Due concetti di salario




Se c’è una cosa che mi stupì enormemente quando mi trovai nella terra della fantasia, era come il lavoro fosse anche in quel luogo, per così dire, reale. Vedevo elfi e nani indaffarati giorno e notte per portare a termine le proprie mansioni, e mai il mio sguardo cessava di sorprendersi di fronte al realismo di quei fatti in un mondo così assurdo. Ma la cosa che più mi faceva riflettere, era come elfi e nani incarnassero perfettamente due concetti di salario oggi in netta contrapposizione anche nel mio mondo.

Gli elfi sono sostanzialmente salariati. Offrono il loro lavoro ed in cambio la comunità fornisce loro il compenso. Non è un compenso dipendente dalla quantità di lavoro svolto, sebbene ogni elfo sia alacre e responsabile in ogni sua attività: il concetto alla base del sistema è che ogni elfo ha una famiglia, pertanto viene pagato al termine del mese con un salario adeguato a sfamare quella famiglia.
I lavori degli elfi sono eterni e come la natura. Il lento ed incessante sviluppo della selva ne scandisce il tempo e quel lavoro è garantito perennemente con l'incontaminata stabilità del creato, attraverso la ciclicità del tempo e delle stagioni. Questo non significa che gli elfi lavorino sempre nella stessa foresta, all’ombra degli stessi alberi: eppure è connaturato negli elfi il senso di progettualità del proprio futuro. La sussistenza è garantita dalla società anche in caso di imprevisti, come un incendio.
Ogni elfo guadagna circa mille monete d’oro al mese durante i primi anni di lavoro, mille e duecento poi, e così via fino a duemila monete d’oro per un elfo anziano; gli elfi più bravi possono raggiungere anche cifre più elevate, ma un minimo salariale è garantito a tutti i lavoratori. In questo modo tutti gli elfi possono acquistare una casa nella foresta, un cavallo come mezzo di trasporto, possono vivere con moglie (o marito) in armonia ed accudire i propri figli in serenità e garantire presenza, impegno e continuità lavorativa presso quella grande, viva e sempiterna azienda che è il bosco.

I nani vengono pagati a servizio, nelle miniere. Se il nano estrae dalla cava l’equivalente di diecimila monete d’oro, egli ne guadagna, ad esempio, un decimo: mille. 
I nani guadagnano a provvigioni. Più producono, più guadagnano. I nani guadagnano in maniera molto strana: alcuni vengono pagati cinque monete d’oro per ogni ora di lavoro, altri dieci, altri ancora vengono pagati con una pinta di birra per dieci ore di lavoro, ai limiti dello schiavismo, il tutto in base alla mansione. Alcune mansioni, anche intellettuali, spesso non vengono affatto retribuite, se non con una pacca sulla spalla. 
Nessuno garantisce ai nani le ore di lavoro del giorno successivo: se le fanno, o se glie le fanno fare, sono ricompensati. Altrimenti niente. Il lavoro nelle miniere dei nani è infatti molto breve: un divorare vorace di tutto ciò che la natura ha prodotto in milioni di anni, e quando la miniera è stata ripulita, si passa alla prossima, come se il mondo avesse infinite ricchezze.
Generalmente i nani ricchi sono molto più ricchi degli elfi: hanno compensi spropositati, ville dorate ed enormi magioni. Ma la maggior parte dei nani è povera. Molto più dell’elfo più povero. A differenza degli elfi, i nani non hanno diritti. Non gli sono concesse giornate di malattia – o meglio, se stanno male, non ricevono compenso alcuno; se la produzione è scarsa, non riusciranno a sfamare le proprie famiglie e saranno costretti a vivere  al riparo di una caverna fredda e spoglia.

Non penso che i due modelli che ho incontrato nella terra della fantasia avessero rapporti con i sistemi politico-economici del secolo scorso, come il lettore disattento potrebbe affermare. Troppo facile parlare di comunismo e capitalismo. Che poi, provate a spiegargli di questi sistemi: vi diranno che siete pazzi. Io lo so, ci ho provato!
Gli elfi, più in generale, incarnano il modello del welfare di qualche anno fa: contratti a tempo indeterminato, una continuità lavorativa garantita ed un salario inteso come “quantità di monete d’oro per permettere all’elfo di sfamare una famiglia, comprarsi una casa ed almeno un cavallo”. 
Questo è il concetto di salario della passata generazione, nel mondo reale.
Il salario dei nani, invece, è inteso come “quantità di monete d’oro corrisposte al valore del lavoro svolto, alle ore lavorative effettuate, al profitto generato”.
Questo è invece il concetto di salario nella nostra generazione: decine e decine di contratti e forme lavorative che in nome di una presunta flessibilità e libertà di azione impediscono qualsiasi anelito di progettualità sul futuro per una famiglia. Sebbene entrambi i concetti di salario si traducano concretamente nel versamento di denaro in cambio di lavoro, l’idea che sta alla base del calcolo della retribuzione è radicalmente differente.
Nel nostro mondo, purtroppo, i due concetti vengono spesso a coesistere fino ad ingarbugliarsi, tanto che nessuno nota più l’enorme differenza tra salari elfici e salari nanici.
Eppure la mia generazione fa gli stessi identici lavori della generazione precedente, affiancando lavoratori elfici della generazione precedente, ma con salari nanici e con la stabilità della forma lavorativa nanica. Per lo stesso, identico servizio. Pertanto i giovani, per produrre la stessa ricchezza o lo stesso benessere (se non in molti casi addirittura di più, dato il maggiore entusiasmo, vigore ed un numero maggiore di anni e titoli di studio alle spalle) vengono retribuiti la metà, un quarto, o addirittura non vengono retribuiti, se non con una sonora pacca sulla spalla. 
Questo testo non vuole avere una conclusione, di quelle con speculazioni sociali, economiche o morali. Questo perché i testi senza conclusione lasciano l’amaro in bocca. Ecco. Proprio quel tipo di sensazione che sento ora e che vorrei trasmettere.

- L'Autore, Un sognatore che nella terra della fantasia sarebbe sicuramente un nano,
 con la spalla lussata a forza di pacche

Democrazia diretta - la democrazia ingenua



Ricordo quando, qualche anno fa, mi venne affidato, un po' per gioco e un po' per caso, il ruolo di rappresentante di classe al liceo. Mi trovavo ad una sorta di assemblea dei rappresentanti, dove si discuteva di questioni (al solito) di poco conto. Dopo qualche minuto di dibattito, si era giunti alla conclusione che andava stabilita una data per un qualche evento festaiolo che ho ormai dimenticato.
A quel punto ho preso ingenuamente la parola, esponendo il mio punto di vista, che suonava più o meno così: “Non possiamo decidere la data in questo modo, qui dentro. Trattandosi di qualcosa di pubblico interesse, dobbiamo prima consultare tutti gli studenti!”
Venni subito bacchettato dal solito pseudo-comunista un po' saccente, qualche anno più grande di me: “Ora sei tu il rappresentante, se ti hanno votato devi decidere tu per tutti”. Ricordo che ci rimasi molto male. Non so se più per la sua arroganza o per l'arroganza che a suo modo di vedere dovevo attribuirmi.

Sono passati parecchi anni, sono stato rappresentante anche del mio primo corso di laurea all'università per tutto il triennio, e nel tempo ho iniziato a maturare l'idea che quel ragazzo avesse ragione. Se ti candidi per rappresentare qualcuno, vuol dire che hai delle idee. Magari anche “ideologiche” - perché questa non è l'era delle post-ideologie come dicono molti filosofi e sociologi sapientoni che quando non capiscono qualcosa del mondo contemporaneo gli applicano l'etichetta “post-” risolvendo con questo giochetto l'impasse imbarazzante. Tra l'altro di ideologie non possiamo farne a meno, anche l'anti-ideologismo è a sua volta un'ideologia, come la democrazia diretta (ma non ditelo a nessuno!).
Se ti candidi per rappresentare qualcuno, se entri in politica, le idee le devi avere tu. Anche per chi ti ha votato.

Spesso molte idee in un primo momento impopolari sono le migliori, che vanno difese se davvero riteniamo che saranno efficaci. Le idee che fanno infiammare le folle, del tipo “facciamo decidere tutto a voi”, sono spesso le più ignobili e scadenti. Se scendi in strada e chiedi la panacea per la crisi economica, in quasi tutti i casi non avrai risposte valide. Magari suggerimenti utili, ma nessuna ricetta. Per questo se sali in politica, devi essere in grado di scrivere ricette. Altrimenti il tuo posto è meglio assegnarlo a qualcun altro.
Oggi si parla spesso di democrazia diretta su Internet, in particolare sulle pagine di un vecchio blog pubblico che si chiama col nome di una persona, che linka all'acquisto dei libri di quella stessa persona, in cui ogni commento vale meno di zero: “schizzi di merda digitali” (link), li ha chiamati quello che dà il nome al blog. Questa è democrazia diretta? Spero davvero che le idee escano da quegli schizzi di merda, perché coi referendum, anche su Internet, non si risolve nulla. Prima ci vogliono le idee. Il referendum ha una valida definizione nelle parole, attualissime ed insuperabili, di Giorgio Gaber:

Il referendum è una pratica di "Democrazia diretta"... non tanto pratica, attraverso la quale tutti possono esprimere il loro parere su tutto. Solo che se mia nonna deve decidere sulla Variante di Valico Barberino-Roncobilaccio, ha effettivamente qualche difficoltà. Anche perché è di Venezia. Per fortuna deve dire solo "Sì" se vuol dire no, e "No" se vuol dire sì. In ogni caso ha il 50% di probabilità di azzeccarla. Ma il referendum ha più che altro un valore folkloristico perché dopo aver discusso a lungo sul significato politico dei risultati… tutto resta come prima e chi se ne frega.
link

Basti pensare al finanziamento pubblico ai partiti, abolito in un referendum abrogativo del 1993... tutto resta come prima e chi se ne frega. Inoltre la complessità del reale va ben oltre ad un binario si/no: entrambi comunque interpretabili a piacimento.
In altri termini, questa della democrazia diretta è una forma molto ingenua di pensare la politica. Fa piacere al popolo, alla massa virtuale, perché ha almeno l'illusione di valere qualcosa. Come nel referendum. Ma è parimenti necessario l'intervento della concretezza e della capacità di un amministratore, di un responsabile, di uno che ci metta la faccia, che abbia delle idee e sappia plasmarle come (provvedim)enti reali e tangibili!

Io credo ancora fortemente nel ruolo dei rappresentanti politici. La democrazia diretta è l'ideologia di chi non ha idee, e preferisce delegare agli altri: prima vieni eletto e delegato per fare qualcosa, poi tu deleghi il popolo ed alla fine nessuno combina niente. Chi non ha idee, preferisce la democrazia diretta, perché ogni volta che viene chiamato in causa chiama in causa il popolo.
A questo punto tanto vale eliminare i rappresentanti e lasciar fare tutto alle macchine, facendo votare il popolo ogni settimana sulle centinaia di idee malsane proposte dal popolo stesso, in un mostruoso meccanismo enormemente complesso quanto inefficace per dare a tutti la possibilità di votare sulla Variante di Valico Barberino-Roncobilaccio, anche a Venezia. Immaginatevi quale distopia Orwell-Huxeleyana: roba che vi costruiscono una TAV tra il bagno e la cucina perché così hanno votato compattamente in maggioranza in tutto il nord Italia mentre voi a votare contrario siete in quattro gatti in Molise (sempre che esista e non sia il mondo segreto dei troll!).

Per questo ripenso spesso all'obiezione che mi fu posta al liceo. Lì ho capito che non è la partecipazione popolare a contare, quanto l'efficacia e l'efficienza di chi si mette in gioco in prima persona, con le proprie idee e la volontà di costruire un pensiero più forte, complesso e strutturato, adatto alla teoria ma soprattutto alla pratica politica. Non è arroganza, è senso di responsabilità. A dispetto di quanto spesso dichiarato da molti, oggi non è la democrazia a mancare. Mancano i rappresentanti per una buona democrazia rappresentativa.
La democrazia diretta è figlia di una grossa ingenuità, la stessa ingenuità di un giovane liceale che si trovava lì quasi per caso, e preferiva, per star tranquillo, che gli altri decidessero per sé stessi... e soprattutto per lui!

Strani pensieri: il tunnel sotto la grandine


Grandina. La morsa del gelo è con me. La sento dentro di me. Cerco di scuotermi, di accelerare la produzione di calore del mio corpo col movimento. Invano. Mi sento come una batteria scarica sotto un grande ombrello, il quale si erge con tutte le sue forze contro lo sciame verticale, ma nulla può contro i colpi fendenti dell’aria, orizzontali. Il vento è forte. Impetuoso e tagliente. Piove come se Nettuno fosse imploso proprio qui sopra, riversando nel mondo i suoi umidi desideri. Avanzo il movimento di un corpo che deambula per il corso della città nel giorno di festa, nelle prime ore che seguono il mezzogiorno, sotto la grandine: il mondo dintorno è il tortuoso deserto disabitato del re gelo.
Non ho chiare percezioni delle piccole anime erranti in cerca di riparo che incrociano, superano o vengono scavalcate dal mio passo di furibonda debolezza, ma vengo ineluttabilmente attratto dai vetri rilucenti ai lati della strada. Una vera, luminosa follia si consuma attorno a me.
Negozi. A decine. A centinaia. Tutti chiusi. Disabitati. Guardali come ammiccano, bastardi, tutti immersi nel loro tiepido riposo incolume. Tu sei lì a scuoterti come un pettirosso in mezzo all’uragano, e loro se ne stanno lì, tutti piccoli occhietti del ciclone, a guardarti dalla loro tranquillità, splendenti come il sole nell’oscuro universo. Mentre il gelo annuncia vittoria sul mio corpo stanco, non riesco a reagire. Guardo i negozi. Mi fanno pensare. I negozi mi fanno pensare sempre troppo, soprattutto quando i pensieri non riguardano quello che devo comprare.
Vorrei aprirmi un varco, trapanare tutte le pareti, basterebbero tanti buchi per evitare di sprecare tutte quelle luci, tutto quel tepore consumato invano: un sacro riappropriarsi dell’uomo sul prodotto dell’uomo, della carne sul mattone. Un tunnel tra i negozi. Questa è l’idea. Un foro per parete che colleghi tutte quelle stanze disabitate del corso. Forse incrociando i miei simili potrei proporre loro la cosa, non c’è rivoluzione senza un qualche generico “popolo”.
Ma il popolo non c’è. Quei pochi, possibili resilienti sono soggiogati dal turbinio del vento, dall’abbraccio del gelo, dai dardi della pioggia. Corrono. Si sbattono come elettroni attorno al vuoto, quello è il loro unico moto di rivoluzione. Non riescono neppure a guardare nella direzione verso la quale stanno avanzando, purché avanzino. Un’altra rivoluzione andata a male.
I miei intenti mi abbandonano. Mi lasciano nudo, infreddolito e sconfitto, dinanzi all’ennesimo negozio di intimo. I pensieri parteggiano per il freddo, neppure loro hanno apprezzato la mia idea del tunnel tra i negozi; il calore strappato agli uomini rimarrà ad uso e consumo delle stanze vuote. I pensieri mi riportano addirittura all’ultima nottata passata a Milano, all’esterno della stazione ferroviaria. Io almeno l’ho scelto. Quella notte, scelsi di attendere all’esterno della stazione il treno delle 5 del mattino, dopo il concerto. Le cinque ore di attesa circondato da clochard e poveri disgraziati, le ho scelte io, quella volta. Ma loro no. Loro sono costretti tutti i giorni, a starsene lì al freddo, di notte. Sicuramente anche loro avranno visto quelle vetrine di Milano, bastarde, ad ammiccare con slogan e donne seminude, immagini di corpi al caldo e corpi veri al freddo. Ma sì. Anche loro avranno sentito almeno una volta, nel loro intimo, il desiderio di porre fine a questo paradosso, anche senza fare trafori tra i negozi per agevolare gli spostamenti. Ma la stazione di Milano è doppiamente paradossale: c’è gente che muore al piano di sopra, al livello del terreno, tra coperte e scatoloni; e c’è un centro commerciale qualche metro sotto, tra il piano terra e la metropolitana. Un centro commerciale. Riscaldato. La scala mobile è tuttavia chiusa, e non è assolutamente permesso di scendere nei locali del centro commerciale: caldo tutta la notte. L’unico che ne “gode” è la guardia giurata – che probabilmente preferirebbe starsene a casa, durante la notte, con la sua famiglia. La cosa mi lascia perplesso. Mi sembra una bella metafora di questa società. Una triste immagine del mondo. Per questa ragione lascio che i miei pensieri abbiano la meglio: decido di desistere, riprendo ad incedere sotto la pioggia del giorno di festa per il corso della città, mentre comprendo che la follia non è dentro di me, non sono io a generare paradossi. I paradossi sono il mondo. Il tunnel tra i negozi per i giorni di pioggia, la mia grande opera, non vedrà mai la luce. Anche la luce è proprietà delle vetrine ammiccanti.

Pd – Pdl = 0

Topolino n.1956, 23 maggio 1993, pag. 17
(click per ingrandire).
Pd e Pdl sono uguali, ma di segno opposto. Apparentemente come Monti e Beppe Grillo. Sono due facce complementari della stessa politica, della medesima epoca. Laddove tuttavia la dialettica tra il professore ed il comico si esplica nel presente, quella tra Pd e Pdl è essenzialmente una battaglia appartenente al passato.
Il comico genovese e Mario Monti parlano la lingua del mondo ai due poli opposti, parlano una lingua ignota agli anziani, difficile da comprendere e spiegare a chi non l’ha studiata, a chi non la vive:  Internet, Fmi, blog, Bund, Bce, tweet, S&P, Fitch, Moody’s. La democrazia diretta contro la tecnocrazia dei poteri forti e dell’alta finanza, i cittadini senza lavoro incazzati contro le banche ed i professionisti che tutelano i propri privilegi acquisiti negli ultimi decenni. Siamo tutti d’accordo con l’austerity finché non perdiamo il lavoro; troviamo lavoro e d’improvviso Beppe Grillo e Matteo Renzi ci fanno paura, sembrano rivoluzionari fascisti, mostri biblici. Poi di nuovo, perdiamo il lavoro e vorremmo spaccare tutto. Questo marasma appartiene al presente. Ma se sottraiamo il M5S ai tecnici, o viceversa, facciamo un errore di calcolo. Nella loro complementarità, Monti e Grillo sono due cose differenti, incarnano valori differenti, sono valori differenti. Sono due idee di presente e  due proposte di futuro che non possono stare sommati nella stessa equazione, sarebbe come sommare i metri con i chili.
Non a caso ho aperto il post con l’ormai celebre vignetta di quel Topolino del 1993, episodio nel quale il sindaco, per non perdere consensi, affida ai tecnici i tagli “lacrime e sangue”, per poi lavarsene le mani con gran populismo (i tecnici sono “indipendenti”), quasi non fosse stato lui a convocarli.
Quel sindaco è il Pdl. Quel sindaco è Berlusconi. Uno che ha fatto della rimozione dell’ICI uno slogan elettorale, e che poi ha lasciato che fosse Monti a fare il lavoro sporco, a reintrodurla, per poi attaccare di nuovo lo stesso Monti per l’IMU e per la politica fiscale in genere. Berlusconi è tale e quale il sindaco di Topolino. Il governo tecnico “usato” come una marionetta nel complotto: spugna per il malcontento ed arma per il prelievo fiscale. Topolino è molto chiaro sul ruolo dei tecnici: soldi ed impopolarità.
Quel sindaco è anche il Pd. Quel sindaco è Bersani. Uno che ha da sempre difeso il Governo Monti, e che adesso si prepara ad essere, con buone probabilità, il nuovo Presidente del Consiglio; pronto a prendere le distanze dai tecnici appena gli fa comodo, in questo tale e quale a Berlusconi. Uno che ha vinto le primarie del Pd, verrebbe da dire come Obama contro Hilary Clinton. Ma all’italiana, senza un conflitto vero: o gli italiani sono tutti talmente folli da spendere (minimo) 2€ per riconfermare il nuovo rappresentante di vent’anni di cattiva politica (da “Mr. 13 milioni di euro” Lusi in giù), oppure, come è accaduto, alle primarie del Pd gli elettori (del Pd) hanno trovato un partito già schierato dalla parte del proprio segretario: regole per votare poco chiare fino all’ultimo, giovani troppo devastati dai postumi del sabato sera e dalle news domenicali di facebook (o forse, giustificandoli, solo nauseati da questa politica), i quali non avrebbero di certo riconfermato Bersani – ed i soliti vecchietti in fila dalle 8.00 del mattino per scongiurare la catastrofe-Renzi, negli ultimi mesi argomento preferito dei demonologi; i due milioni di persone che vanno ancora alla Festa dell’Unità, per intenderci. Insomma, quando inizi la maratona con 40 Km di vantaggio, vincere è come la pubblicità del “bonci-bonci-bonbonbon”.
Non ci fosse stato Renzi, davvero non avrebbe neppure avuto senso farle, queste primarie, ad esclusione del povero Vendola entrato in campo nei tempi supplementari a partita già decisa, vittima di una sospettabile vicenda giudiziaria. Quasi ha fatto meglio il Silvio, con le sue “solitarie” (cit. Fiorello), almeno ha risparmiato soldi e non ha fatto spenderne agli elettori.
Pd e Pdl sono uguali. Dopo la parentesi del governo tecnico, scudo di un modo di fare ormai appartenente al passato, ecco ripresentarsi i soliti. Redivivi. All’italiana. L’invasione degli zombie a Roma, fuori dagli studios di Cinecittà. Pd e Pdl sono uguali. Entrambi vivono solo in funzione di Berlusconi, ne sono l’incarnazione e ne sono la nemesi. Rocky 16 contro Rambo 15, con Silvester Stallone ormai ultracentenario. Pd = Pdl. Si somigliano in tutto, come se quella “l” fosse un refuso, un errore di battitura, un elemento di troppo, o forse, semplicemente  l’elemento neutro della moltiplicazione. Allora sì che i conti tornerebbero. A spiacevole sostegno di questa tesi, quella “l” di troppo sta per “libertà”. L’elemento neutro nella nostra democrazia, dove non siamo neppure liberi di scegliere i nostri rappresentanti. Li hanno già scelti i partiti, quegli stessi che scelgono anche i parlamentari; hanno deciso i propri leader con primarie fasulle, o per autoproclamazione napoleonica. "l". Elle. Libertà. Questa sconosciuta.

Berlusconi contro Bersani. Ci troviamo di fronte ad un B&B scomodo e di pessima qualità: nel mondo alberghiero delle metafore a questo punto verrebbe naturale, a parità di voto, preferire le 5 stelle al bed and breakfast. Fuor di metafora?

Foto e video del concerto: schermi al cielo ed udito disconnesso



Una cosa che davvero non mi piace è la freddezza con la quale viene accolta la musica: ieri abbiamo tutti notato una certa freddezza dal parterre decisamente immobile e poco reattivo, e tanti cellulari sempre accesi. Per me la musica è vita, è espressione di sé, è energia, Vorrei andare ogni domenica ad un concerto, e quella sarebbe la mia chiesa, il mio rapporto con l'Assoluto nella comunione e nella condivisione (vera, non quella sintetica di facebook) con tanti altri che la pensano come me, che cantano, saltano e "godono" dell'energia trasmessa dal palco.
Oggi sono tutti a far video ed a condividere in tempo reale sul social network immagini ed emozioni, piuttosto che viverle preferiscono "atteggiarsi", fingere di viverle, gridare agli altri "guardate che figata!" senza accorgersi che le emozioni le vivi lì, e se non le vivi lì sotto al palco sono emozioni perdute. Perchè del video non resterà nulla, ed alla gente fondamentalmente non glie ne frega un cazzo se sei o meno al concerto. Sei tu che devi esserci, e devi dimenticarti il mondo fuori di gente connessa, sentire il suono, vivere il suono e nient'altro; non riprodotto dal chip di un telefonino o di un PC. Ecco, questa è una cosa che non mi piace, e sulla quale si potrebbe riflettere davvero molto!!

-   Frammento da una chiacchierata sulla musica
che altrimenti facebook avrebbe rapidamente dimenticato assieme al concerto dei Muse a Pesaro (foto e video inclusi)

Il problema del barometro


Questa mattina mi sono casualmente ritrovato a leggere questo breve racconto ricco di spunti di riflessione, dalla pagina facebook di I fucking love science (link); l'ho trovato geniale, pertanto non posso che condividerlo.
Alcuni attribuiscono questa storia a Ernest Rutherford, altri concludono che lo studente protagonista altri non era che Niels Bohr. In questi casi, attribuire la paternità di un testo senza indicazioni bibliografiche precise rischia di alimentare inutili leggende metropolitane. Per ulteriori informazioni la wikipedia in lingua inglese ha una pagina dedicata al problema (link). 
Il testo in lingua italiana che trovate sotto, invece, l'ho attinto da questa pagina (link), dal momento in cui rappresentava la traduzione più accattivante tra le numerose versioni e formulazioni del problema trovate in rete.


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Tempo fa ricevetti una chiamata da un collega. Aveva intenzione di dare zero a uno studente per una sua risposta ad un problema di fisica, mentre lo studente pretendeva il massimo dei voti per aver dato la risposta esatta.
Il professore e lo studente concordarono di rivolgersi a me come arbitro imparziale.
Io lessi la domanda assegnata all'esame: "Mostrare in che modo è possibile determinare l'altezza di un grattacielo con l'aiuto di un barometro."
Lo studente aveva risposto: "Porta il barometro in cima all'edificio, legalo ad una lunga corda, calalo fino alla strada, fai un segno, tiralo su e misura la lunghezza della corda. La lunghezza della corda è uguale all'altezza del grattacielo.
Lo studente aveva risolto il problema completamente e correttamente. Ma assegnargli il massimo dei voti avrebbe potuto certificargli competenze non effettivamente confermate dalla sua risposta.
Io suggerii di dare allo studente un'altra possibilità. Gli concessi sei minuti per per rispondere alla stessa domanda con l'avvertenza di dimostrare le sue conoscenze di fisica.
Dopo cinque minuti non aveva scritto nulla. Gli chiesi se voleva ritirarsi ma egli disse che aveva molte risposte a questo problema; stava scegliendo quella migliore. Mi scusai per averlo interrotto e gli dissi di procedere.
Nel minuto successivo scrisse la seguente risposta: "Porta il barometro in cima all'edificio e lascialo cadere al suolo. Misura il tempo di caduta con un cronometro. Quindi, usando la formula h=0.5*a*t^2 calcola l'altezza dell'edificio. A questo punto chiesi al mio collega se lo studente poteva ritirarsi. Lo concesse e gli diede il massimo voto.
Lasciando l'ufficio del mio collega chiesi allo studente quali erano le altre risposte che conosceva.
Egli disse: "Ci sono molti modi per misurare l'altezza di un grattacielo con l'aiuto di un barometro.
Ad esempio puoi misurare la lunghezza del barometro, la sua ombra e l'ombra del grattacielo in un giorno di sole e quindi, con una semplice proporzione, calcolare l'altezza dell'edificio.
"Bene," dissi "e le altre risposte?"
"Sì," rispose " c'è un metodo molto elementare: partendo dal piano terreno sali le scale e traccia dei segni sui muri utilizzando il barometro come unità di misura di lunghezza. Alla fine conta i segni e avrai l'altezza dell'edificio in unità-barometro.
"Un metodo molto diretto."
"Naturalmente. Se vuoi un metodo più sofisticato, puoi legare il barometro ad un filo ed usarlo come pendolo per misurare il valore di g (gravità) al livello della strada e in cima all'edificio.
Conoscendo la differenza di gravità è possibile calcolare l'altezza dell'edificio.
Similmente puoi andare in cima all'edificio, legare il barometro ad una lunga corda, calarlo fino al livello della strada e farlo oscillare come un pendolo. Misurando il periodo, si può calcolare la lunghezza della corda, cioè l'altezza dell'edificio.
Infine, ci sono molti altri metodi per risolvere il problema. Forse il migliore è quello di prendere il barometro e bussare alla porta del direttore. Quando apre gli dici così: "Signor direttore, questo è un bellissimo barometro. Se mi dice l'altezza dell'edificio glielo regalo."
A questo punto chiesi allo studente se veramente NON conosceva la risposta convenzionale a questa domanda. Egli ammise che la conosceva ma che non ne poteva più di una scuola e di professori che tentavano di insegnargli a pensare.

Introduzione alle introduzioni
(La filosofia sta nel cappello)



Il significato più simpatico di “cappello”, oltre quello classico che nel dizionario compare dopo (1), ovvero “copricapo” o “berretto”, e spesso anche dopo (2), ovvero il cappello in senso figurato, come quello del fungo, è ovviamente quello all’ultimo posto: (3) “introduzione (ad un saggio o ad un discorso)”, “prolusione”.
Il momento per me più bello dei corsi di tutti i corsi di Laurea, purché tenuti da un docente decente, è primariamente il primo: ovviamente l'introduzione. Su questo non ho grossi dubbi. Sia che la materia sia umanistica che scientifica: nelle introduzioni i contenuti sono assolutamente concordi, i contesti non desiderano fare distinzioni, proprio perché amano essere il più possibile generali. Per il particolare, si faccia riferimento alla lezione successiva.
In ogni disciplina, il cappello serve a mostrare agli studenti il contesto storico e culturale nel quale il corso va ad inserirsi, con tanto di aneddoti, collegamenti letterari e filosofici, approcci classici al problema e soluzioni e congetture contemporanee. In matematica il docente decente che introducevo poche righe fa il cappello lo dedica, con un sano senso storico, a Leibniz e Newton; in geometria ad Euclide, anche se i primi passetti li dobbiamo a(l teorema di) Talete, lo stesso dell’acqua come principio primo, dal quale, secondo Hegel (fino ai nostri manuali del liceo), inizia la filosofia. Gli esempi si generalizzano facilmente anche per discipline più recenti, dalla fisica di Galileo alla biologia di Lamark alla chimica di Lavoisier… fino all’informatica di Turing e Von Neumann.
Per non citare discipline e corsi così classici e banali, anche gli innumerevoli insegnamenti più moderni e all’avanguardia, i quali non hanno grosse storie da raccontare o grandi personaggi alle spalle, vengono (ben) introdotti fornendo un panorama storico, politico, economico e sociale nel quale sono inseriti, ai quali seguono gli sviluppi futuri, le possibilità di crescita e quelle lavorative per lo studente che intraprende un determinato (per)corso.
Venendo alla carta stampata, penso che ci sia una magia particolare anche nell’introduzione di un libro, tra le righe iniziali nelle quali sono esposte le finalità dell’autore, anche se si tratta di un testo tecnico e poco adatto alla riflessione indipendente, pronto ad inasprirsi alla pagina successiva. Anche i testi umanistici, spesso, dicono tutto nelle poche pagine dell’introduzione, e si perdono in lunghe catene di argomenti e ragionamenti nelle seicento pagine successive per una tesi già esposta chiaramente già nelle pagine del capitolo zero. La stessa letteratura ha spesso introduzioni che valgono più delle opere stesse; il buon Manzoni apre il suo ‘Conte di Carmagnola’ con un interessante quanto innovativa (per l’epoca) discussione sulle unità di tempo e di luogo nel teatro, e l’introduzione da sola vale già l’intera opera in essa giustificata. Nel cappello del manuale scientifico, invece, c’è un po’ tutta la portata di un’intera disciplina, riassunta in poche righe, con tanto di finalità dell’autore, scelte didattiche e giustificazioni stilistiche. Penso di essere uno dei pochi a leggere più e più volte le introduzioni dei testi scientifici (spesso ritenute, all’opposto, noiose e superflue), per capire bene l’autore e le sue intenzioni nel fornire il materiale in un modo e non nell’altro – anziché buttarmi a capofitto nella densità dei tecnicismi del testo, laddove, ovviamente, risiede il vero nucleo rovente della disciplina.
C’è qualcosa di forte, un desiderio nascosto ma palpabile, nelle introduzioni, un anelito di apertura, un orizzonte comune al quale ambisce tutto il sapere, perché il sapere è uno solo, e non è solito fare troppe distinzioni. Il sapere ha una sua storia ed un suo contesto, ed una rete che lo collega in mille modi a sé stesso, a tutte le sue manifestazioni, a tutte le sue discipline, a tutti i suoi numerosi punti di vista, tutti complementari.
Inizio lentamente a convincermi che la filosofia si annidi da qualche parte tra le varie introduzioni, che se ne stia sotto il cappello, un po’ come dovrebbe stare la testa delle persone: il pensiero risiede proprio lì, da quelle parti.

Governo tecnico e governo politico (trova le differenze)

Qual è la differenza tra governo tecnico e governo politico? Forse non lo abbiamo capito ancora molto bene neppure noi. Per fortuna, nella puntata di ieri di G’ Day – il programma di Geppi Cucciari in onda su La7, alla quale devo l’ispirazione per questo post – gli italiani hanno cercato di spiegarci negli intimi dettagli tecnici, politici e tecnico-politici alcune definizioni, analogie e differenze teoretiche e pratiche tra queste due forme di governo.
Mi sono permesso di estrapolare questo breve e divertente filmato per chiarire la situazione anche ai miei lettori, nello sventurato caso in cui si fossero persi la puntata.


Il governo tecnico “dovrebbe” aggiustare i tubi se c’è una perdita. Il governo politico dovrebbe, ma non fa un tubo. (92 minuti di applausi)

Ho riflettuto spesso su questo argomento, e sono giunto ad una conclusione molto banale: tutti i governi sono governi politici, e tutti i governi politici dovrebbero essere tecnici. Non solo per aggiustare i tubi, ma anche per evitare di non fare un tubo.
Mi spiego: che tutte le squadre di governo debbano in un certo qual modo essere tecniche, è un fatto assolutamente ovvio, laddove con ‘tecnici’ alludo semplicemente all’essere competenti ognuno nel settore all’interno del quale riceve l’incarico. Sembra completamente illogico assegnare il trono, che so, di un Ministero delicato come quello dell’Istruzione, ad un ex presidente della Rai – o, per dire, ad un avvocato (qualcosa mi dice che ho volutamente sbagliato esempi). Ci vuole un preside, oppure un professore, o comunque un bidello… qualcuno, insomma, che nella sQuola ci sia entrato qualche volta anche dopo il diploma. Questo immagino sia ovvio per tutti, al punto che quasi non ha senso neppure che lo scriva in questo post, né tantomeno che voi lo leggiate. Di questo passo, in breve, assegneremmo all’Economia un economista od un sociologo, alla Sanità qualcuno che sia entrato diverse volte in un ospedale non solo come paziente, e così via. Nel mondo di oggi la competenza è fondamentale – lo era anche ieri, ma un po’ di retorica bastava ad abbindolare anche il più scettico, tanto poi lo Stato offriva lavoro un po’ a tutti, e tutti erano contenti, anche se tutti i ministri facevano capo al Ministero Complicazione Affari Semplici.
Un governo politico, quindi, può non essere tecnico, ovvero può essere composto esclusivamente da politici. Che cosa sia un politico, non l’ho ancora ben capito, ma sono sicuro che un buon politico debba necessariamente essere un tecnico – nell’accezione, come ho già scritto, semplicemente di ‘competente’ nel suo settore; uno che abbia lavorato e che sappia quali sono i problemi concreti, e che non sappia esclusivamente accattivarsi l’elettorato. Quello che abbiamo tuttavia appreso dal governo del mio omonimo, è che anche i governi tecnici sono governi politici, lungi dalla falsa aura di neutralità che l’immagine del tecnico sembra promanare. 
Un bravo economista, ma anche un bravo professore, un bravo politologo, sociologo, matematico, ingegnere o tecnico che sia, può essere… di destra o di sinistra. Liberale o socialista. Può essere conservatore o credere fermamente nell’innovazione, può essere credente, ateo, agnostico, blasfemo o bigotto, oppure credere nel migliore dei mondi possibili. Il governo del mio omonimo, insomma, non è il governo tecnico in quanto tale, l’unica e possibile istanza del concetto platonico di ‘governo tecnico’. Trattasi invece di un governo tecnico, con delle idee politiche ben precise. Un governo tecnico, ma anche, e soprattutto, un governo politico. 
Un governo politico può non essere tecnico, ed i risultati dell’incompetenza li conosciamo bene. Ma un governo tecnico è necessariamente un governo politico.
Il titolo di questo post è volutamente provocatorio: di differenze rilevanti, dunque, non ve ne dovrebbero essere: la ‘tecnica’ non va affatto intesa come un’improbabile quanto robotica neutralità politica; lungi da questa idea malsana, anche il buon filosofo deve ammettere che la scienza, come la conoscenza, non è un fatto neutrale: un brandello di metafisica, di idealismi, di – sacrosante – opinioni personali non vengono spezzate neppure da un formulario di numeri o da un manuale di false certezze, né da dati oggettivi, che vanno comunque interpretati per permettere analisi e previsioni e ridurre la possibilità di errore. I tecnici non sono i gelidi manipolatori del mondo in quanto tale, ma semplicemente politici che hanno studiato un po’ di più dei politici, e che hanno lavorato un po’ di più dei politici – di poco tempo fa. Ma sono anch’essi, inevitabilmente, politici. 
Attenzione dunque: il mio omonimo triste e serioso è tutt’altro che imparziale solo perchè tecnico! Per quanto riguarda me… ahah, figuriamoci! Io con la politica non saprei da dove cominciare. Figuriamoci con la tecnica: non ho neppure idea di come si ripari un tubo! Ma forse non ho capito bene la domanda...

ilmeteo.it
Nel nome della perturbazione

Annibale, Scipione, Caronte, Minosse, Nerone, Caligola, Lucifero… ah, già, per far contente le femministe c’era anche Circe! Sappiamo oggi che la calda estate dell’Anno del Signore MMXII non collega questi personaggi direttamente alla storia, né alla letteratura. Accostare Annibale e Scipione è facile, i due hanno concluso, insieme, affrontandosi nella battaglia di Zama, la seconda guerra punica. Ma per arrivare fino a Creta attraversando lo Stige, dovremmo davvero trascendere il cielo e la terra. Sembra impossibile per la storia, difficile per la letteratura, ma è ben più facile per la meteorologia. Per la brontologia… bazzecole! 
Come ormai tutti sapranno, i vari nomi propri che aprono questo post non sono altro che l’antropomorfismo meteorologico dei vari anticicloni e cicloni dell’estate. Di certo in molti si stanno chiedendo, come Margherita Hack, perché anziché seguire questa moda americana di battezzare i fenomeni atmosferici non si procede col chiamarli semplicemente “caldo boia”. (link). Si potrebbe anche convenire nel chiamarli semplicemente ‘estate’ – perché sappiamo che in estate fa caldo, anche senza scomodare la mitologia e farne una notizia. 
Sarebbe interessante sapere da dove nascono questi nomi. Ah, già, lo sappiamo: nascono tutti dal forum de ilmeteo.it (link), e sono attribuiti direttamente dagli utenti. Poi il nome viene pubblicato sul sito, ed il battesimo è presto fatto. Questo celebre sito, primo in Italia per quanto riguarda il meteo, ha praticamente sbaragliato la concorrenza a sciabolate di marketing: come link sponsorizzato su google per diversi anni, poi sviluppando numerose app di ottima qualità per qualsiasi sistema, da Android, iOS, Blackberry, Windows Mobile, Symbian, quasi fino al vostro ombrello wi-fi (qualora ne abbiate inventato uno) rinchiuso nel ripostiglio. Ormai tutti, grazie al sito di Antonio Sanò, sanno che tempo farà domani. Un successo talmente clamoroso da aver superato, in quanto a visite giornaliere, anche siti come repubblica.it, corriere.it o - cosa ancor più grave - brontologia.blogspot.it (link). Insomma, una volta discorrere del tempo era un modo per rompere il ghiaccio con una persona con la quale non avevamo molta confidenza, adesso invece è molto più importante delle notizie del giorno. In giro per le strade non si fa altro che discutere di quando arriverà Lucifero – io spero il più tardi possibile, in tutti i sensi. 
Un altro segreto de ilmeteo.it è la sua poca sobrietà ed il sensazionalismo delle notizie che pubblica, oltre al numero spesso spropositato di punti esclamativi in home page. Riuscire a rendere il caldo in estate una notizia formidabile è un’impresa non facile, del resto, eccezion fatta per la redazione di Studio Aperto. 
Ad un’analisi molto empirica e molto soggettiva, anche il meteo per località che il sito propone con il comando 'cerca' mi sembra sempre ritoccato ‘al peggio’; nel dubbio il modello matematico preferisce prevedere la pioggia, oppure le temperature previste sono sempre troppo calde o troppo fredde. Fanno notizia. Aumentano le visite. Del resto, il sito sopravvive con i banner, e la pubblicità ha bisogno di visite. Per questo durante il mio week-end a Roma di qualche mese fa avevo lo smartphone che tuonava con nuvole e pioggia e qualche sprazzo di sole, ma ho visto solo quest'ultimo, per fortuna. Poi Circe, che sarebbe giunta a trasformare in maiale tutta la seconda metà della vacanza al mare del mese scorso, è passata rapidamente durante la notte con un breve ed intenso temporale, ed è immantinente sparita all’orizzonte prima che sorgesse il sole del mattino successivo. Ma questa è solo una mia analisi soggettiva.
Recentemente la Rete ha assistito anche ad una polemica con l’Università di Berlino, irata proprio nei confronti de ilmeteo.it, circa la liceità di attribuire arbitrariamente questi nomi alle alte e basse pressioni. Alle prime nomi maschili, alle seconde nomi femminili, proprio come i colleghi d’oltralpe. Poi si è deciso che i tedeschi hanno già troppo potere sullo spread (ovviamente sto esagerando, link), e che giustamente anche noialtri abbiamo diritto a nominare i nostri temporanei coinquilini atmosferici come meglio ci aggrada per tutta la loro permanenza.
Nel frattempo, tutti ci siamo abituati ai nomi mitologici – sono più fighi, dai – e persino i giornali ed i telegiornali delle principali reti nazionali, e non solo, hanno iniziato a fare uso di questi nickname atmosferici.
Tutto questo ci porta ad almeno due riflessioni luminose come il sole del banner del sito sulla lettera 'o': la prima è di carattere economico-informatico, ed è una lezione di marketing su come sia possibile far successo con le nuvole, il sole, la pioggia, tante app, una buona strategia di ottimizzazione SEO, l’uso dei forum nell’era del web 2.0, notizie sensazionalistiche… e qualche nome pescato a vanvera da un libro di epica e da uno di storia. La seconda riflessione riguarda tutto questo vociare e discutere per le strade di entità che non esistono: è davvero possibile parlare del caldo in estate come se fosse una creatura fisica, con un nome e degli attributi? Apparentemente no. Ma se davvero se ne parla così tanto, sarà forse che questa società è talmente povera di argomenti di discussione, che da antipasto il meteo è diventato il piatto principale?


Viaggiarte
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