La debolezza di Re Ottmar


Ottmar si accasciava sul trono come un fantoccio di pezza, lacrime di autocommiserazione gli inumidivano la barba. Alla mia corte, il suo ruolo sarebbe da tempo stato usurpato da qualcuno più forte, ma a Willendorf era stimato anche nella sua debolezza.

Questa citazione del vampiro Kain, tratta dal vecchio Blood Omen: Legacy of Kain (1996), videogioco che ho ripreso di recente per retrogaming, mi ha sempre fatto riflettere, dalla prima volta che l'ho sentita, parecchi anni fa.
Ho sempre di fronte agli occhi l'immagine (alla bassa risoluzione e coi pochi poligoni dell'epoca - al resto pensa l'immaginazione) di quell'uomo afflitto, con la schiena ricurva sul suo trono, sul volto l'espressione di un re preoccupato, terrorizzato per la sorte di sua figlia malata, distesa davanti a lui, mentre il suo pensiero non ha spazio per il suo impero, sotto l'attacco delle truppe nere della Nemesi. 
Volendo uscire dal contesto videoludico e dalle vicissitudini della trama, mi stupisce sempre il pensare ad una persona stimata anche nella sua debolezza. Penso che nella società contemporanea si sia un po' perso questo senso di apprezzamento e stima dell'umanità in quanto tale, anche nelle sue forme più fragili. 
Mi capita di parlare spesso a riguardo con psicologi e sociologi professionisti, e mi sento ripetere, e leggo di frequente che noialtri, giovani d'oggi, siamo tutti un po' vittime di un perfezionismo eccessivo. 
Non è colpa nostra, beninteso. Lo vedo tutti i giorni sul lavoro, ad esempio: dobbiamo essere infallibili. Prima di entrare anche solo in prova, il datore di lavoro richiede 'con esperienza'. Nessuno, infatti, è disposto ad insegnare il mestiere: o il giovane è un robot programmabile già programmato, oppure non ha neppure la possibilità di provare. Per chi supera il primo ostacolo, attenzione: al primo errore si è fuori, perché c'è un esercito di persone dietro di noi che vorrebbe rubarci il posto. Dobbiamo dimostrare di essere i migliori. Dimostrare sempre. Una volta c'era (o c'era una volta) il contratto a tempo indeterminato: il nostro parente che ha un posto come dipendente statale (dagli uffici alle cattedre scolastiche) ha superato un concorso, degli esami o qualcosa del genere – poi, una volta sotto contratto, ha potuto rifiatare: doveva solo lavorare, e non dimostrare ad oltranza le proprie capacità per sopravvivere. Noialtri invece dobbiamo dimostrare giorno dopo giorno, perché in quest'epoca la storicità delle buone azioni non è messa a verbale, e perché il contratto scade ogni anno. Ogni mese. Ogni giorno. Ogni chiamata. L'unico modo per sopravvivere è dire sì alla proposizione: “io sono Superman”. 
Non parliamo dei diritti. Per una donna incinta o per una persona malata, sopravvivere nel mondo del lavoro è impresa ardua. Non possiamo mostrare i fianchi: la vita è sempre una dura battaglia in cui sopravviviamo noi o il nemico. O siamo perfetti o niente: agisci o muori.
Non cambia il discorso nelle sQuole e nelle università. Si parla sempre di meritocrazia, quando chi ci insegna è il primo ad esigere la perfezione espositiva e conoscitiva, ma, come ripeto spesso, se un docente dice “non lo so” è per onestà intellettuale, se lo dice uno studente significa che non ha studiato. Spesso quel docente è salito in cattedra negli anni sessanta, proprio quando quella cattedra era agevole: bastava dimostrare qualcosa (o anche senza il 'qualcosa', bastava essere dimostranti), e da quel momento in poi nessuno l'avrebbe più potuto sollevare dall'incarico. Noi studenti invece ogni giorno a bussare contro porte di pietra: dai primi anni ai dottorandi, con la foga della battaglia perché uno su mille ce la fa, e quell'uno deve essere il necessariamente il migliore. Poi, ad un passo dal traguardo, scopri che invece era il solo più raccomandato.
Ho sparato qualche invettiva  a vanvera, potrei proseguire con centinaia di esempi ma mi fermo qui, lasciando alla fantasia del lettore ulteriori argomenti. Per oggi non voglio dimostrare più nulla. 

Re Ottmar
Screenshot da Blood Omen (1996)
Mi piacerebbe sentirmi, almeno ogni tanto, come Re Ottmar. Senza il timore indicato da Kain, di essere sempre a rischio di venir usurpato da un individuo più forte di me. Sarebbe bello avere un regno (ma anche solo una classe, o un posto di lavoro) in cui tutti ti apprezzano sia per quello che vali sia per quello che non ti riesce, per i tuoi difetti, per le tue debolezze; anche solo perché ti rendono più umano, più vero agli occhi degli altri.
Mi piace sognare un mondo in cui un uomo è apprezzato anche nelle sue debolezze; esse sono la condizione necessaria dell'umano per determinarsi in quanto umano. 
Lo spazio per i superuomini, per il tanto discusso post umano, preservatelo nei vostri racconti mitologici futuristi e nelle favole da utopisti megalomani e filosofi dell'ansia da prestazione scientista. 
Tutto il resto è debolezza. Tutto il resto è umanità.


Luglio V


Una viuzza che congiunge al centro
limite estremo del mio universo
parla spesso. Fa baccano
non lo capisco neppure
mi ricorda che c'è.
Non ci ero mai arrivato
non credevo neppure ai limiti
(dell'universo)
ma neppure a quelli della matematica.
Qui non c'è tempo per i numeri
né pensieri che non divengano fatti
e l'animo che vola non s'adagia
se non fa coesistere l'astratto con l'umano.
Per questo si fugge, senza meta esatta,
per scavalcare il parapetto di questo mondo
in una terra nuova, più lineare
come tante tinte pastello
ma il cuore avvinto non accompagna il pellegrino
perché l'amore è concreto quando è astratto
e la terra non sono solo gli uomini, né i vermi.
C'è un vecchietto che passeggia
dopo la pioggia
- e ne ho visti tanti, così
nelle mie terre
quasi identiche.

Sono felice
quando la vedo sorridere
ed io qui che scrivo
penso /scemo/ al futuro
che non si congiunge con me.
Prima che l'acqua si plachi nella bacinella
dopo esser stata spostata
per qualche tempo,
il tumulto delle onde.
Passerà.

È vero, l'ho sempre pensato anch'io (anche se non l'ho scritto in un un libro)

Capita spesso, leggendo testi di filosofia, di ritrovarsi a pronunciare frasi come quella che titola questo post: a me è capitato soprattutto durante il liceo, quando, ad ogni nuovo filosofo affrontato, c'erano degli aspetti del pensiero in analisi che mi sentivo non solo di condividere in seguito alla lettura, ma mi avvedevo d'averci già riflettuto diverse volte anche prima di essermi imbattuto nel pensatore, che, in un certo senso, avevo anticipato.
Ben lungi dal sentirmi un genio (o un filosofo) per questo genere di anamnesi, credo che abbiano avuto un po' tutti questa sensazione leggendo non solo testi di filosofia, ma anche di arte, di società, di politica o di cultura in generale. Poi magari su quei testi ci abbiamo pure scritto la tesi.
Per spiegare questo fenomeno va preliminarmente considerato che sussiste una storicità del pensiero che reclama in qualche modo la paternità, anche solo parziale, di ogni pensiero ad esso successivo, anche se personalmente non si era mai entrati concretamente in contatto con l'autore che per primo ha formalizzato quelle idee: non deve essere strano essersi sentiti vicini al superamento dello stato di minorità dell'illuminismo del sapere aude kantiano prima di leggere Kant o prima di studiare l'illuminismo, o di ipotizzare un metodo per conoscere basato sulle esperienze (il metodo sperimentale) prima d'aver letto Galileo, perché in un certo senso il pensiero contemporaneo nasce e si sviluppa storicamente proprio su quei grandi pilastri delle idee.
Parlando di autori contemporanei il discorso cambia leggermente, perché spesso ci troviamo di fronte a pensieri davvero originali, condivisi, figli di una storia lunga millenni come di una storia molto più recente che parla di telecomunicazioni, di crisi economica e di social network; di una sintesi tra ciò che ci ha portato fin qui e ciò che è essenzialmente il qui. Di certo è una vera soddisfazione, per chi, come il teologo italiano Vito Mancuso, (a suo dire) si sente ripetere spesso che il contenuto dei suoi libri era già nelle teste del pubblico (che però non ci ha scritto alcun libro) durante le sue conferenze; è stato proprio lui a darmi lo spunto per questo post.
Credo che quando un autore contemporaneo viene largamente condiviso da questo genere di commenti, da altri che avevano già riflettuto sulle medesime questioni ed erano giunti a risultati analoghi senza tuttavia concludere degnamente scrivendo qualcosa di completo, o ciò avviene perché dice cose ovvie, oppure perché ha davvero colto qualche aspetto importante dell'argomento in analisi che ancora nessuno aveva precedentemente formalizzato, perché tutti gli altri lo pensavano, ci riflettevano – ma non ci avevano ancora scritto nulla.

Storia di un pescatore innamorato e della Luna

C'era una volta un pescatore sulla riva del fiume. Egli era un grande sognatore, e desiderava trovare un modo per pescare l'immagine di ciò che più lo avvicinava ai suoi sogni: la Luna. Il pescatore escogitò decine e decine di modi per portare a sé il corpo celeste, finché un giorno non ebbe una brillante idea: usare la sua canna da pesca. 
Egli non desiderava la Luna per sé; non avrebbe saputo che farsene. Un sognatore non ha bisogno di nulla per vivere nel regno del suo pensiero sereno. Il pescatore voleva donare la Luna alla sua amata come segno di tutto il sentimento e di tutto l'amore stellare che provava per lei; egli, infatti, un modesto pescatore, non si sentiva mai abbastanza per meritare l'amore di lei. Fu allora che andò dalla sua amata e le comunicò che a breve avrebbe compiuto l'impresa.
Ma il pescatore fallì anche questa volta. Riversò tante lacrime nel fiume, e queste si persero via via fino al mare. Egli pianse tutta la notte e tutto il giorno, fino alla notte successiva, poiché si sentiva un incapace, poiché tutti i grandi sognatori si sentono un po' incapaci, nella vita.
Fu allora che comparve il Diavolo, che gli propose un patto. Egli gli avrebbe fornito l'amo magico per prendere la Luna e portarla a sé, per poi donarla alla sua amata. In cambio, stranamente, non chiese nulla. Il pescatore era al settimo cielo, ed accettò immediatamente.
La Luna esitò. L'amo la prese. Tremori. La Luna che si sposta lentamente verso il pescatore, e questi, perso in tutta la sua felicità, in tutta la sua soddisfazione. Ma la Luna era troppo grande, e col suo enorme peso, giunta a destinazione schiacciò il pescatore, che morì – senza saper mai che alla sua amata non importava affatto della Luna, ma che questa voleva solo amare ed essere amata, senza bisogno di gesti o di grandi imprese per dimostrare la limpidezza e la purezza dell'amore, poiché l'amore è già luminoso e magico come la Luna in cielo.

Il signor Rossi (l'italiano medio) e la neutralità di Internet.


Spero che tutti i (due o tre) lettori di Brontologia Applicata abbiano saputo del bizzarro caso mediatico che ha recentemente coinvolto il signor Vasco Rossi e Nonciclopedia: il cantante che querela l'enciclopedia satirica per diffamazione e la seconda che risponde chiudendo i battenti per un paio di giorni – per poi riaprire, dopo il ritiro della querela e dopo oltre 30.000 commenti diffamatori (molti dei quali davvero cattivi, controllare per credere!) sulla pagina Facebook di Vasco. 
Contemporaneamente, fino a qualche giorno fa, qualsiasi pagina di Wikipedia recava al top un fastidioso banner con i punti salienti del 'comunicato del 4 ottobre' (link), sempre al suono di “ce l'hai con l'enciclopedia? Allora io oscuro le mie pagine per protesta!”:
Il 4, 5 e 6 ottobre 2011 gli utenti di Wikipedia in lingua italiana hanno ritenuto necessario oscurare le voci dell'enciclopedia per sottolineare che un disegno di legge in fase di approvazione alla Camera potrebbe minare alla base la neutralità di Wikipedia.
(qui il testo approvato dalla Camera dei deputati l'11 giugno 2009, poi modificato dal Senato il 10 giugno 2010; qui gli emendamenti del 6 ottobre 2011).
Sono stati proposti degli emendamenti, ma la discussione di tali modifiche (inizialmente prevista per il 12 ottobre e poi rimandata) deve ancora essere effettuata. Non sappiamo, quindi, se sia ormai scongiurata l'approvazione della norma nella sua formulazione originaria, approvazione che vanificherebbe gran parte del lavoro fatto su Wikipedia. 
Grazie a chi ha supportato la nostra iniziativa, tesa esclusivamente alla salvaguardia di un sapere libero e neutrale.
Ma che diavolo succede? Sembra che l'italiano medio-basso, ovvero il signor Vasco Rossi e tutta la pessima classe politica italiana, non abbia ancora fatto i conti con il mondo delle informazioni online, dopo aver scoperto Internet con qualche anno di ritardo rispetto al nipote quindicenne.
Pur senza potermi addentrare in contenuti tecnico-giuridici che ignoro, la mia impressione è che si confondano troppo spesso i contenuti di Internet con quelli di una testata giornalistica, o con quelli di una trasmissione televisiva. Viviamo, in quanto società, su due livelli: quello dei nostri nonni, non-nativi di Internet, tutti imbarazzati, pudici ed impegnati a costruire sistemi di informazione neutrali che parlino di cose neutrali, apolitiche, anti-ideologiche, pure e candide come la neve e finiscono col produrre il limpidissimo Tg1; e dall'altra parte una generazione (la mia) disillusa ma dalla mentalità molto più aperta, per la quale non c'è neutralità migliore della realtà tutta, citando a sproposito il noioissimo Hegel: 'il vero è l'intero', ossia lo Spirito del Mondo, non le singole manifestazioni di esso che di volta in volta si presentano come filosofie a sé stanti, quanto piuttosto tutto l'insieme di tutti i pensieri che nella storia si sono succeduti – senza censure né partizionamenti. 
Detto brutalmente, Internet può essere inteso come la TV o come un giornale, quindi soggetto alle norme del buon senso, della censura, della fascia protetta quando i bambini sono andati a dormire, neutralità come ideologia dell'anti-ideologia; oppure può essere inteso, molto più banalmente, come specchio della società, come immagine virtuale del mondo sociale. 
La prima visione di Internet prevede quindi dei criteri giuridici e morali per la Rete: ci sono cose che si possono fare ed altre che non si possono fare. Regole da scrivere. Cose da cancellare, come la pagina di Vasco della Nonciclopedia o come qualsiasi cosa offenda qualcuno, secondo il decreto in approvazione che cita Wikipedia. La seconda invece vede Internet proprio come un luogo libero da vincoli del secolo scorso, alla quale i signori che sostengono la prima fanno di tutto per applicare ad Internet un(a legge) bavaglio.
Io mi schiero con vigore con la seconda visione. Perché penso che non ci sia nulla di più ipocrita di gente che ha paura della realtà e di tutte le sue sfaccettature, e pur di non ammetterlo si difende mascherandosi dietro ad una falsa neutralità – quando non c'è nulla di più neutrale di ciò che è complesso; non può esistere una neutralità artificiale. Sarebbe costrutta, falsa, magari bella a vedersi e facile ad intendersi, ma maledettamente fittizia. Come la programmazione della Rai. 
Internet è un'immagine virtuale del mondo, e merita di avere la stessa, libera complessità. C'è la violenza, il nonsense, lo streaming, megaupload e megavideo, i demotivational, youporn, i file torrent e Brontologia Applicata. Per fortuna! 
Il segreto per far coesistere la libertà di Internet e la tutela dei diritti è l'educazione del cittadino, congiunta al pensiero critico. Un'educazione che deve partire dalle scuole e dalle famiglie, che oggi purtroppo si presentano impreparate ai nuovi problemi sociali ed alle nuove possibilità che l'educazione nell'era del web 2.0 sono posti in essere: scoprire i segreti, i limiti e le possibilità delle modalità di accesso a dati ed alle conoscenze, Internet in quanto biblioteca della biblioteca, dato e metadato.
Penso che la soluzione sia un po' di educazione ad Internet. Educare Internet, invece, è dittatura del secolo (breve) scorso.
Essere neutrali non significa parlare da un punto di vista privilegiato e neutro (o al massimo due, come nei talk show: destra e sinistra, prete ed ateo, politico e magistrato); essere neutrali significa tendere ad un pluralismo dell'informazione in cui ognuno può esprimere il proprio punto di vista, nella molteplicità delle sfaccettature delle idee – e l'utente adulto, critico, che acquisisce il maggior numero possibile di informazioni, prima le fa proprie, poi le elabora e propone un proprio pensiero; potrebbe anche pubblicarlo sul suo blog brontologico! Ma se l'opinione di qualche altro brontolone poi proprio lo disgusta, o forse la reputa immorale, può liberamente evitare di visitarne la pagina web; non dovrebbe tuttavia farla chiudere, come un nonnetto cantautore (?) che prima fa clippini col suo Mac e li pubblica su Facebook, e poi non capisce le battute dei ragazzini!
La verità oltre le diffamazioni e le polemiche sterili, alla fine, viene sempre a galla – dal calculemus! leibniziano applicato alle discussioni del bar fino alle indagini de 'Le Iene'; un cittadino dalla mentalità aperta e razionale non dovrebbe aver paura del pluralismo di Internet, né di quello del mondo. Per chi preferisce la verità liofilizzata, filtrata e sminuzzata; per l'italiano medio, c'è sempre il TG1 ed il computer connesso solo sulle pagine di Facebook...

Nessuna notizia dal pianeta silenzioso


Nessuna notizia dal pianeta silenzioso. Nessun segnale ai nostri ricevitori. Nulla. È con enorme dispiacere che comunichiamo ufficialmente l'interruzione dei collegamenti col pianeta azzurro. Come Centro di Ricerca Galattico sulle Forme di Vita Intelligenti dell'Universo Conosciuto, ci assumiamo tutte le responsabilità del caso; i nostri tecnici stanno lavorando alacremente per ripristinare il collegamento, tuttavia dalle prime indagini sembra che i nostri impianti di ricezione funzionino perfettamente. Con buone probabilità non ci sono più segnali di vita intelligente; più precisamente non percepiamo vibrazioni di Esistenza Culturale Interspaziale di Livello 010 o superiore.
Stando alle scansioni più recenti, alle analisi ed ai dati elaborati, il pianeta silenzioso aveva sviluppato un modello economico fortemente contraddittorio negli ultimi tre secoli. Alcuni studiosi, infatti, come il celebre dott. Xram, del Laboratorio della Costellazione Rossa, avevano già preconizzato la fine imminente dell'attività intelligente rilevabile dai nostri strumenti nel pianeta silenzioso. Gli abitanti del pianeta silenzioso avevano infatti investito le loro stesse vite, e con esse tutte le loro attività fisiche e mentali, capitalizzando un sistema economico senza via d'uscita e senza alcuna lungimiranza per la sopravvivenza attraverso i secoli. Sopraggiunta infatti una grande crisi planetaria, tutti gli abitanti del pianeta silenzioso hanno inspiegabilmente pensato di salvaguardare il sistema economico, piuttosto che preservare le loro stesse attività vitali: dopo aver passato più di un secolo ad accumulare capitali, intesi come valore economico virtuale e come produzione su larga scala di strumenti spesso inutili o facilmente intaccabili dall'obsolescenza, con enorme rapidità la produzione si è interrotta nel nome di una nuova tendenza, contraddittoria con l'intero sistema: il risparmio. In un sistema basato sull'accumulo.
I laboriosi abitanti del pianeta silenzioso hanno iniziato ad ingegnarsi, ad escogitare metodi su metodi per non pagare i beni di cui fruivano, se stessi inclusi, considerati in quanto lavoratori, poi disoccupati.
Risparmiare, appunto, e nessuno guadagnava più nulla. Tutto d'un tratto, riusciti a digitalizzare in maniera rudimentale (con il sistema binario) ogni forma espressiva, artistica – di tipo ologramma, video o suono o testo, a due o tre dimensioni, interattiva e non interattiva, sviluppata dal genio di uno o più creatori e costata da poche risorse ad enormi capitali – gli abitanti del pianeta silenzioso hanno iniziato a fruire di innumerevoli servizi, a discapito di chi, un tempo, veniva pagato per produrre, distribuire e vendere la propria arte e tali servizi di cultura ed informazione quotidiana, anche cartacea. La stessa sorte è toccata all'automazione industriale, la quale, sempre secondo l'illustrissimo dott. Xram, ha giocato un ruolo determinante sull'emorragia della disoccupazione nel pianeta silenzioso: una volta scoperto come recuperare a prezzi bassissimi le materie prime senza l'utilizzo di lavoratori (o comunque con il minimo indispensabile), il potere di acquistare un maggior numero di oggetti a prezzi sempre più bassi è finito per collassare: strumenti costosissimi apparentemente impossibili da produrre, se non in larga scala, hanno raggiunto prezzi irrisori che comunque nessuno poteva permettersi. Al contempo, le materie necessarie alla sopravvivenza iniziavano a scarseggiare e ad aumentare vertiginosamente di valore.
A tal proposito, va rilevato come i contadini più ricchi stavano via via abbandonando i campi: al loro posto torri che giravano con la forza del vento, distese di pannelli metallici che attingevano energia direttamente dalla stella più vicina (una sola), e nessuno più impegnato a coltivare il cibo che avrebbe poi dovuto sfamare la popolazione intera. Dapprima si decise che dovevano essere sfruttate le popolazioni più povere al fine di procurare il cibo per tutti, poi queste ultime divennero leggermente più ricche e pretesero lo stesso benessere degli altri e smisero di coltivare, cacciare ed allevare – mentre la popolazione del pianeta silenzioso era sempre più numerosa, e non c'era da mangiare per tutti. C'erano solo tanti pannelli, inutili, tanta energia, tante macchine e tanti computer, tante case che nessuno poteva più permettersi poiché nessuno aveva più un lavoro. Nessuno aveva più una pensione, né un diritto. Nessuno aveva più uno Stato come un tempo era ivi inteso, né come lo intendevano le antiche popolazioni, né come lo intendiamo nella nostra Galassia; anche quest'ultima istituzione era divenuta inutile, niente più città, regioni, culture e diversità. L'istruzione era gestita da un solo docente per ogni disciplina o corso esistente per l'intero pianeta (e da un manipolo di traduttori e doppiatori, per un totale di un centinaio di persone tra tutti i corsi, per tutti gli ordini di scuola e per ogni lingua, finché non si decise di imporne una per tutti), poiché si era perso l'uso di porre domande al professore e pertanto appariva più conveniente produrre lezioni-video scaricabili gratuitamente da una rete; inoltre venne liberalizzato l'uso delle armi e la libera difesa dei cittadini per sé stessi attraverso ronde autogestite, sempre per risparmiare sulla polizia. Quando le tecniche di ingegneria chimica e biomedica consentirono di utilizzare medikit ed automedicamenti per qualsiasi tipo di malattia non vi fu più bisogno di dottori specializzati; numerose panacee prodotte in fabbrica venivano smistate per tutti i continenti e per tutti i mali, esclusa la morte naturale. I politici, invece, persistevano nella loro esistenza parassitaria, anche quando non fu neppure più necessario parlare di stati, né di nazioni, né di comunità.
Queste, in una sintesi poco ragionata che verrà a breve completata e privata delle brutture linguistiche ed analitiche di questa prima bozza, sono alcune delle peculiarità del pianeta silenzioso, prima che perdessimo qualsia si forma di collegamento con le sue attività intellettuali, con le sue vibrazioni di Esistenza Culturale Interspaziale di Livello 010. Secondo le nostre supposizioni, il pianeta non è più abitato da uomini capaci di costruire una civiltà, né di preservarla con la forza del lavoro e di tutto ciò che è necessario al pensiero per sopravvivere.
Dallo spazioporto più vicino al pianeta silenzioso verranno effettuate ulteriori indagini appena le istituzioni lo riterranno più opportuno.

Fine della comunicazione.

La città di Mangiabevi e la Notte Bianca

Nei suoi racconti al Kublai Khan sulle variopinte culture e civiltà che popolavano il Grande Impero, Marco Polo non mancò di menzionare la città di Mangiabevi ed il triste fatto che vi accadde durante la sua breve visita in quel bel luogo bagnato dal mare.
Nella città di Mangiabevi non c'erano ideologie politiche. Forse non era necessario neppure pensare per essere felici e per accontentare il prossimo; ogni disputa era felicemente risolta e compiuta nel verbo fare
Ogni realtà efficiente e felice nasconde tuttavia la sua maschera mostruosa per fingerla un gioco bizzarro fuori dall'armadio nei giorni di carnevale; pertanto la città di Mangiabevi aveva una grossa cultura carnevalesca, dentro, fuori ed attraverso i capannoni dei carri allegorici – ma solo nei giorni di festa prestabiliti. 
L'efficienza ed il lavoro ed il verbo fare sono le cose più belle che una persona possa scoprire e vivere. Ti rendono pieno di te, ti arricchiscono anche l'anima, oltre che il portafoglio, e ti fanno capire che non sei capitato in questo mondo per caso, senza un nobile scopo da perseguire. Alcuni vedono del divino nell'essenza del lavoro, e neppure si sbagliano di tanto. Ma l'efficienza ed il lavoro ed il verbo fare, da soli, alla lunga, logorano anche le anime più virtuose. Per questo la felice città di Mangiabevi voleva essere sempre più felice, e per essere sempre più felice doveva contrapporre all'efficienza, al lavoro ed al verbo fare un numero sempre maggiore di giorni carnevaleschi al calendario, il quale, sempre lì appeso alla parete, si faceva via via sempre più rosso di festività, di domeniche e di stupore. 
La politica di Mangiabevi, come abbiamo già detto, si risolve nel fare e non necessita di un pensiero autonomo; per tanti anni non ha fatto altro che rendere felici le persone, che poi è il più nobile fine e compimento dell'amministrazione di una città. I politici avevano organizzato tante feste, avevano fatto accordi con i locali, con le discoteche, con l'economia e con il denaro per festeggiare il carnevale anche d'estate, per non dormire la notte e vivere al massimo il più spesso possibile: si festeggiavano le origini romane del comune di Mangiabevi, le notti bianche, gli anni sessanta, le cene di Trimalcione e quelle alla rovescio, il capodanno d'estate e le lunghe notti mangiabevesi, e tutta l'estate e tutti i cittadini e tutti i turisti, Marco Polo incluso, potevano essere felici in quei giorni di villeggiatura spensierata.
Accadde tuttavia durante l'ennesima notte bianca un fattaccio che non sto qui a descrivere nei suoi intimi dettagli. Sono cose che accadono spesso nel mondo ma i giornali ne parlano solo ogni tanto, a fronte di statistiche che dicono grandi numeri che hanno una cardinalità di molto maggiore rispetto a quella delle notizie sulla carta stampata e virtuale. Sta di fatto che questo brutto incidente che ha coinvolto una giovane minorenne e tre aggressori, minorenni anche loro, ed una notte piena di alcol per le strade ed il lido della città di Mangiabevi, in poche ore è finito sulle prime pagine stampate ed in testa alle pagine web delle maggiori fonti d'informazione del paese, accendendo immediatamente i pensieri, rimasti sopiti molto a lungo, degli uomini politici dell'efficienza, del lavoro e del verbo fare: è subito scoppiata una gran baraonda sull'eticità di tutti questi carnevali estivi; i preti se la sono presa con la bassa educazione e sulla scarsa moralità dei giovani nell'era dei social network e dei vestiti succinti, le opposizioni politiche se la sono presa con la gestione del sindaco e la polizia con sé stessa, i bagnini con i guardiani della spiaggia, le damigiane se la sono presa con la fermentazione dell'alcol ed i baristi coi minorenni che non hanno consumato neppure un bicchiere nei loro bar perché hanno comprato tutte le bevande al Conad. Una gran baraonda di voci per un imprevisto semplice quanto grave.
Marco Polo, il grande conoscitore del mondo, è andato allora dal sindaco e dal vescovo, ed ha dato loro uno schiaffo. Perché non è colpa dei giovani, né degli assessori, né dei commercianti, né della polizia: partecipare ad un certo tipo di eventi aderendo ai modelli del comune di Mangiabevi, innaffiando il tutto con beveraggi alcolici non è un male compiuto in sé; semplicemente incrementa il rischio che ci sia qualche balordo guastafeste che dimentica le poche regole per essere felici tutti insieme senza che la libertà di qualcuno neghi la libertà degli altri, e basta un solo maleducato per condannare tutti e fare facili generalizzazioni da politicanti.
La colpa, ha detto Marco Polo al sindaco ed al vescovo, è del verbo fare senza il verbo pensare. Perché si può essere felici accostando all'efficienza, al lavoro ed al verbo fare anche il verbo pensare. Pensare che si può essere felici anche incentivando eventi culturali veri, concerti, spettacoli, grandi personaggi sulla scena, magari da alternare ad eventi più goderecci, ma senza trasformare ogni settimana un comune in una discoteca alcolica a cielo aperto perché l'efficienza, il lavoro ed il verbo fare ogni tanto reclamano una sbornia collettiva, tanto per fare
È cosa risaputa che la strategia politica del panem et circenses non abbia mai conosciuto un'epoca di decadenza: ma grande è stato il disgusto di Marco Polo quando, al riecheggiare della notizia riguardo il fattaccio della notte bianca di Mangiabevi, tutti i falsi moralisti cittadini senza peccato si sono risentiti ed hanno scagliato la prima pietra, ed anche la seconda roccia e la terza selce (ma nessun violino), contro tutte le feste e festicciole alcoliche rinnegate che d'un tratto, bella scoperta, sono diventate pericolose, che quasi è meglio non farle più affatto. 
Gli ingenui cittadini di Mangiabevi ed i loro amministratori potevano pensarci anche prima – peccato che, oltre al fare, non pensassero affatto.

La quasi saggezza dei quiz

Uno tra i più classici accorgimenti strategici per chi deve affrontare il quiz della patente, può essere riassunto con la massima: “quando nel quesito compaiono termini come sempre e mai, la risposta è quasi sempre falsa”.
Questo fatto fa riflettere; penso che la massima sia generalmente valida anche nella vita di tutti i giorni. Conosciamo infatti tutti l'esistenza di eccezioni, le quali si presentano molto più spesso di quello che tendiamo ad immaginare, spesso quando meno ce l'aspettiamo. I più grandi retori, filosofi, critici e chiacchieroni si divertono un mondo a trovare l'eccezione che già basta a falsificare logicamente una proposizione che contiene, appunto, termini come sempre, mai, tutti, nessun, in ogni caso, in nessun caso etc.
Per falsificare una proposizione generale di quel tipo basta un solo controesempio – che molto spesso non è neanche troppo difficile da trovare. Gli esempi (e i controesempi) si sprecano.
Nelle sfere più astratte della matematica e della logica, pur con le dovute eccezioni, è possibile verificare che una proposizione è sempre vera, ad esempio attraverso l'induzione matematica per qualsiasi numero n. Ma anche in questo caso, magari sarà vero per l'insieme dei naturali N ma non per i reali R, oppure è falsa per lo 0 o per l'1 mentre è vera per tutti gli altri n > 1. La matematica e la logica sono comunque ben più stabili delle scienze empiriche, così come dei luoghi comuni o delle generalizzazioni da Bar Sport.
La mia impressione è che dovremmo avere un comportamento equilibrato, nei confronti di tali proposizioni: da un lato va riconosciuto, come nei quiz della patente, che spesso sono false; prenderle sempre per vere porta ad essere poco critici, quando uno dice “tutte le cose stanno sempre così e basta” è spesso un disonesto che vuole portarvi nell'atrio della sua chiesa o nella sede del suo partito; ma dall'altro lato, se l'enunciato è vero nella maggior parte dei casi, gli va comunque riconosciuta una qualche portata descrittiva. 
L'esempio classico degli amici filosofi: “tutti i corvi sono neri”, con le dovute mutazioni genetiche o eventuali malattie al piumaggio, sarà comunque valida per circa il 99,99% dei corvi. Anche l'enunciato “agli italiani piace il calcio”, dove è sottinteso un “tutti”, sarà pur falso, ma copre un buon 80% dei cittadini del Bel Paese, pertanto gli va da un lato riconosciuta una portata descrittiva limitata, ma non è lecito trattarlo come un banale pregiudizio. Analogamente trovare un controesempio a “(tutta) l'università italiana non funziona” è molto facile, ma chi si sentirebbe il dovere di affermare che tale enunciato sia falso, quindi un pregiudizio?  
Spesso mi innervosisce una certa critica filosofica e sociale che fa di tutto per trovare controesempi (neanche troppo difficili da reperire) e riconosce tutte le generalizzazioni come pregiudizi. Una cosa è la logica, per la quale un enunciato del tipo “tutti gli X sono Y”, se c'è un X che non è Y, è falso, un'altra cosa è la vita quotidiana ed il mondo, con tutte le sue sfumature, nel quale dei sistemi logicamente troppo rigidi di certi filosofi ce ne facciamo ben poco.
Meglio diffidare chi dice cose che sono sempre vere, per tutti, mai vere, per nessuno. Molto probabilmente, come ci insegnano i quiz, dice il falso. Ma se qualcuno parla in buona fede, intendendo quasi sempre per quasi tutti, salvo eventuali eccezioni, non vale neanche la pena di prendersela e tirar fuori millemila controesempi per sentirsi più intelligenti o intellettualmente più onesti. Non ce n'è bisogno.

p.s. Questo discorso vale per gli enunciati generali, ma non per quelli particolari, in cui bastano una o una manciata verifiche: “Monti non è mai andato in America”, “tutte le auto della mia famiglia (sono tre) vanno a benzina” - entrambi gli enunciati sono palesemente veri, ed è davvero difficile trovare un controesempio. 
Ecco trovato un controesempio a questo post. A scanso di equivoci, l'averlo trovato non mi fa sentire più intelligente dell'autore del post.

Il risveglio del Re del Mondo

Capita talvolta, alla coscienza del mattino che si desta dal sonno, di respirare i ricordi uno ad uno, nell'anamnesi dell'alba. Ti svegli e ti accorgi di avere un corpo: le gambe sono rannicchiate, le braccia tese e la testa accovacciata sul cuscino, e tutta la materia avvolta dal suono di uno sbadiglio interminabile – ci vuole infatti del tempo per capire di essere tornato il medesimo te stesso
Pensi a ciò che la tua identità sociale dovrà fare nelle ore che seguiranno direttamente, e così riscopri l'esistenza di centomila immagini distinte dalla percezione che hai di te: una sola immagine nuda, adagiata sul letto. Ma l'istinto torna alla prima sopravvivenza nel pensiero della colazione, mentre pian piano ricordi qual'è il tuo lavoro, cosa fai nella vita, perché stai per alzarti in piedi. Ti guardi attorno. Forse c'è la tua casa. Forse i tuoi cari sono vicini a te, o forse vivi in un ambiente lontano dalla tua casa e dai tuoi cari. Poni di nuovo in essere tutte le persone che conosci e che incontrerai nelle ore successive, le persone che ami e quelle che non incontrerai; sai quali sono quelle che ti mancano di più, ma devi ancora alzarti e preparare la colazione. Spesso c'è un attimo di felicità nell'accorgersi di come la vita che ha preceduto quel momento, fino all'ora in cui sei andato a dormire la sera prima, ha avuto un senso per arrivare in qualche modo fin lì. Una vita che un attimo prima di svegliarti non esisteva nella tua testa, ma persisteva nel mondo – sulla roccia delle cose hai costruito il sentiero che conduce a quella mattina e l'hai percorso tutto d'un fiato, un attimo prima di un lungo sbadiglio. Il riavvio dei sensi è avvenuto: risvegliare chi sei nell'attimo che precede il tuo mattutino immediato all'esistenza.
Ma io ti chiedo: cosa accade al pensiero del Re del Mondo quando si desta dal sonno? Egli possiede tutto ciò che è; ed anche ciò che egli non è, è suo. Il Re del Mondo apre i suoi grandi occhi e si accorge di avere un corpo grasso e ripieno, troppo grande per avere coscienza degli arti come un qualcosa di distinto dal tutto. Il suo letto è enorme, ed i suoi confini lontani gli impediscono di vedere l'orizzonte del mattino oltre l'oceano di lenzuolo. Ma in quella geografia c'è già una distesa di colazione servita. Forse tu penserai, come del resto fanno in tanti, che il Re del Mondo non si svegli affatto. Non è abbastanza neppure tutto il tempo che egli impiega per riportare alla sua mente: il suo castello, i suoi cani, la sua servitù, il suo denaro, le sue donne, il suo giardino, le sue auto, il suo paese, le sue strade, i suoi ponti, i suoi cittadini, i suoi mattoni, il suo esercito, i suoi campi, le sue armi, le sue foreste, le sue montagne, i suoi tramonti, le sue pietre ed i suoi sassi, la sua erba ed il suo cielo, e tutto ciò che egli possiede escluso ciò che il Re del Mondo ha già pensato; egli non può pensarlo in meno del tempo che impiegherebbe per vivere la sua giornata se non fosse ciò che egli è e non avesse nulla, e pertanto nulla a cui pensare. Forse per questo nessuno crede all'esistenza del Re del Mondo: egli non si può svegliare e rivolgere su di sé il suo stesso pensiero che è già il tempo di cadere di nuovo nel sogno di ricchezza che precede la coscienza.
Ma potresti non credere alle mie parole. Ci sono molte altre persone che pensano che il Re del Mondo abbia un corpo come il nostro ed un letto come il nostro. Forse le coperte sono più sgargianti e colorate, e forse la colazione si presenta al Re già pronta al mattino. Ma sicuramente anch'egli, nel ricordarsi ciò che è, nella lenta anamnesi mattutina, sente la mancanza di ciò che non può avere, poiché egli potrà per tutta la sua vita avere tutto ciò che ha tranne ciò che non possiede, e sarà quel vuoto il suo più grande rimpianto, come per tutti noi, che non siamo il Re del Mondo. 
Io, personalmente, ho sempre pensato che al mattino il Re del Mondo sia il più triste tra gli uomini. Ogni sua ricchezza è un'opulenta catena alla sua povera progettualità, ogni suo avere accumulato un limite al suo desiderio di possibile, ogni suo potere un bisogno che non può più essere sfamato. Per questo penso che ogni mattina egli speri di svegliarsi altrove, in un altro contesto, pensando di avere costruito qualcosa di modesto, il giorno precedente, da poter contribuire nel giorno che s'annuncia, come accade in ogni tua giornata.
Forse anche tu mi sai dire come si sveglia il Re del Mondo, ma non lo hai ancora pensato. Svegliati.

Quando diventeremo più intelligenti?

Sono diversi anni che rifletto sull'impatto di Internet sul futuro dell'intelligenza umana. Anche se la didattica nelle sQuole resta legata a metodologie antidiluviane, ho sempre pensato che il rapido accesso alle informazioni che ci offre il buon Google, se utilizzato con criterio, potrebbe condurre le future generazioni all'accumulo di un bagaglio culturale nettamente superiore a quello di qualsiasi altra epoca storica. Ma le cose andranno davvero così?
Trattandosi di una domanda sensata, ovviamente, non me la sono posta soltanto io: il Pew Research Center’s Internet & American Life ha svolto nel 2010 un enorme sondaggio tra 895 esperti nelle grandi aziende (Google, Microsoft, IBM, Yahoo!, Intel, HP, Nokia etc.), nelle società (National Geographic, Linux Foundation etc.) e nelle maggiori università americane per rispondere ad alcune domande su come cambierà la nostra intelligenza e la nostra capacità di leggere e scrivere nel 2020. I risultati statistici ed una buona selezione delle risposte più significative, con tanto di autori, sono disponibili sul sito (link).
La prima rassicurazione che il sondaggio ci offre è che probabilmente Google non ci renderà stupidi (76%). Un po' più sconcertante è l'insicurezza su come cambierà il nostro rapporto con la scrittura e con la lettura; non siamo poi così sicuri (65%) che Internet finirà per incrementare le nostre capacità di writing e reading. Più che commentare il sondaggio e le risposte, che sono già molto schematiche e chiare per chi vuole perderci qualche minuto prendendosi una pausa dal monitorare il comportamento degli amici su facebook, vorrei riflettere un po' su questo enhancement dell'intelligenza umana nell'era delle informazioni a portata di click.
Non nutro grossi dubbi sull'effettivo aumento delle conoscenze sia nella media che nei valori più elevati, e credo che sia stupido promuovere una critica sull'imbarbarimento delle conoscenze da parte di Internet senza partire da un riconoscimento dei suoi meriti. Ma perché ci sono tanti docenti disposti a mettere la mano sul fuoco per affermare che le capacità cognitive dei ragazzi, in media, sono 'sempre peggio', quando invece dovrebbero impennare verso l'alto, anno dopo anno?
Non credo che l'impoverimento della qualità in favore della quantità di informazioni, né che l'estrema rapidità di reperimento dei dati che diminuisce l'effettivo sforzo di ricerca (e contemporaneamente di comprensione) siano un argomenti da sottovalutare. Oggi ci bastano tre righe per dire qualsiasi cosa, ed esigiamo che ce ne vengano concesse altre tre di risposta. Quattro sono troppe, non abbiamo più l'attenzione né il tempo per leggerle. Del resto, anche questo post è troppo lungo, per il lettore medio. Il multitasking, inteso anche come attività umana, ci impedisce di approfondire; meglio dieci cose portate a termine in fretta e male che una con calma, perché altrimenti domani ne avremmo da fare nove. Inoltre poter accedere ad innumerevoli informazioni digitando una sola voce limita fortemente l'impegno di comprensione per accedere ai dati e per selezionare i più adatti: per istinto (e spesso per davvero) le prime tre voci di Google sono meccanicamente le più attendibili, il resto è spazzatura.  
Direi che di problemi ce ne sono, ma che, al solito, non bastano come argomenti validi per i soliti del 'si stava meglio quando si stava peggio, lapidiamo Internet!'. In questo senso fondamentale dovrebbe essere lo sforzo della didattica nelle sQuole, come dicevo all'inizio, ad adattarsi per rendere più complete e personali le ricerche, insegnando fin da subito a specificare le fonti e mediando una buona ricerca tra i dati 'sintetici' della wikipedia  e quelli 'analitici' di un libro, di un articolo (ma anche un e-book) vero e proprio. 
Riguardo la capacità di leggere e scrivere, in particolare sulla seconda, avrei qualche dubbio in più. Il ctrl+v è una sana tentazione, anche perché spesso riformulare un pensiero già ben formulato ha una valenza esclusivamente didattica, ma è contrario all'ergonomia; si possono costringere i ragazzi per insegnar loro ad esprimersi meglio, ma nella vita quotidiana questo non accade: se devo spiegare in chat a qualcuno cosa dice la ricerca sul futuro dell'intelligenza del 2010 gli linko direttamente il sito o gli incollo il testo dell'introduzione, non sto di certo a riformulare il tutto con le mie parole per iscritto! Di certo in futuro conosceremo più cose, ma  forse faremo più fatica a riportarle in maniera non-meccanica. 
Ci sarebbe molto da dire, ma spero di aver suscitato quantomeno la riflessione: Internet ci renderà più intelligenti? Di quale intelligenza stiamo parlando? Quanto sarà diventata sintetica la scrittura tra qualche anno? Riusciremo ancora a leggere un libro di oltre mille pagine senza che l'autore non  debba per forza suddividerlo in almeno (come accade oggi) duecento capitoletti da cinque pagine? Riusciremo ancora a leggere un libro? E a scriverlo?
Non ne ho idea (anzi, qualcuna ce l'avrei). Ne riparliamo tra una decina d'anni!