometra, con loro, ed un ingegnere. Chiedersi quale sia il geometra e quale sia l'ingegnere, a Pavonia, non ha alcun senso. L'avvocato è come tutti gli avvocati, il fabbro è come tutti i fabbri, ed ogni avvocato tra avvocati non lo si riconosce affatto come riconosceresti un fabbro tra i muratori, né riconosceresti un fabbro tra fabbri ed un muratore tra muratori. A Pavonia ci sono i giardinieri, tutti uguali tra loro colla divisa verde sperduti nel verde tra il fogliame verde; e le prostitute, tutte uguali, attraversano il marciapiede nelle ore notturne – dal fisico longilineo, dai seni rifatti, dalle labbra carnose alle vesti succinte. Autorizzate a circolare solo dalle 23:00 alle 5.00. Forse è anche grazie a loro che Pavonia sopravvive al suo stesso ordine.
Nelle fabbriche, gli operai si somigliano un po' tutti come piccole e laboriose formiche, ma questo particolare resiste un po' dappertutto, tanto che le fabbriche di Pavonia somigliano a tutte le altre del mondo, dentro e fuori le mura.
Negli asili di Pavonia le maestre bianche insegnano a tutti i bambini della città; a quelli colle giubbe rosse l'artigianato, a quelli colle giubbe blu la letteratura e la retorica, a quelli con le giubbe bianche la catena di montaggio, e così via, in base alle doti neo-steineriane che i bambini dimostrano ai test attitudinali del Binetti. L'ingegneria genetica sta semplificando i lavori delle insegnanti grazie alle fecondazioni artificiali teorizzate da Bokanovsky e concretizzate dagli scienziati al soldo dei filosofi.
L'unica legge che sorregge l'intero sistema economico, sociale e politico di Pavonia è lo slogan: “fa solo e soltanto ciò che è tuo dovere fare”.
Nel comune di Pavonia, l'amministrazione è in mano ai filosofi, i Pla-ProCi, Plato pro civitate. Sono loro a stabilire cosa è “dovere” per ogni lavoratore; ogni alacre elemento del laborioso tessuto sociale è controllato dai filosofi. Nessuno può fare altro: non vedrai mai una divisa verde riparare un muro, poiché è compito dei muratori, non dei giardinieri. Ma neppure potresti mai pensare di vedere una prostituta andare in macchina. Non ci sono, a dire il vero, neppure le macchine: ci sono gli autisti, vestiti di giallo e nero, e pensano loro a scorrazzare ogni cittadino con scuolabus, cantierbus, taxibus, bus-stop ed elitaxi, tutti pieni di gente vestita allo stesso modo. Ogni ruolo sociale è logicamente prescritto dai filosofi: in questo modo ogni cittadino ha un posto di lavoro ed un lavoro da svolgere. Non esiste la disoccupazione, non esiste criminalità: il furto è punito allo stesso modo di ogni altro crimine. Chi non rispetta la legge “fa solo e soltanto ciò che è tuo dovere fare” viene ucciso – così lavorano le tute azzurre, la polizia. Chi ozia, viene ucciso. Chi si cucina il pranzo viene ucciso, a meno che non si tratti di un cuoco: veste bianca con il cappello da chef. Chi taglia l'erba viene ucciso – a meno che non sia un giardiniere.
Un giorno di questi un mio caro amico di Pavonia si fece la barba da solo. Ma non era un barbiere. Venne ucciso. A Pavonia solo i barbieri si fanno la barba da soli – in quanto barbieri, e non sorgono paradossi d'alcun tipo.
Spinto dalla curiosità e dal desiderio di conoscere mondi nuovi, sono stato a Pavonia diverse volte, con uno speciale pass da visitatore, corredato di abito e documenti. Oggi la trovo terribilmente noiosa. Penso che ci siano molte più cose in cielo e in terra, di quante ne sognino i sognatori ed i poeti (vestiti di blu con stelline gialle ed un cappello a punta, ridicoli come Mago Merlino in una metropoli) di Pavonia. Per questo me ne sono sempre andato con l'amaro in bocca, da quella distopia che è spesso posta in essere, ma solo nella mia mente, ed in quella di tanti altri come me, che a Pavonia ci sono stati solo per andarsene con l'amaro in bocca.
Quelli che ci abitano, invece, probabilmente non sanno di abitarci, ed hanno sempre la bocca dolce – di sapore e di appetito, ma criticano in continuazione e sempre molto volentieri lo straniero, anche se ben intenzionato. Sono troppo pieni di sé per avvedersene, e pure per guardarsi intorno o per cercare risposte oltre tutto ciò che è, in quanto fittizio, oltre le proprie risposte monocromatiche. 
Nessun abitante può immaginare che oltre le mura di Pavonia, lungo le vallate e le montagne all'orizzonte, c'è solo un altro pensiero ordinato quanto impossibile. 

Il programmatore russo e quello americano

A seguito di una lunga ed interessante discussione, ieri sera, con un amico professore di filosofia, logica ed informatica, ho riflettuto molto sulla divertente storiella che mi ha raccontato in conclusione dell'incontro.

C'è un problema matematico all'interno di un'applicazione da risolvere, per il quale si mettono al lavoro due programmatori, uno russo ed uno americano. Il secondo inizia subito a lavorare sul problema, e lo risolve in soli tre mesi. Qualche giorno dopo la release ufficiale, iniziano a saltar fuori diversi bug, per i quali il nostro programmatore produrrà diversi aggiornamenti a distanza di mesi – a pagamento – al fine di fixare i buchi un po' alla volta, fino al completamento del lavoro.
Il programmatore russo, al contrario, tace per un anno intero di studi e fatiche sul codice, finché non ne esce con il programma terminato, eccellente, esente da bug.

Al di là di vecchi manicheismi tra proletariato e borghesia, comunismo e capitalismo, mi viene da pensare che la mentalità del programmatore americano, assunta a filosofia di vita, è diventata ormai una prassi per tutti noi.
Faremmo volentieri in fretta metà del lavoro, magari pure male, per poi essere di nuovo pagati per la seconda metà, realizzando dapprincipio qualcosa di incompleto da risolvere passo dopo passo, col solito sistema del try and error. Meglio rischiare un feedback negativo immediato (e poi riprovarci) che una lunga ed attenta preparazione 'al buio' prima di affrontare un problema. Per il programmatore americano questo atteggiamento  ergonomico viene assunto a valore positivo anche in termini economici, in quanto fonte di profitti addizionali nell'immediato.
Credo che ormai nessuno abbia la volontà di fare come il programmatore russo – è la società che ci impone una certa fretta, magari a fronte di un'incompletezza manifesta da recuperare man mano, incentivata da un effettivo guadagno in termini di tempistiche. Non solo nel lavoro, ma anche (e soprattutto) nella preparazione e nello studio. Incompletezza a vantaggio della fretta, o forse della velocità di esecuzione. Risultati immediati.
Personalmente, non me la sento proprio di paragonarmi al programmatore russo. Non solo per questioni morali – è che proprio io non sono fatto così, né voglio diventarci.
Forse a causa della società in cui viviamo, forse a causa dei tempi in cui viviamo, forse a causa dei ritmi delle nostre vite, forse a causa delle scadenze, delle consegne e dei lavori che ci vengono imposti, mi chiedo seriamente: chi, oggi, nella vita, è un programmatore russo?

Il gattino induttivista

In un giorno di questi, tornando a casa, giunto alla soglia del portone interno del piano superiore, m'è capitato di trovar infilata la chiave sulla toppa, come si è soliti lasciare nell'attesa del rientro qualcuno, ed il portachiavi tutto maciullato e lacerato, come se un qualche animale vi si fosse avventato per rabbia o per gioco.
Dopo diverse congetture, ne ho dedotto che il colpevole non poteva essere altri che un gatto tra i quattro che condividono con me e famiglia la tranquillità domestica. La conferma del colpevole l'ho avuta qualche giorno dopo, quando, in cucina, forse ardentemente desideroso d'uscire verso il cortile, il piccolo micetto ha effettuato due gran balzi verso la piccola maniglia della porta in legno, e colle sue deboli zampine, tutte rigide nello sforzo di un colpo, sfruttando il suo peso è riuscito infine ad aprire la porta – ed uscire con tutta calma.
Alla luce di ciò, pur essendo il sottoscritto molto più limitato d'ingegno dei vari Detective Conan, Jessica Fletcher (aka la Signora in Giallo), MacGyver o Sherlock Holmes (soprattutto l'ultimo con Robert Downey Jr.), mi è parso subito evidente come il portachiavi rovinato dinanzi al portone di casa altro non fosse che la prova di un tentativo di entrare in casa, fallito, in cui il povero micetto non è riuscito nell'intento di aprire, poiché il portone, a differenza di altre porte, è chiuso a chiave – la maniglia sarebbe stata comunque troppo dura e pesante per i suoi piccoli arti.
Non so esattamente se il mio gatto, fattosi filosofo, s'è mai chiesto la ragione per la quale vengono costruite delle porte con delle maniglie, talune più facili da aprire, altre apparentemente insuperabili. Semmai si fosse posto tale quesito, non ne avrebbe certamente tratto la conclusione che la costruzione di porte è utile alla conservazione della proprietà privata; il giusnaturalismo felino nasce, miagola e muore nove volte entro e non oltre i privilegi opportunistici delle mura domestiche.
Quel che più va messo in luce, tuttavia, è che non c'è bisogno di avanzate tecniche di brain imaging per sapere che il gatto non conosce il funzionamento della serratura mediante il quale la maniglia, o la chiave, interagisce con l'intero sistema-porta, aprendo il passaggio. Del resto, sfido anche i padroni umani a saper descrivere dettagliatamente il meccanismo interno della serratura della prima porta che trovano dinanzi. Probabilmente non lo sanno neanche loro.
Quel che conta, per il gattino induttivista, è capire che, dopo alcuni tentativi, alcune porte si aprono, altre no. Ora dovrà perfezionare le sue conoscenze e capire quali obbediscono alla legge se esercito una pressione sulla maniglia la porta si apre. Quella della cucina lo fa, il portone di casa no. Capire poi il meccanismo attraverso il quale la porta si apre, e perché ciò accade, sarebbe un ulteriore passo avanti per le conoscenze feline, ma temo che la biologia non accetti ancora un simile aufklärung per i piccoli quadrupedi.
Congetture a parte, ora quel furbastro del mio gatto sa aprire le porte.
Un noto matematico ha dato in pasto alla speculazione filosofica un povero tacchino induttivista, il quale, convinto com'era della fondatezza della sua inferenza scientifica per la quale il padrone mi porta da mangiare tutte le mattine, quasi non si avvide neppure dell'errore, quando, alla vigilia di Natale, fu sgozzato – e fu il tacchino, non a mangiare, ma ad esser mangiato, durante il gran pranzo del giorno seguente. Qui il pennuto, in un esempio estremo, s'è fatto la figura dell'ingenuo, e pure le certezze della scienza, anch'esse fondate su criteri induttivi.
Il gattino induttivista, al contrario, miagola e ruggisce ancora più forte delle speculazioni di quei filosofi, i quali, troppo divertiti nel divertente gioco d'abbatter torri e certezze col potere caustico della critica e della ragione, non hanno parimenti provato gusto nel mirare l'ingegno del piccolo felino che apre le porte pur senza sapere come funzionano, come la scienza conosce il mondo pur ricusandone l'ontologia – ora e sempre.
La lezione del micetto a uomini e tacchini è dimostrare che non è tanto l'induzione ad esser fallace, bensì la certezza che essa sia garante di proposizioni che siano sempre e costantemente vere, per tutte le porte ed in tutti i casi – eccezion fatta, ovviamente, per l'induzione matematica. Ciò che conta davvero, oltre il chiacchiericcio di certa filosofia, è l'esperimento scientifico, il cimento, la prova, il continuo tentativo d'aprir porte e di progredire nella conoscenza, sperimentare per corroborare o falsificare le proposizioni, per comprendere i meccanismi che si nascondono oltre le serrature del mondo.
Talvolta, nello sperimentare, certe porte inspiegabilmente non si aprono e certi portachiavi di bassa qualità vanno in frantumi. Non è poi un dramma, del resto, né per la scienza né per il mondo felino.

L'ideologia nel pallone

Frequenti l’asilo, o forse la scuola elementare. Più o meno, l’età è quella – quando, tra gli amici che ti circondano, giunge l’ora del giuramento primo e definitivo. Da allora, te lo ricordo, non potrai mai più cambiare. Chi cambia una squadra con la maglia a strisce (vale a dire, tra Inter, Milan e Juve, per esser classicisti) non sarà mai un vero tifoso. Queste sono le regole. Ma tu non le temi affatto; per le scelte importanti della vita ci vogliono determinazione e freddezza.
Inizia così la tua avventura nel mondo del calcio, con una scelta, neppure troppo ponderata, su chi sosterrai per il resto della tua vita. Da allora in poi, esisteranno solo gli errori arbitrali contro la tua squadra, per i quali protesterai animatamente, e quelli a favore delle altre, che poi è la dimostrazione che tutti, dagli arbitri alla Federazione, ce l’hanno con i tuoi colori; la tua squadra sarà composta di grandi campioni, anche se galleggerà a metà classifica mentre la capolista e le dirette inseguitrici, benché plurititolate in Italia ed in Europa e tutt’ora in corsa nelle maggiori competizioni nazionali ed internazionali, quelle saranno squadre di mafiosi, ladri, assassini, incapaci e perdenti. Insomma: se cerchi un modo per vedere la realtà in maniera assolutamente distorta e confusa, non fare uso di droghe. Diventa tifoso anche tu!
La bizzarria goliardica della vita mi suggerisce ciò: essere tifoso è troppo divertente. L’uomo scientifico e razionale sa bene di essere smodatamente di parte, di eccedere in ogni esultanza e di rifuggire, volontariamente, qualsiasi valutazione oggettiva in merito al campionato di calcio. Egli lo sa, e lo fa pure apposta; quale distorsione del reale più giustificata, di quella che si manifesta nel gioco?
Ci sono, tuttavia, altre tifoserie molto più inette e regredite, che dissimulano coerenza laddove essa s’intenda come “la squadra per la quale parteggio ha sempre ragione – questo è il senso della mia coerenza”. Le vediamo tutti i giorni, per nostra sventura, in politica. Arriva un imbecille che dice “noi abbiamo fatto questo”, e l’altro ribatte “ma noi l’altra volta abbiamo fatto quest’altro, e se fossimo al vostro posto avremmo fatto ancora di più”. In campagna elettorale, dalle elezioni nazionali a quelle studentesche, sento dire con gran fervore politico che i nostri (dal lato di chi parla) hanno sempre fatto più degli altri. A parte il fatto che i “nostri” non sono nessuno, poiché il mondo procede col sudore del lavoro delle singole persone e non con le idee dei partiti o dei gruppi di potere, ma possibile che i “nostri” non sbaglino mai e che gli “altri” non abbiano mai capito niente della vita? Come nello sport, ogni ideologia è una grande tifoseria organizzata: uno si sceglie il partito, i colori, lo stemma e da lì o non cambia mai idea o, se la cambia, la cambia radicalmente. Ecco un bel modo di vedere la realtà in maniera univoca, palesemente errata ma con l’illusione di una coerenza; la coerenza di chi crede d’aver sempre ragione sugli altri, che poi sono i cattivi, gli avversari, la curva dal lato opposto dello stadio.
Io rigetterei tutte le ideologie e lascerei la fede al solo mondo dello sport. Lì almeno, si sa, lo si fa per gioco. Del resto, anche in politica, c’è chi alla fine festeggia e solleva la coppa al cielo, e chi no. Per quanto possano riecheggiare le grida delle curve degli stadi, e la roboante dialettica della realpolitik, c’è una legge immutabile che regna nello sport e nella politica, ma più in generale nel mondo – chi solleva la coppa al cielo, ha vinto. Gli altri sono tutti tifosi sconfitti, che al massimo ci sperano per l’anno prossimo. È la dura legge del gol…

Il Ramingo che non hai mai conosciuto

Il ramingo che non hai mai conosciuto – egli sa che cos'è l'amicizia. Per le foreste si posa il suo sguardo ed avvince a sé la natura in un sospiro. Poi svanisce nella selva, al prossimo lungo passo silenzioso. Egli non vive per quelle piante, per quelle foglie, per quei rami e per quei fiori, egli parla loro con dolcezza, prima di voltarsi e svanire. Il ramingo che non hai mai conosciuto non tradisce chi incontra, ma incontra spesso il tradimento. Egli lo affronta con le sue grandi mani, ma non cinge il suo collo - bensì adopera quelle braccia forti per stringere il corpo e riscaldare il cuore afflitto. Il ramingo che non hai mai conosciuto non parla spesso. Egli dice solo quello che sa, e sul resto tace. Egli non vive le sue compagnie con le parole, ma coi pensieri. Il ramingo che non hai mai conosciuto – egli è un uomo, e non conosce la perfezione né la rettitudine. La sua forza è viva e si nutre delle lacrime di chi in lui trova conforto, il suo coraggio nasce dall'egoismo di chi desidera la propria serenità sotto i cieli tempestosi. Chi ha parlato con quel viaggiatore nostalgico, chi ha condiviso il suo tempo con quel viandante infaticabile e solo si sente come se ci parlasse da sempre – eppure spesso non è neppur certo d'avergli davvero parlato. C'è chi è convinto che egli viva nel cuore di ognuno, mentre altri si chiedono perché in alcuni cuori egli non sosti mai per riposare.
Ma il mondo vuol sapere che egli c'è, ovunque si trovi, sa che egli è anche dove deve essere. Qualsiasi cosa accada, eccolo comparire tra i cespugli, tra i ramoscelli spezzati dal vento – per questo egli non è mai in alcun luogo, o così sembra alle anime serene. Egli è dove dev'essere, e la sua amicizia col mondo, egli la chiama in molti modi. Nessuna di queste parole è nel cuore degli uomini, per questo nessuno sa cosa l'amicizia sia davvero. Forse anche il ramingo che non mai mai conosciuto non conosce il senso profondo delle sue stesse, abissali parole, forse sa anch'egli che la sua amicizia col mondo non può essere nominata dal mondo delle sue amicizie, eppure, nell'impalpabile di ciò che il linguaggio non coglie, c'è qualcosa che egli conosce bene. Diffidate dunque del modo in cui interpreterete le sue parole ed i suoi gesti – egli è il custode dell'amicizia, proprio perché vede nell'anima delle cose, anche quando l'anima delle cose non lo vede; egli è già sparito per danzare insieme ad altre anime, a dar loro vita, energia, gioia e conforto. Egli è un ramingo, e forse l'hai conosciuto anche tu, prima che svanisse di nuovo nella foresta.

Meaninglessness V

I don't give a fuck – if you hate me! Insensato quanto inesatto continuare a sostenere i toni di una discussione già terminata nell'incipit. Non v'è alcuna scelta che rassomigli ad una esclusività, laddove s'intenda come esclusione del protagonista o della nemesi nell'intreccio. Non vi sarebbe, del resto, alcun intreccio senza personaggi da contemplare, da schernire dall'altezzosità delle platee e dai babbei dei loggioni. I personaggi, questi canovacci omologati in cerca di un palco, reclamano imperiosi una qualche identità laddove questa è già data. Avvinti dall'intuitività di un manicheismo abbietto, non sarà l'impresa del pubblico ad indicare l'analisi corretta di una qualsivoglia situazione scenica. You know that I don't fuckin' care if I exist as the stranger – or barking and screaming like a lost soul in danger.
L'epilogo redime il redentore, o forse si avvede, povero idiota, che la vera assenza è proprietà esclusiva del narratore nel narrato. Neppure poi tanto, a dirla tutta, quando il narratore non vive in simbiosi con la nemesi, né in tutti i casi contrari, in cui la nemesi è qualcosa di lontanamente assimilabile a ciò che le righe non dicono, ma suggeriscono. Resterebbero sole le colonne, cadute ed implose, sciabordanti nel declino che resta a chi sceglie di cadere. Non riguarda affatto me.
Abbiamo lungamente cercato un'assenza, lontano dal palcoscenico. Non l'abbiamo trovata, non la troveremo in quanto essenza. Noialtri, del resto, ce ne fottiamo da parecchi punti di vista – c'è un orgoglio, chiuso in quel cassetto, che non mi dispiacerebbe estrarre di nuovo. Esso è il senso ultimo della sconfitta – l'amor fati che si fa amore per la sconfitta, e la redime in vittoria.
Ecco il paradosso della narrazione; il giubilo della contraddittorietà! Ecco la sensazione che il narratore può obliare nel testo, annichilendosi a parte non detta. Si istituisce una nemesi, poiché è dalla contrapposizione di opposti che il sé diventa altro e torna come un sé definito, e così il motore della storia procede lungo il suo dannato percorso... ho l'impressione tiepida che spesso non farebbe male a deragliare, su quei binari poco sicuri.
Purtuttavia non gradisco le possibilità offerte dall'indecisione; non ve n'è alcuna, oltre i vuoti sofismi del discorrere mondano. Non sono l'autore che si sceglie una strada – le scelgo sempre un po' tutte, e senza obliarmi. Ho rinvenuto una linea guida, lungo il percorso, che suole farsi chiamare, per l'eccellenza della sua natura solida, integrità.
Forse la nemesi s'avvede di questo mio scacco, e ne gode, infinitamente. O forse è doppiamente sconfitta da un atteggiamento freddo e lontano, come la bora invernale. O forse ancora, e questo lo si da più per certo, l'integrità ridotta a macerie può determinare l'irreversibile rinuncia del narratore. Un po' come Iddio, quando quel celebre mattino si rabbuiò nel volto, e s'irrigidì, e si pentì con se stesso per tutto l'orrore creato e volle gettare via ogni cosa, ricominciare, ma non lo fece. Preferì eclissarsi nella miseria che portiamo in dote – la sua fottuta eredità.
Cosa scelgo dunque per queste mie carni e questo mio inchiostro? Cosa ribatto agli schiamazzi che negano questo silenzio? Un forte desiderio di sparire, lentamente, come una stella troppo saggia per irradiare il cosmo circostante – che lentamente se ne va, a capo chino, poiché nessuno può ammirare quella luce. Nessuno ha idea di che cosa sia navigarne i mari infuocati. Nessuno.
Ironico? Ironico. Proprio ora – non lo sentite? – proprio ora è tutto un clamore di suoni. Rintocchi. O forse squilla così la vita? O forse non v'è alcun legame che spezzi le mie convinzioni? O forse non vi sono convinzioni che spezzano i legami tra la mia mente e la debolezza sempre crescente, imperiosa e soverchiante, del mondo che mi abbatte? O forse è il mondo a cedere all'impeto dell'energia che disperdo, solo per fermare gli eventi, a costo di fermare me stesso? 

Poesie 1.0

1

La cercano tutti
a modo loro
eppure – neppure
troppo.
Non ne trovi che
sottilissime
impalpabili
come spiriti notturni
dovunque e in nessun luogo
queste nostre piccole
gocce di gioia.
Avidi, insaziabili, noialtri.
Non smetteremmo mai di trangugiare
ciò che nasce per essere
delicatamente
sorseggiato.

La felicità non è
– esclusivamente;
assenza di dolore.
È soltanto una goccia in meno
di una lacrima.



2

C'era un silenzio, lungo le vie
del paese a valle
neanche troppo rumoroso,
per non negarsi affatto. Riposava.
Non avrebbe mai smesso.
Se solo avesse saputo...
Assente, anch'io
rintanato alla finestra
di chi è fuggito
per qualche ora
dal freddo della solitudine
di un ricordo senza voce.
Avevo solo provato a seguirlo
invano
fino al risveglio.

3

Caducità. Nient'altro
d'autunno, sugli alberi
dal cielo e sulla terra.
Di foglie, pioggia e fango
dipingono il sentiero
coi loro colori tristi.
Appiccicosi
come un destino ineluttabile
che vorresti lavarti via.

4

Al regno dei cieli ascese
_invero_
un solo uomo.
<egli mentiva>.
Si; come un marxista
che non racconta niente
con parole vuote
del _suo_ socialismo del domani.
Non verrà alcun regno
degli umili, degli uguali
e dei virtuosi.
Thy kingdom come.
Come _non_ l'ha descritto
il Profeta – a suo modo,
una vuota metafora.
Discendete nell'abisso
degli uomini.
<costoro mentiranno>.
Nel vero vi arrampicherete.
Con le vostre braccia
è nella verità della vita
nell'umiltà del sudore
che si ascende, indefinitamente
verso l'alba di domani.
È un mondo vero anche questo
_che vi siete costruiti.
@
Your kingdom come.
(così muore l'arcaismo
<mentiva>).

5

Ogni collina un campanile
nelle nostre campagne
che arrivi in paese
e mediti, errabondo,
tra tutta quella gente
che veste e parla di modernità.
Solleva lo sguardo.
Le campane, in cima
quasi a sfidare il cielo
chiamano il tuo nome
il tuo stupore
la tua meraviglia.
E la salita, la fatica
il fiato che si spezza
il vociare che si fa lontano
l'ascesa nei ricordi del tempo
dal lontano tempo dei ricordi.
Dominato
dall'alto
il torreggiante paese
ne vorresti dominare ognuno
e questo e quello e l'altro, laggiù
oltre quella valle
per ogni collina, per ogni campana.
Osserverai le lucine
gialle, rosse, sulle mura scrostate
fortificate, antiche, cadenti, rustiche
delle case, e gli doneranno vita
quelle lucciole fluttuanti sulle pareti,
quelle creature danzanti nel buio.
C'è un mondo nuovo in ogni contrada
nella semplicità del paese, che la città
ha obliato negli anni.
Ne vedi il segno dall'alto, oltre la staccionata
dalle mura l'autostrada, i camion
lontani e veloci – e tu, immobile
dalla stasi del tempo, la città vecchia.
Poi ancora sotto la gente al bar
che discorre sul campionato
e non ha orizzonti verticali;
accecati dalle luci degli uomini
che si fanno miti dalla tua prospettiva.
L'unica via che resta,
per rivivere il passato, è salire
a piccoli passi,
per ogni campanile,
per ogni collina
nell'umiltà di un sogno antico.

Dietrologie

C'è una cosa che deve divertire un bel po' gli intellettuali, o presunti tali: tutte le volte che il loro cervello riesce ad abbracciare un fenomeno oscuro, arcano o semplicemente complesso con un disegno semplice e sbrigativo – ecco, l'orgasmo intellettuale!
Quante volte ci saremo chiesti il perché di quell'evento epocale, o perché lui ha deciso in quel modo o in quell'altro, o perché l'evoluzione di quella razza/specie/azienda di telefonini è andata a quel modo e non così come pensavamo? La dietrologia è una risposta eccezionale ad ogni parvenza di irrazionalità o di inspiegabilità. Ogni qual volta qualcosa ci sembra strano, dobbiamo necessariamente trovare una spiegazione razionale – in questo siamo tutti filosofi – ma quando non la troviamo, ecco comparire lo spauracchio del complotto, della decisione presa da una singola persona dal volto coperto e dalle grandi mani, della cospirazione del potente, del tradimento del compagno, dell'illusorietà del reale dinanzi alla tragicità del mondo vero, di un'ontologia a ben dirsi criminale!
La dietrologia funziona sempre, perché è come la magia. Se non si trovano cause naturali per la spiegazione di un fenomeno, ecco saltar fuori dal cilindro decine di cause occulte, roba che la gente normale non può affatto capire, ma che l'intellettuale (eccolo, lo vedete? Lui si sente superiore!) riesce a cogliere con agilità. “C'è troppo olio nella pasta!” - Cazzo, l'azienda agricola produttrice di olio ha corrotto il cuoco di questo ristorante! Ma potrebbero anche essere le multinazionali del ca...tering!
“La pizzetta è troppo salata!” - Elementare! Il pizzaiolo eccede con il sale per costringerti a pagare anche la bibita, che poi costa il triplo, rispetto al supermercato!
“Il sindaco ha sostituito l'incrocio col semaforo con una rotatoria!” - Dev'essere un'idea di Berlusconi per rallentare il traffico in direzione Perugia, dimodoché la giunta di centrosinistra del comune limitrofo subisca un calo del 5% sugli ingressi al secondo (calcolato in i/s) rivedendo gli investimenti ed i traguardi nel bilancio turistico dell'anno solare.
“Il concerto dei Metallica è stato rinviato!” - Ah, di sicuro son stati gli alieni, oppure è un complotto del Papa contro i metallari!
Mi sembra di sparare idiozie, eppure, d'altra parte, non mi sembra affatto di farlo. Se ne sentono spesso, di simili, talvolta più divertenti perché terribilmente vere. Il problema di chi va a caccia di bufale (penso a gruppi di eroi tipo il CICAP) è che può sempre capitare che le bufale non siano bufale, benché in molti casi, ovverosia quasi tutti, lo siano davvero. Mi viene da pensare a Calciopoli; si poteva anche ragionevolmente supporre, cosa che probabilmente facevo anch'io, nella mia onestà, che l'odio verso la Juventus fosse tanto viscerale da spingermi a gridare al complotto in ogni caso – salvo poi scoprire che il complotto c'era, anche se nettamente meno profondo di ciò che dipingono i media (le grandi squadre hanno più potere decisionale nel Campionato italiano, ed influenzano maggiormente gli arbitri... questo è palese per tutti, tranne che per i tifosi). Ma la bomba è sempre dietro-logicamente l'angolo, come se Maurizio Mosca fosse ancora tra noi.
Alla gente, tutto sommato, le bombe piacciono – e le dietrologie pure. Ci sono tanti tipi di dietrologie, laddove talvolta il complotto è manifesto ai creduloni (si, sono gli ebrei che avvelenano l'acqua!), ce ne sono invece altri, quelli degli intellettuali seri e geniali, che hanno un intreccio più intricato dei casi strizzacervelli per bambini del Detective Conan (non c'è stato nessuno sbarco sulla luna, serviva agli americani come pubblicità; l'11 settembre è stata un'idea di Bush; il Papa ha simulato l'attentato, altrimenti non si sarebbe salvato... altroché totus tuus!).
In tutte queste storie, gran parti delle quali inventate, insorge un desiderio atavico di sociologia (anagramma di “ciò lo so già!”), vale a dire un voler spiegare fenomeni complessi ed eminentemente sociali, ovvero che coinvolgono l'opinione di tutti e le colpe di molti, e ricondurle ad un'unica causa demonologica, in maniera un po' sbrigativa ma talvolta brillante. Il buon narratore di dietrologie ha pure i suoi personaggi, che non sono Batman o Pikachu o l'Ispettore Gadget, bensì il capitalismo, il Presidente (degli USA, quello italiano, quello della chiesa... ehr... il Papa), i comunisti, gli ebrei, i massoni, gli alieni etc. Alcuni di questi personaggi sono indubbiamente reali ed hanno davvero le “mani in pasta” in diverse questioni (gli alieni, ad esempio), mentre altri sono troppo assurdi per esistere davvero (Berlusconi in primis), ma tutti condividono un ruolo fondamentale, se non l'unico, nell'intero disegno del giga-complotto.
Spesso la risposta alle grandi dietrologie è un'onestissima presa di posizione nei confronti di grandi questioni intellettuali tipiche della sociologia: l'accettare che esistono fenomeni mostruosamente complessi, molto più degli alieni o degli spiriti. La ragione per la quale ora mi trovo a lavoro, su di un piccolo PC a scrivere appunti non è riconducibile ad un'unica causa sociale (anche se di sicuro l'idea originale è di Berlusconi!), ma ad un mix caotico di scelte individuali, scelte collettive, ma anche, se mi permettete, del caso. La ragione per la quale oggi piove non è di certo del governo ladro, o forse no? Dicono che sia una cospirazione dei venditori d'ombrelli!
La ricerca della verità è cosa da filosofi, non da imbroglioni, né da saltimbanchi dei fenomeni sociali. Spesso la verità è inafferrabile nella sua totalità, ne possiamo attingere solo parti, poiché si manifesta in maniera troppo variegata e caleidoscopica per le nostre limitate capacità di analisi – cazzo, questo almeno accettiamolo!
Benché non possa verificare empiricamente se l'uomo è davvero stato sulla luna, o se Yuri Gagarin si è fatto un bel giretto intorno al globo o era tutta una messinscena, o se l'11 settembre me lo sono sognato o se Bin Laden è o meno una costruzione mediatica, posso comunque farmi un'opinione, riconoscendo di trovarmi dinanzi a fenomeni sui quali posso al massimo fare ricerche per sviluppare un mio pensiero, ma che di certo non riuscirò ad abbracciare completamente nonostante le mie numerose speculazioni. La dietrologia, in questi casi, è la via più breve per mettere in archivio la complessità, per sbattere in un cassetto buio un fascicolo un po' scomodo e con troppe pagine che spesso non hai neppure voglia di leggere.
Vagli a spiegare agli altri che sei solo un intellettuale sfigato – e che la colpa, se gli idioti del common sense non l'hanno ancora capito, è indubbiamente degli alieni!