Tra il tutto e la somma delle parti

Una frase matematico-mistica che filosofi e pensatori si mettono spesso in bocca è la seguente: “il tutto è maggiore della somma delle parti che lo compongono”.
L'espressione nasce agli inizi dell'ottocento in Germania, ed è uno dei principi fondamentali della psicologia della Gestalt, che si contrapponeva allo strutturalismo di Wundt; da un lato un approccio più olistico, perché l'individuo non è solo la somma dei suoi comportamenti, dall'altro un approccio più scientifico-sperimentale. L'esempio che spesso si fa per chiarire il senso della frase è: le qualità della torta (dolcezza, morbidezza, ma anche più semplicemente il colore, la forma ed il sapore) non sono nella somma delle sue parti, nei suoi ingredienti. Provate infatti a mettere uova, zucchero, cioccolato e quant'altro in un vassoio, e di certo non avrete una torta. Forse Aristotele non sarebbe d'accordo, per il quale già negli ingredienti, se intervengono ulteriori (f)atti (come probabilmente un bravo pasticcere) c'è in potenza la torta bell'e pronta. Un altro esempio è quello della melodia: la piacevolezza del suono sincronizzato di tutti gli strumenti è ben più della somma degli ascolti degli strumenti ascoltati singolarmente.
Credo che il senso profondo di quest'espressione sia molto più semplice: la qualità è molto di più della  somma delle quantità. Questa conclusione è sicuramente vera, oserei dire ovvia: riducendo qualsiasi entità a quantità al puro scopo di avere una misura esatta di una sua componente, perdo sempre qualcosa dell'oggetto in analisi. Su questo argomento, giustamente, dibattono ancora i filosofi. Se prendo due T-Rex che fanno una gara di corsa e li riconduco a puntini con accelerazione a e velocità v, ho perso parecchio (almeno due dinosauri), anche se con i dati esatti è facile calcolare chi vince, mentre senza quantità lo scienziato resta nel mondo aleatorio delle scommesse dei bookmakers dei Flintstones. Quando lo scienziato astrae quantità numerabili perde automaticamente la qualità, e ri-sommando le quantità non si ottiene di certo la figura iniziale, anche se con esse si risolvono problemi analitici, scientifici. Per questo la qualità (la bontà della torta, la pienezza della melodia) è sempre più della somma (quantitativa) dei suoi elementi. 
Oserei però spingermi un po' più in là, perché la cosa, messa così, ancora non mi soddisfa. Il problema è gettare nel calderone qualità e quantità, che restano non accomunabili, figuriamoci se sommabili! Logicamente, “tutto – somma_parti = x”, dove x dovrebbe essere 0. Per la Gestalt, l'operazione avrebbe come risultato un numero maggiore di 0. Il problema invece è proprio la non-sommabilità di un “tutto” non numerabile, ancora non quantitativo.
Ho recentemente visto una bella immagine su una rivista di un ipotetico 'viso di donna più sexy del mondo'. Semplicemente un gruppo di esperti del gossip, armati di photoshop e tanta pazienza, hanno fatto un sondaggione sulle parti del viso delle celebrità ed hanno fatto un collage delle “parti” (naso, occhi, bocca, capelli etc.) vincenti. Il montaggio sarà stato pur ottimo, ma il tutto non era poi così bello: le parti troppo 'vistose' di tutte quelle belle ragazze finiscono per stridere. Questo andrebbe insegnato a chi non si accetta per com'è, in questa corsa folle tra estetisti, silicone e botulino: anche nella particolarità di un bel viso, anche nel difetto che spicca tra i pregi spesso sta la vera bellezza, quel qualcosa che ti prende e ti affascina, quella curiosità della buona forma (che è appunto il significato di gestalt), e non della somma disorganica di pezzi di qualità. Il bel viso fotoritoccato insomma non era poi così bello, rispetto a tanti visi con componenti singolarmente peggiori. Ma allora il tutto è anche meno della somma delle parti!
Il problema era già stato risolto: la questione tra tutto e parti non si risolve col segno di maggiore o minore, né con quello di addizione o sottrazione. Il tutto, inteso appunto come qualità della forma, dell'insieme, dell'ente che non viene parametrizzato e reso quantitativo, è semplicemente altro da qualsivoglia astrazione numerica o misura. Perché si misurano sempre parti, ma non è possibile discretizzare tutte le parti per ricomporre il disegno originale con una semplice operazione di somma.
In definitiva, quindi, ricuserei ogni segno di maggiore o minore. Agli amici che usano spesso questa espressione, suggerirei una leggera modifica; semplicemente: il tutto è diverso dalla somma delle parti. 

Ciò che la poesia non è più


Ormai quei poeti non sanno più
di quel bel gioco oltre la siepe
e le grida, gli schiamazzi
nelle piazze e nel paese.
Non t'imbatti in paesi, piazze
schiamazzi, grida, giochi
né poeti. Mai.
C'è chi si accontenta dell'infinito
e chi non trova pace, né sazietà
solo tra le ombre dei palazzi;
una città buia, senza luce
e piena di luci | tante
tantissime, piccole e brillanti
dappertutto
come mille lucciole senz'anima.
Nel buio scenderà sul tuo corpo,
ma non avrà quel sapore antico.
Tornerai ad amare la poesia
solo quando capirai –
ciò che la poesia non è più.

Perché le montagne crescono al contrario


C'era un bambino, lungo il sentiero
che indicava, affascinato
al nonno
quella montagna laggiù.

- Un giorno diventerò grande.
Grande proprio come quella montagna laggiù.
E sarò alto e forte e difficile da scalare, potente, e tutti mi guarderanno e diranno
di voler diventare come me: ammirate tutti quella montagna laggiù!
Ed era felice, nel pensarsi proprio così, come la sfida
per chi ascende con le braccia e chi scala la pietra
col cuore e chi domina l'altezza
con il volo più alto
del pensiero.

Rispose il nonno, con occhi di cielo
ma con una lacrima – del sapore del lago
- La vedi quella collina?
Indicava un'altura modesta.

- Quella piccola collina
che vedi, più vicina
è molto più antica della tua montagna laggiù.
Ciò che ammiri è infatti
la più giovane
tra le alture di queste terre.
Superba; la vedi s'innalza, possente e fiera ed ingenua.
È tutto quello che mostra, e nient'altro.
Quella montagna laggiù si è sollevata da poco
perché voleva sfidare il mare e la terra ed il cielo.
Un tempo anche la modesta collina,
nacque proprio come quella montagna laggiù
ed era proprio così: un gigante.
Ma i millenni l'hanno cambiata:
oggi
non mostra altro che i segni del vento
del gelo e dell'acqua
e del tempo.
Si è mitigata,
raddolcita,
è un declivio sereno
che rifugge
l'asprezza sprezzante
del suo passato.

Le montagne non crescono,
insegnano l'umiltà
e la serenità
a chi vorrebbe
diventare grande
(al contrario).

Facebook come fondamento primo della verità


Ricordo ancora con un certo autocompiacimento quando al liceo spiegavo ai ragazzi come il problema della ricerca della verità che si poneva il giovane Cartesio quando terminò i suoi studi e decise di leggere il libro del mondo fosse quantomai attuale: in particolare in un'era ricca di informazioni (vere e false) come la nostra.
Oggi la verità non la ricerchi solo col professore, ma anche con google e con la wikipedia, spesso fraintendendo, ma di certo con una rapidità di accesso alle informazioni di svariati ordini di grandezza superiori rispetto a quello che era qualche anno fa – la distanza tra due click e prendere l'auto per andare in biblioteca (e solo negli orari prestabiliti) è davvero enorme, di certo molto più vistosa della distanza tra la fine degli anni novanta ed il secondo decennio del duemila. Se usati bene, poi, i due click sono persino più performanti anche in termini qualitativi di tutti i tomi della biblioteca.
Ricordo anche un vecchio post su 'La Lapide' (il mio blog storico) in cui scherzavo sulle catene di Sant'Antonio in formato e-mail che in quei periodi entravano in competizione con lo spam selvaggio e con i primi filtri antispam in fase embrionale.
Oggi leggo certe bufale su faccialibro davvero da inorridire. Ma inorridisco ancora di più quando queste bufale si diffondono a macchia d'olio e nessuno si preoccupa di cliccare su google e prendere le dovute precauzioni. Faccio due esempi che mi sono capitati ieri, dove un minimo di interesse per le fonti e per l'attendibilità delle notizie, prima di far partire la polemica, credo che sia d'obbligo.
Due esempi davvero simpatici.

"Il latte in cartone, quando non è venduto dopo un determinato termine di tempo è rispedito in fabbrica per essere pasteurizzato un'altra volta...Questo processo può ripetersi fino a 5 volte, cosa che conferisce al latte un sapore diverso da quello iniziale, aumentando la possibilità di cagliare e riduce significativamente la sua qualità, nonché anche il valore nutritivo diminuisce...
Quando il latte ritorna sul mercato, il piccolo numero che vedete dentro il cerchietto nel file allegato viene modificato.
Questo numero varia da 1 a 5.
Sarebbe conveniente comprare il latte quando il numero non supera il "3". Numeri superiori comportano una diminuzione nella qualità del latte. Questo piccolo numero si trova nella parte inferiore del cartone; se compri una scatola chiusa, è sufficiente controllare uno dei cartoni, tutti gli altri avranno lo stesso numero.
Ad esempio: se un cartone ha il numero 1, vuol dire che è appena uscito dalla fabbrica; ma se ha il numero 4, significa che è già stato pasteurizzato fino a 4 volte ed è stato rimesso sul mercato per essere venduto..."
Eri a conoscenza di questa cosa? Condividela! :(

Benzina: si sa che in Italia sono state introdotte tasse supplementari, ma è possibile che in Svizzera costi davvero quasi la metà? Basta cliccare sull'immagine (su facebook, non qui) e leggere una valanga di commenti di gente che vive (per fortuna) in Svizzera, i quali ribadiscono che nel paese del cioccolato sfizero la benzina costa al massimo 0,20€/lit in meno che da noi. Differenza che non è poco, ma non è neppure poi così abissale. Ma almeno la polemica ed il vittimismo dilagano, ed un sacco di gente condivide con commenti inorriditi.
Latte: questa bufala (non la mozzarella né il latte di) ha del sensazionale. Se fosse vera, dubito che un sistema di numerazione sulla confezione indicherebbe un dato tanto sensibile. Si potrebbe codificare in qualche modo, ma lasciarlo così espresso è davvero da suicidio per la credibilità chi produce latte, appena scoperta la notizia. Del resto, è stata subito smentita da ogni dove e su ogni sito, dal Corriere a siti indipendenti di produttori. 
Questo rimanda alla definizione tecnica di 'informazione', che differisce dal 'dato' in quanto il dato è materiale grezzo, mentre l'informazione è un dato interpretato. Che sulla confezione del tè sia scritto '2013' (dato) non posso metterlo in dubbio, ma sta alla mia capacità di giudizio riconoscere se è un numero a caso sotto il codice a barre, se è la data di scadenza della confezione o se è la scadenza del concorso 'bevi turbotè e vinci una scorta per un anno!'. Se poi fossi molto furbo, potrei ipotizzare che quel '2013' è un messaggio degli alieni e condividerlo su faccialibro per vedere l'effetto che fa. Anche sul caso del latte, ho visto un sacco di gente condividere e nessuno informarsi (vengo anch'io!).
Viviamo forse in un periodo da polemica facile. Ma un minimo di educazione alla ricerca delle fonti ci vorrebbe proprio, soprattutto in Rete. Suggerisco di non assurgere l'attendibilità di Facebook a fondamento primo di verità, si rischia fino ad un massimo di 5 pastorizzazioni!!

pubblicato nel blog: Lo Stimolo, dissertazioni da tazza

La debolezza di Re Ottmar


Ottmar si accasciava sul trono come un fantoccio di pezza, lacrime di autocommiserazione gli inumidivano la barba. Alla mia corte, il suo ruolo sarebbe da tempo stato usurpato da qualcuno più forte, ma a Willendorf era stimato anche nella sua debolezza.

Questa citazione del vampiro Kain, tratta dal vecchio Blood Omen: Legacy of Kain (1996), videogioco che ho ripreso di recente per retrogaming, mi ha sempre fatto riflettere, dalla prima volta che l'ho sentita, parecchi anni fa.
Ho sempre di fronte agli occhi l'immagine (alla bassa risoluzione e coi pochi poligoni dell'epoca - al resto pensa l'immaginazione) di quell'uomo afflitto, con la schiena ricurva sul suo trono, sul volto l'espressione di un re preoccupato, terrorizzato per la sorte di sua figlia malata, distesa davanti a lui, mentre il suo pensiero non ha spazio per il suo impero, sotto l'attacco delle truppe nere della Nemesi. 
Volendo uscire dal contesto videoludico e dalle vicissitudini della trama, mi stupisce sempre il pensare ad una persona stimata anche nella sua debolezza. Penso che nella società contemporanea si sia un po' perso questo senso di apprezzamento e stima dell'umanità in quanto tale, anche nelle sue forme più fragili. 
Mi capita di parlare spesso a riguardo con psicologi e sociologi professionisti, e mi sento ripetere, e leggo di frequente che noialtri, giovani d'oggi, siamo tutti un po' vittime di un perfezionismo eccessivo. 
Non è colpa nostra, beninteso. Lo vedo tutti i giorni sul lavoro, ad esempio: dobbiamo essere infallibili. Prima di entrare anche solo in prova, il datore di lavoro richiede 'con esperienza'. Nessuno, infatti, è disposto ad insegnare il mestiere: o il giovane è un robot programmabile già programmato, oppure non ha neppure la possibilità di provare. Per chi supera il primo ostacolo, attenzione: al primo errore si è fuori, perché c'è un esercito di persone dietro di noi che vorrebbe rubarci il posto. Dobbiamo dimostrare di essere i migliori. Dimostrare sempre. Una volta c'era (o c'era una volta) il contratto a tempo indeterminato: il nostro parente che ha un posto come dipendente statale (dagli uffici alle cattedre scolastiche) ha superato un concorso, degli esami o qualcosa del genere – poi, una volta sotto contratto, ha potuto rifiatare: doveva solo lavorare, e non dimostrare ad oltranza le proprie capacità per sopravvivere. Noialtri invece dobbiamo dimostrare giorno dopo giorno, perché in quest'epoca la storicità delle buone azioni non è messa a verbale, e perché il contratto scade ogni anno. Ogni mese. Ogni giorno. Ogni chiamata. L'unico modo per sopravvivere è dire sì alla proposizione: “io sono Superman”. 
Non parliamo dei diritti. Per una donna incinta o per una persona malata, sopravvivere nel mondo del lavoro è impresa ardua. Non possiamo mostrare i fianchi: la vita è sempre una dura battaglia in cui sopravviviamo noi o il nemico. O siamo perfetti o niente: agisci o muori.
Non cambia il discorso nelle sQuole e nelle università. Si parla sempre di meritocrazia, quando chi ci insegna è il primo ad esigere la perfezione espositiva e conoscitiva, ma, come ripeto spesso, se un docente dice “non lo so” è per onestà intellettuale, se lo dice uno studente significa che non ha studiato. Spesso quel docente è salito in cattedra negli anni sessanta, proprio quando quella cattedra era agevole: bastava dimostrare qualcosa (o anche senza il 'qualcosa', bastava essere dimostranti), e da quel momento in poi nessuno l'avrebbe più potuto sollevare dall'incarico. Noi studenti invece ogni giorno a bussare contro porte di pietra: dai primi anni ai dottorandi, con la foga della battaglia perché uno su mille ce la fa, e quell'uno deve essere il necessariamente il migliore. Poi, ad un passo dal traguardo, scopri che invece era il solo più raccomandato.
Ho sparato qualche invettiva  a vanvera, potrei proseguire con centinaia di esempi ma mi fermo qui, lasciando alla fantasia del lettore ulteriori argomenti. Per oggi non voglio dimostrare più nulla. 

Re Ottmar
Screenshot da Blood Omen (1996)
Mi piacerebbe sentirmi, almeno ogni tanto, come Re Ottmar. Senza il timore indicato da Kain, di essere sempre a rischio di venir usurpato da un individuo più forte di me. Sarebbe bello avere un regno (ma anche solo una classe, o un posto di lavoro) in cui tutti ti apprezzano sia per quello che vali sia per quello che non ti riesce, per i tuoi difetti, per le tue debolezze; anche solo perché ti rendono più umano, più vero agli occhi degli altri.
Mi piace sognare un mondo in cui un uomo è apprezzato anche nelle sue debolezze; esse sono la condizione necessaria dell'umano per determinarsi in quanto umano. 
Lo spazio per i superuomini, per il tanto discusso post umano, preservatelo nei vostri racconti mitologici futuristi e nelle favole da utopisti megalomani e filosofi dell'ansia da prestazione scientista. 
Tutto il resto è debolezza. Tutto il resto è umanità.


Luglio V


Una viuzza che congiunge al centro
limite estremo del mio universo
parla spesso. Fa baccano
non lo capisco neppure
mi ricorda che c'è.
Non ci ero mai arrivato
non credevo neppure ai limiti
(dell'universo)
ma neppure a quelli della matematica.
Qui non c'è tempo per i numeri
né pensieri che non divengano fatti
e l'animo che vola non s'adagia
se non fa coesistere l'astratto con l'umano.
Per questo si fugge, senza meta esatta,
per scavalcare il parapetto di questo mondo
in una terra nuova, più lineare
come tante tinte pastello
ma il cuore avvinto non accompagna il pellegrino
perché l'amore è concreto quando è astratto
e la terra non sono solo gli uomini, né i vermi.
C'è un vecchietto che passeggia
dopo la pioggia
- e ne ho visti tanti, così
nelle mie terre
quasi identiche.

Sono felice
quando la vedo sorridere
ed io qui che scrivo
penso /scemo/ al futuro
che non si congiunge con me.
Prima che l'acqua si plachi nella bacinella
dopo esser stata spostata
per qualche tempo,
il tumulto delle onde.
Passerà.

È vero, l'ho sempre pensato anch'io (anche se non l'ho scritto in un un libro)

Capita spesso, leggendo testi di filosofia, di ritrovarsi a pronunciare frasi come quella che titola questo post: a me è capitato soprattutto durante il liceo, quando, ad ogni nuovo filosofo affrontato, c'erano degli aspetti del pensiero in analisi che mi sentivo non solo di condividere in seguito alla lettura, ma mi avvedevo d'averci già riflettuto diverse volte anche prima di essermi imbattuto nel pensatore, che, in un certo senso, avevo anticipato.
Ben lungi dal sentirmi un genio (o un filosofo) per questo genere di anamnesi, credo che abbiano avuto un po' tutti questa sensazione leggendo non solo testi di filosofia, ma anche di arte, di società, di politica o di cultura in generale. Poi magari su quei testi ci abbiamo pure scritto la tesi.
Per spiegare questo fenomeno va preliminarmente considerato che sussiste una storicità del pensiero che reclama in qualche modo la paternità, anche solo parziale, di ogni pensiero ad esso successivo, anche se personalmente non si era mai entrati concretamente in contatto con l'autore che per primo ha formalizzato quelle idee: non deve essere strano essersi sentiti vicini al superamento dello stato di minorità dell'illuminismo del sapere aude kantiano prima di leggere Kant o prima di studiare l'illuminismo, o di ipotizzare un metodo per conoscere basato sulle esperienze (il metodo sperimentale) prima d'aver letto Galileo, perché in un certo senso il pensiero contemporaneo nasce e si sviluppa storicamente proprio su quei grandi pilastri delle idee.
Parlando di autori contemporanei il discorso cambia leggermente, perché spesso ci troviamo di fronte a pensieri davvero originali, condivisi, figli di una storia lunga millenni come di una storia molto più recente che parla di telecomunicazioni, di crisi economica e di social network; di una sintesi tra ciò che ci ha portato fin qui e ciò che è essenzialmente il qui. Di certo è una vera soddisfazione, per chi, come il teologo italiano Vito Mancuso, (a suo dire) si sente ripetere spesso che il contenuto dei suoi libri era già nelle teste del pubblico (che però non ci ha scritto alcun libro) durante le sue conferenze; è stato proprio lui a darmi lo spunto per questo post.
Credo che quando un autore contemporaneo viene largamente condiviso da questo genere di commenti, da altri che avevano già riflettuto sulle medesime questioni ed erano giunti a risultati analoghi senza tuttavia concludere degnamente scrivendo qualcosa di completo, o ciò avviene perché dice cose ovvie, oppure perché ha davvero colto qualche aspetto importante dell'argomento in analisi che ancora nessuno aveva precedentemente formalizzato, perché tutti gli altri lo pensavano, ci riflettevano – ma non ci avevano ancora scritto nulla.

Storia di un pescatore innamorato e della Luna

C'era una volta un pescatore sulla riva del fiume. Egli era un grande sognatore, e desiderava trovare un modo per pescare l'immagine di ciò che più lo avvicinava ai suoi sogni: la Luna. Il pescatore escogitò decine e decine di modi per portare a sé il corpo celeste, finché un giorno non ebbe una brillante idea: usare la sua canna da pesca. 
Egli non desiderava la Luna per sé; non avrebbe saputo che farsene. Un sognatore non ha bisogno di nulla per vivere nel regno del suo pensiero sereno. Il pescatore voleva donare la Luna alla sua amata come segno di tutto il sentimento e di tutto l'amore stellare che provava per lei; egli, infatti, un modesto pescatore, non si sentiva mai abbastanza per meritare l'amore di lei. Fu allora che andò dalla sua amata e le comunicò che a breve avrebbe compiuto l'impresa.
Ma il pescatore fallì anche questa volta. Riversò tante lacrime nel fiume, e queste si persero via via fino al mare. Egli pianse tutta la notte e tutto il giorno, fino alla notte successiva, poiché si sentiva un incapace, poiché tutti i grandi sognatori si sentono un po' incapaci, nella vita.
Fu allora che comparve il Diavolo, che gli propose un patto. Egli gli avrebbe fornito l'amo magico per prendere la Luna e portarla a sé, per poi donarla alla sua amata. In cambio, stranamente, non chiese nulla. Il pescatore era al settimo cielo, ed accettò immediatamente.
La Luna esitò. L'amo la prese. Tremori. La Luna che si sposta lentamente verso il pescatore, e questi, perso in tutta la sua felicità, in tutta la sua soddisfazione. Ma la Luna era troppo grande, e col suo enorme peso, giunta a destinazione schiacciò il pescatore, che morì – senza saper mai che alla sua amata non importava affatto della Luna, ma che questa voleva solo amare ed essere amata, senza bisogno di gesti o di grandi imprese per dimostrare la limpidezza e la purezza dell'amore, poiché l'amore è già luminoso e magico come la Luna in cielo.

Il signor Rossi (l'italiano medio) e la neutralità di Internet.


Spero che tutti i (due o tre) lettori di Brontologia Applicata abbiano saputo del bizzarro caso mediatico che ha recentemente coinvolto il signor Vasco Rossi e Nonciclopedia: il cantante che querela l'enciclopedia satirica per diffamazione e la seconda che risponde chiudendo i battenti per un paio di giorni – per poi riaprire, dopo il ritiro della querela e dopo oltre 30.000 commenti diffamatori (molti dei quali davvero cattivi, controllare per credere!) sulla pagina Facebook di Vasco. 
Contemporaneamente, fino a qualche giorno fa, qualsiasi pagina di Wikipedia recava al top un fastidioso banner con i punti salienti del 'comunicato del 4 ottobre' (link), sempre al suono di “ce l'hai con l'enciclopedia? Allora io oscuro le mie pagine per protesta!”:
Il 4, 5 e 6 ottobre 2011 gli utenti di Wikipedia in lingua italiana hanno ritenuto necessario oscurare le voci dell'enciclopedia per sottolineare che un disegno di legge in fase di approvazione alla Camera potrebbe minare alla base la neutralità di Wikipedia.
(qui il testo approvato dalla Camera dei deputati l'11 giugno 2009, poi modificato dal Senato il 10 giugno 2010; qui gli emendamenti del 6 ottobre 2011).
Sono stati proposti degli emendamenti, ma la discussione di tali modifiche (inizialmente prevista per il 12 ottobre e poi rimandata) deve ancora essere effettuata. Non sappiamo, quindi, se sia ormai scongiurata l'approvazione della norma nella sua formulazione originaria, approvazione che vanificherebbe gran parte del lavoro fatto su Wikipedia. 
Grazie a chi ha supportato la nostra iniziativa, tesa esclusivamente alla salvaguardia di un sapere libero e neutrale.
Ma che diavolo succede? Sembra che l'italiano medio-basso, ovvero il signor Vasco Rossi e tutta la pessima classe politica italiana, non abbia ancora fatto i conti con il mondo delle informazioni online, dopo aver scoperto Internet con qualche anno di ritardo rispetto al nipote quindicenne.
Pur senza potermi addentrare in contenuti tecnico-giuridici che ignoro, la mia impressione è che si confondano troppo spesso i contenuti di Internet con quelli di una testata giornalistica, o con quelli di una trasmissione televisiva. Viviamo, in quanto società, su due livelli: quello dei nostri nonni, non-nativi di Internet, tutti imbarazzati, pudici ed impegnati a costruire sistemi di informazione neutrali che parlino di cose neutrali, apolitiche, anti-ideologiche, pure e candide come la neve e finiscono col produrre il limpidissimo Tg1; e dall'altra parte una generazione (la mia) disillusa ma dalla mentalità molto più aperta, per la quale non c'è neutralità migliore della realtà tutta, citando a sproposito il noioissimo Hegel: 'il vero è l'intero', ossia lo Spirito del Mondo, non le singole manifestazioni di esso che di volta in volta si presentano come filosofie a sé stanti, quanto piuttosto tutto l'insieme di tutti i pensieri che nella storia si sono succeduti – senza censure né partizionamenti. 
Detto brutalmente, Internet può essere inteso come la TV o come un giornale, quindi soggetto alle norme del buon senso, della censura, della fascia protetta quando i bambini sono andati a dormire, neutralità come ideologia dell'anti-ideologia; oppure può essere inteso, molto più banalmente, come specchio della società, come immagine virtuale del mondo sociale. 
La prima visione di Internet prevede quindi dei criteri giuridici e morali per la Rete: ci sono cose che si possono fare ed altre che non si possono fare. Regole da scrivere. Cose da cancellare, come la pagina di Vasco della Nonciclopedia o come qualsiasi cosa offenda qualcuno, secondo il decreto in approvazione che cita Wikipedia. La seconda invece vede Internet proprio come un luogo libero da vincoli del secolo scorso, alla quale i signori che sostengono la prima fanno di tutto per applicare ad Internet un(a legge) bavaglio.
Io mi schiero con vigore con la seconda visione. Perché penso che non ci sia nulla di più ipocrita di gente che ha paura della realtà e di tutte le sue sfaccettature, e pur di non ammetterlo si difende mascherandosi dietro ad una falsa neutralità – quando non c'è nulla di più neutrale di ciò che è complesso; non può esistere una neutralità artificiale. Sarebbe costrutta, falsa, magari bella a vedersi e facile ad intendersi, ma maledettamente fittizia. Come la programmazione della Rai. 
Internet è un'immagine virtuale del mondo, e merita di avere la stessa, libera complessità. C'è la violenza, il nonsense, lo streaming, megaupload e megavideo, i demotivational, youporn, i file torrent e Brontologia Applicata. Per fortuna! 
Il segreto per far coesistere la libertà di Internet e la tutela dei diritti è l'educazione del cittadino, congiunta al pensiero critico. Un'educazione che deve partire dalle scuole e dalle famiglie, che oggi purtroppo si presentano impreparate ai nuovi problemi sociali ed alle nuove possibilità che l'educazione nell'era del web 2.0 sono posti in essere: scoprire i segreti, i limiti e le possibilità delle modalità di accesso a dati ed alle conoscenze, Internet in quanto biblioteca della biblioteca, dato e metadato.
Penso che la soluzione sia un po' di educazione ad Internet. Educare Internet, invece, è dittatura del secolo (breve) scorso.
Essere neutrali non significa parlare da un punto di vista privilegiato e neutro (o al massimo due, come nei talk show: destra e sinistra, prete ed ateo, politico e magistrato); essere neutrali significa tendere ad un pluralismo dell'informazione in cui ognuno può esprimere il proprio punto di vista, nella molteplicità delle sfaccettature delle idee – e l'utente adulto, critico, che acquisisce il maggior numero possibile di informazioni, prima le fa proprie, poi le elabora e propone un proprio pensiero; potrebbe anche pubblicarlo sul suo blog brontologico! Ma se l'opinione di qualche altro brontolone poi proprio lo disgusta, o forse la reputa immorale, può liberamente evitare di visitarne la pagina web; non dovrebbe tuttavia farla chiudere, come un nonnetto cantautore (?) che prima fa clippini col suo Mac e li pubblica su Facebook, e poi non capisce le battute dei ragazzini!
La verità oltre le diffamazioni e le polemiche sterili, alla fine, viene sempre a galla – dal calculemus! leibniziano applicato alle discussioni del bar fino alle indagini de 'Le Iene'; un cittadino dalla mentalità aperta e razionale non dovrebbe aver paura del pluralismo di Internet, né di quello del mondo. Per chi preferisce la verità liofilizzata, filtrata e sminuzzata; per l'italiano medio, c'è sempre il TG1 ed il computer connesso solo sulle pagine di Facebook...

Nessuna notizia dal pianeta silenzioso


Nessuna notizia dal pianeta silenzioso. Nessun segnale ai nostri ricevitori. Nulla. È con enorme dispiacere che comunichiamo ufficialmente l'interruzione dei collegamenti col pianeta azzurro. Come Centro di Ricerca Galattico sulle Forme di Vita Intelligenti dell'Universo Conosciuto, ci assumiamo tutte le responsabilità del caso; i nostri tecnici stanno lavorando alacremente per ripristinare il collegamento, tuttavia dalle prime indagini sembra che i nostri impianti di ricezione funzionino perfettamente. Con buone probabilità non ci sono più segnali di vita intelligente; più precisamente non percepiamo vibrazioni di Esistenza Culturale Interspaziale di Livello 010 o superiore.
Stando alle scansioni più recenti, alle analisi ed ai dati elaborati, il pianeta silenzioso aveva sviluppato un modello economico fortemente contraddittorio negli ultimi tre secoli. Alcuni studiosi, infatti, come il celebre dott. Xram, del Laboratorio della Costellazione Rossa, avevano già preconizzato la fine imminente dell'attività intelligente rilevabile dai nostri strumenti nel pianeta silenzioso. Gli abitanti del pianeta silenzioso avevano infatti investito le loro stesse vite, e con esse tutte le loro attività fisiche e mentali, capitalizzando un sistema economico senza via d'uscita e senza alcuna lungimiranza per la sopravvivenza attraverso i secoli. Sopraggiunta infatti una grande crisi planetaria, tutti gli abitanti del pianeta silenzioso hanno inspiegabilmente pensato di salvaguardare il sistema economico, piuttosto che preservare le loro stesse attività vitali: dopo aver passato più di un secolo ad accumulare capitali, intesi come valore economico virtuale e come produzione su larga scala di strumenti spesso inutili o facilmente intaccabili dall'obsolescenza, con enorme rapidità la produzione si è interrotta nel nome di una nuova tendenza, contraddittoria con l'intero sistema: il risparmio. In un sistema basato sull'accumulo.
I laboriosi abitanti del pianeta silenzioso hanno iniziato ad ingegnarsi, ad escogitare metodi su metodi per non pagare i beni di cui fruivano, se stessi inclusi, considerati in quanto lavoratori, poi disoccupati.
Risparmiare, appunto, e nessuno guadagnava più nulla. Tutto d'un tratto, riusciti a digitalizzare in maniera rudimentale (con il sistema binario) ogni forma espressiva, artistica – di tipo ologramma, video o suono o testo, a due o tre dimensioni, interattiva e non interattiva, sviluppata dal genio di uno o più creatori e costata da poche risorse ad enormi capitali – gli abitanti del pianeta silenzioso hanno iniziato a fruire di innumerevoli servizi, a discapito di chi, un tempo, veniva pagato per produrre, distribuire e vendere la propria arte e tali servizi di cultura ed informazione quotidiana, anche cartacea. La stessa sorte è toccata all'automazione industriale, la quale, sempre secondo l'illustrissimo dott. Xram, ha giocato un ruolo determinante sull'emorragia della disoccupazione nel pianeta silenzioso: una volta scoperto come recuperare a prezzi bassissimi le materie prime senza l'utilizzo di lavoratori (o comunque con il minimo indispensabile), il potere di acquistare un maggior numero di oggetti a prezzi sempre più bassi è finito per collassare: strumenti costosissimi apparentemente impossibili da produrre, se non in larga scala, hanno raggiunto prezzi irrisori che comunque nessuno poteva permettersi. Al contempo, le materie necessarie alla sopravvivenza iniziavano a scarseggiare e ad aumentare vertiginosamente di valore.
A tal proposito, va rilevato come i contadini più ricchi stavano via via abbandonando i campi: al loro posto torri che giravano con la forza del vento, distese di pannelli metallici che attingevano energia direttamente dalla stella più vicina (una sola), e nessuno più impegnato a coltivare il cibo che avrebbe poi dovuto sfamare la popolazione intera. Dapprima si decise che dovevano essere sfruttate le popolazioni più povere al fine di procurare il cibo per tutti, poi queste ultime divennero leggermente più ricche e pretesero lo stesso benessere degli altri e smisero di coltivare, cacciare ed allevare – mentre la popolazione del pianeta silenzioso era sempre più numerosa, e non c'era da mangiare per tutti. C'erano solo tanti pannelli, inutili, tanta energia, tante macchine e tanti computer, tante case che nessuno poteva più permettersi poiché nessuno aveva più un lavoro. Nessuno aveva più una pensione, né un diritto. Nessuno aveva più uno Stato come un tempo era ivi inteso, né come lo intendevano le antiche popolazioni, né come lo intendiamo nella nostra Galassia; anche quest'ultima istituzione era divenuta inutile, niente più città, regioni, culture e diversità. L'istruzione era gestita da un solo docente per ogni disciplina o corso esistente per l'intero pianeta (e da un manipolo di traduttori e doppiatori, per un totale di un centinaio di persone tra tutti i corsi, per tutti gli ordini di scuola e per ogni lingua, finché non si decise di imporne una per tutti), poiché si era perso l'uso di porre domande al professore e pertanto appariva più conveniente produrre lezioni-video scaricabili gratuitamente da una rete; inoltre venne liberalizzato l'uso delle armi e la libera difesa dei cittadini per sé stessi attraverso ronde autogestite, sempre per risparmiare sulla polizia. Quando le tecniche di ingegneria chimica e biomedica consentirono di utilizzare medikit ed automedicamenti per qualsiasi tipo di malattia non vi fu più bisogno di dottori specializzati; numerose panacee prodotte in fabbrica venivano smistate per tutti i continenti e per tutti i mali, esclusa la morte naturale. I politici, invece, persistevano nella loro esistenza parassitaria, anche quando non fu neppure più necessario parlare di stati, né di nazioni, né di comunità.
Queste, in una sintesi poco ragionata che verrà a breve completata e privata delle brutture linguistiche ed analitiche di questa prima bozza, sono alcune delle peculiarità del pianeta silenzioso, prima che perdessimo qualsia si forma di collegamento con le sue attività intellettuali, con le sue vibrazioni di Esistenza Culturale Interspaziale di Livello 010. Secondo le nostre supposizioni, il pianeta non è più abitato da uomini capaci di costruire una civiltà, né di preservarla con la forza del lavoro e di tutto ciò che è necessario al pensiero per sopravvivere.
Dallo spazioporto più vicino al pianeta silenzioso verranno effettuate ulteriori indagini appena le istituzioni lo riterranno più opportuno.

Fine della comunicazione.