Il valore del silenzio

Concedetevi un minuto. Un solo minuto per ascoltare la traccia audio qui sotto. Magari con gli occhi chiusi. Poi continuate la lettura, solo dopo l'ascolto. Tanto poi ho scritto poco. Sono tra le più belle parole che la lingua italiana abbia mai espresso, con una delle sue voci migliori: Vittorio Gassman.




Avete provato un qualche disturbo durante l’ascolto? Se no, è solo perchè la voce è quella di uno che sapeva emozionare pure leggendo il menu.
La sensazione è che qualcosa manchi. Che cosa? Il silenzio.

La traccia audio qui sopra è infatti un mio montaggio audio becero ed assolutamente fai-da-te (peraltro la musica l’ho rubata a Skyrim, ma non ditelo a nessuno) di un video preso da youtube, e qui sotto potete ascoltare l’originale. Provate a compararli.




In effetti in realtà il grande Vittorio, tra una strofa e l’altra, respira. Attende. Esita. Cosa che nel mio montaggio non avviene.
Questa tecnica di tagliare i respiri e le pause, magari mettendoci sotto una musica per uniformare, è una strategia ormai abusata in ambito televisivo, e non solo. Nel mio lavoro la uso spessissimo: un’audioguida non può contenere pause, altrimenti il percorso si allunga in durata ed il visitatore del museo si annoia. Anche nel cinema il respiro viene usato solo per creare suspense (nei momenti di tensione estrema, o nelle telenovele con quei respiri spassionati quanto fasulli); tutto il resto è dialogo, rumore, azione, dinamismo e movimento. Il silenzio, quello di una persona che attende prima di proferir parola, sovente non è consentito, in quanto non veicola informazioni, ma solo sensazioni. Il silenzio è uno spreco, in epoca di spending review. Il silenzio è cultura, ma non può essere dato, perché non comunica altri dati oltre sé stesso e la sua stessa durata: una serie più o meno lunga di zeri. 
In televisione ricordo nitidamente quando Le Iene iniziarono ad abusare di questo processo di taglio continuo estremamente fastidioso diversi anni fa, cosa che oggi ormai fa qualsiasi telegiornale, alla quale siamo talmente abituati che non ci sorprende sentire una voce che non prende pause. Il tutto in nome dell’efficienza e della massima informazione nel minimo tempo. 
Del resto ormai anche noi esseri umani non sappiamo più respirare. Agli esami dobbiamo vomitare le cose addosso ai professori: dire più cose possibili nel minor tempo. Fateci caso: non respiriamo mai. Anche ai colloqui di lavoro. Il curriculum: tutto. In trecento secondi. Meglio se meno. Ma anche sul lavoro. Essere veloci. Parlare. Fornire informazioni. Senza pause. Senza respiri. Per questo siamo tutti un po’ esauriti, perché il sospiro di sollievo lo tiriamo solo alla fine, mai durante. Non ci concediamo mai un attimo di silenzio.

C’è qualcosa di inquietante, forse anzi addirittura terrificante, nel fatto che tra le due versioni io percepisca, all’udito, quasi come migliore la prima. Perché è più veloce e dinamica. Perché quelle pause lunghe ed inconsistenti, quei respiri quasi mi infastidiscono. Perché ho da fare, sono di fretta e non posso perder tempo ad ascoltare tutto quel silenzio. Silenzio, che Giacomo Leopardi nella sua poesia ripete per ben due volte, e l’unica volta che utilizza l’aggettivo “infinito” lo accosta proprio a “silenzio”. Lui il silenzio aveva imparato a conoscerlo ed amarlo, ed il grande Vittorio Gassman sapeva interpretarlo. Eroi d’altri tempi.

A me invece, pavido e spaurito, il silenzio inquieta, così come inquieta questa società rumorosa, come inquieta tutti noi, anche se talvolta non ce ne accorgiamo. Ne abbiamo paura. Ne ho paura. Perché ho paura d’aver perso il valore del silenzio.



XII - L'INFINITO

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:

E il naufragar m'è dolce in questo mare. 

Il pignoramento del Re del Mondo


"Panini, Modern Rome" by Giovanni Paolo Pannini - From [1]originally uploaded in en:wiki. Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons.

Il processo era terminato. Il Re del Mondo, giudicato colpevole. Doveva versare ai suoi sudditi una somma che ammontava ad una quantità quantomeno bizzarra. Due simboli di difficile interpretazione, messi così assieme, almeno per l’epoca, che potremmo raffigurare così:

∞ ¥

Immantinente i creditori (ossia l’umanità intera) bloccarono i suoi conti, confiscando tutto il suo denaro e le sue riserve aurifere. Tutto l’oro del mondo, per intenderci. Entrarono poi nelle sue gallerie d’arte, e presero tutte le opere che trovarono, scoprendo qualcosa di incredibile: il valore stimato a spanne delle opere superava di gran lunga quello del denaro. Ecco perché almeno un secolo prima lo si soleva chiamare patrimonio artistico, e si facevano investimenti per la sua conservazione, per quanto i ricavi non superassero i costi. 
Così continuarono senza sosta a pignorare i terreni del Re del Mondo: le sue spiagge, i suoi monumenti ed i suoi palazzi, i suoi centri commerciali e le sue piscine, i suoi campi da tennis e le sue ferrovie, i suoi giacimenti di petrolio e le sue mandrie, le sue gioiellerie e le sue scuole, i suoi ospedali ed i suoi porti. Ma ciò non bastava. I pignoranti continuavano a far calcoli e calcoli, confrontando le stime con quei due simboli arcani pubblicati sul mandato di pignoramento.
Fu allora che andarono a trovare il Re del Mondo, nella sua casa, ormai agli arresti, solo. Presero tutto ciò che trovarono all’interno dell’abitazione. Non bastava. Gli chiesero la speranza, che di quei tempi sembrava valere tantissimo. Non ne aveva. Gli chiesero allora la casa. Egli si rifiutò, poiché la casa è sacra. Allora gli pignorarono la fede, e poi la casa. Non vi furono obiezioni.

Il pignoramento era un complotto, in verità. Una folle idea degli scienziati dell’anno 2200 d.C. Il processo stesso era una farsa. Il Re del Mondo era stato democraticamente eletto, in una cessione dei poteri atta al superamento della paura che ricorda da vicino la filosofia di Thomas Hobbes, tornata particolarmente in voga dopo oltre un secolo di terrorismo internazionale.

I pignoranti erano in realtà gli scienziati di quell’epoca. Avevano condotto uno strano colpo di stato corrompendo la magistratura, unico potere capace di rovesciare la corona, cosa che Hobbes non avrebbe certamente approvato (ma era morto da più di 500 anni). Costoro intendevano, per dirla in breve, dimostrare che Leibniz e Newton si sbagliavano, e che era possibile contare fino a infinito senza scomodare il concetto di limite. Avevano infatti introdotto una nuova unità di misura: l’inestimiliardo (10unnumeroimpronunciabile) di yuan, reificazione numerica di beni dal valore inestimabile come il Colosseo, le Piramidi, il Taj Mahal, l’opera omnia di Shakespeare e la discografia completa dei Queen (allora quasi introvabile).
Il Re del Mondo non aveva più beni materiali da pignorare, ma l’obiettivo non era ancora stato raggiunto. Non restò che pignorarne i valori, la dignità (ma ne restava davvero poca)… ed infine la vita.

Eppure, anche volendo quantificare l’infinita ricchezza generata da quell’atto scellerato e dal valore inestimabile solo in inestimiliardi, il risultato atteso non fu raggiunto. Gli scienziati ipotizzarono di aver sbagliato i propri calcoli, valutando numerose ipotesi. Si arresero infine all’idea di dover cercare un fantomatico Re dell’Universo, sempre che esistesse, ma negli ultimi cento anni la ricerca spaziale non aveva fatto alcun passo avanti. Tutto lo scibile scientifico era diventato economia.
Pertanto gli scienziati, gli economisti di quel mondo, non si ravvidero nemmeno del proprio, banale errore: pensavano che l’unica cosa che potesse essere contata, l’unica astrazione possibile, l’unica reificazione capovolta, fosse il denaro.
Furono loro, quegli scienziati, a prendere il posto del Re del Mondo. L’umanità si estinse qualche giorno dopo – ma la borsa di Pechino no.

Perché quel Mac non funziona?!


Tanto per tornare in questo spazio di brontolmenti esistenziali e ba(rba)ggianate, è il momento di lamentarsi un po’ di un tema nerdosissimo che in questi giorni mi fa venir voglia di fulmini e saette: i continui malfunzionamenti dei computer di casa Apple. O quasi. Anzi, no.
Il punto è questo: sul lavoro molto spesso mi ritrovo a dover affrontare problemi tecnici e perdite di tempo legati alle macchine con la mela morsicata, molto più spesso di quando ho a che fare con vecchi PC ingestibili (Windows o Linux) – il che costituisce un bizzarro paradosso, considerata la celeberrima affidabilità dei prodotti made in Cupertino.

Il problema della mela morsicata è uno ed un solo: i suoi utenti.



Non voglio fare generalizzazioni affrettate, ma per quanto riguarda la mia (modesta ed opinabile) esperienza, l’utente che gira col suo MacBook o con l’iPhone crede di avere tra le mani un’astronave. Un oggetto di culto. Marxianamente, un feticcio. Eppure l’oppio dei popoli dell’informatica di massa ha creato gente talmente fissata da affermare: “si ma da quando c’ho l’iPhone è un’altra cosa” (andare su Facebook, beninteso). Gente che andrebbe in pellegrinaggio a Cupertino sperando che per miracolo dopo la benedizione di Tim Cook il proprio iPhone 4 si trasformi in iPhone 6; integralisti capaci di imbracciare l’iPad contro gli infedeli di Google con aperta l’APP Ak-47 gridando “Steve Jobs akbar” mentre fa fuoco sul display retina.

Per chi non mi conoscesse: piacere, sono Luca, il tecnico. Sul palco c’è un bravissimo polistrumentista che sta tenendo una lezione ad un pubblico di duecento studenti. Suona il pianoforte ed il MacBook. Bravissimo. Cita pure Nietzsche, dallo Zarathustra del filosofo a quello di “2001 Odissea nello Spazio”. Poi d’un tratto gli si inceppa il CD, evidentemente rigato, rendendo impossibile la riproduzione del pezzo. Passano minuti imbarazzanti. Che ci voleva ad importare il contenuto CD sul disco rigido del MacBook? Nulla. Ma la fiducia cieca nel mezzo divino non può essere messa in discussione.
Qualche giorno dopo, stesso palco, in clamoroso ritardo arriva una tizia super-gasata con l’ego over 9000 e pretende di mettere la musica durante uno spettacolo comico senza neppure provare. Tanto c’ha il MacBook pure lei. Io la avverto. “Li fanno apposta per queste situazioni, sono affidabilissimi”, mi risponde tutta affaccendata, come se tutta la complessità del problema si riducesse all’affidabilità del computer. Vi lascio immaginare la débâcle: volumi completamente sproporzionati all’impianto, venti secondi di panico. Per inciso, la colpa di nuovo non è della macchina ma della demenza di chi la usa.
C’è anche chi parla la lingua superiore della Apple e se ne strafotte del linguaggio dei plebei. Parlo della supponenza trascendentale dei grafici (una razza a parte, si riconoscono perché sulla scrivania del loro iMac ci sono millemila icone tutte sparse che non ci si raccapezzano neppure loro), che dopo innumerevoli elucubrazioni spocchiosissime sul formato più corretto per spedirti un file te lo rigirano in Illustrator (.ai o .pdf) senza minimamente pensare ad allegare pure i font (e io come ci lavoro?), oppure per risolvere te lo girano coi testi in vettoriale (e io come ci lavoro?) e dopo aver terminato non ti lasciano neppure i loro documenti di lavoro perché “non funziona il tuo hard disk” (incompatibilità con NTFS… mai sentito parlare? Formattarlo in exFat?). Snort…

Poi ti arriva lo sfigato dipendente comunale con un vecchio PC portatile a manovella, con quel Pentium 4 antidiluviano e Windows XP che ti dice, timido timido: “è mio ma non so come si accende… ci pensi tu?” – e lì tiro un sospiro di sollievo. Sono felice. Sono felice perché dal basso della mia inettitudine trovo una persona che almeno ha l’onestà intellettuale di riconoscere i propri limiti, di capire che una macchina è una macchina è che un ignorante è un ignorante, e resta tale anche se ha acquistato un Mac. Ma non può ammetterlo, perché ci ha speso molti soldi.

Appleisti di tutto il mondo, sgonfiatevi!

Nel frattempo guardatevi fino allo sfinimento questo video di Sio. Perché ce l’avete grosso. L’ego.


#Sonostufo


Sono stufo di scrivere su diari virtuali.
Sono stufo di non aver mai tempo per scrivere sul blog.
Sono stufo di non saper scrivere a mano. Braccia – anzi mani – strappate all’agricoltura.
Sono stufo di scrivere su siti non-responsivi. Se questo lo è, non l’ho programmato io.
Sono stufo di sentir gente che pensa che si possa navigare solo da dispositivi mobili.
Sono stufo della grandine. Molto stufo. Soprattutto di quella grossa.
Sono stufo di modelli di business, di sviluppo, di crescita e di profitto.
Sono stufo delle crisi di sovrapproduzione. Soprattutto di sovrapproduzione culturale.
Sono stufo di sentire gente che infila parole in inglese a caso perché fa cool.
Sono stufo di fare confronti tra pubblico e privato. Noialtri li critichiamo mentre ci dilaniamo nell’atroce invidia della stabilità, della ricchezza e della mediocrità.
Sono stufo di questa nauseante e patetica moda dell’informatica di massa.
Sono stufo perché l’informatica di massa potrebbe salvare il mondo, invece salva solo i profitti delle solite tre o quattro aziende che se ne fottono di salvare il mondo.
Sono stufo perché l’informatica di massa potrebbe salvare la cultura, invece salva solo tante foto di donnine nude su facebook a fini onanistici o di spettegolamento sociale.
Sono stufo di essere stufo. Sarà la stanchezza.
Sono stufo di sentir chiamare arte e cultura “il prodotto” o “il brand”.
Sono stufo degli economisti. Da quando sono più dei filosofi il mondo va a rotoli (ma almeno va a rotoli sorridendo J J J).  
Sono stufo di chi si sa sfogare solo sul web.
Sono stufo di chi si sfoga sul web, in genere.
Sono stufo di chi si sfoga sul web, ma non se ne accorge.
Sono stufo di chi ripete le cose.
Sono stufo di chi ripete le cose e crede di scrivere poesie.
Sono stufo di chi scrive poesie. Non le legge più nessuno.
Sono stufo di chi non legge più le poesie.
Sono stufo anche di chi non legge più Marx.
Sono stufo di chi afferma che non ci sono più destra e sinistra, ma solo giovani e vecchi. Per inciso, tifo per i vecchi.
Sono stufo di chi su Internet scrive con grande decisione, poi nella vita la nasconde. Eroi dei due mondi falliti che si accontentano del mondo virtuale.
Sono stufo di Balotelli. Il suo vittimismo è ridicolo: da solo guadagna quanto tutte le popolazioni africane ed ha pure il coraggio di far polemiche sterili.
Sono stufo delle guerre tra poveri. Di tutte le guerre e di tutti i poveri. Ma non per questo faccio guerra alle guerre.
Sono stufo di chi non crede e bestemmia perché va di moda e perché la fede è roba per vecchi, noi giovani abbiamo ben altre divinità: il mercato, il profitto, la competitività e la meritocrazia.
Sono stufo di gente che non distingue le regole dalla burocrazia.
Sono stufo di chi le regole non le rispetta e ci insegna a non rispettarle.
Sono stufo di noialtri che prendiamo questi signori come esempio (ma li condanniamo pubblicamente).
Sono stufo degli ipocriti, perché pensano di non esserlo, di fatto non pensando affatto.
Sono stufo di chi ipocrita sa di esserlo, ma non gli fa neppure dispiacere.
Sono stufo della flessibilità che non da regole e ti fa sentire libero, autonomo e gratificato - solo perché poi non ti retribuisce.
Sono stufo di non poter sforare 140 caratteri. Perché anche se li sforo nessuno ha l’attenzione per leggere un testo un minimo più prolisso. Figurarsi a scriverlo!
Sono stufo di chi usa l’hastag. Soprattutto nei titoli.
Sono stufo di chi scrive liste e poi non ci va a fare la spesa.
Sono stufo di chi scrive e non sa scrivere. Poi vende milioni di copie.
Sono stufo di chi scrive su blog, non fa neppure dieci letture ma si sente un minimo appagato, giusto per il piacere d'aver postato. Anzi, mi fa proprio schifo.

Elezioni in strada


Generalmente mi ricordo una domenica di sole, una giornata molto bella, un’aria già primaverile in cui ti senti più pulito... anche la strada è più pulita, senza schiamazzi e senza suoni. Chissà perchè non piove mai quando ci sono le elezioni…















La Filosofia del TuTTorial




Oggi tutto è tutorial. TuTTorial.

Non sappiamo più far nulla (o quasi, dai), ma sappiamo assemblare cose, indicazioni, mobili, ricette ed idee. Il tutto a patto che ci dicano sempre esattamente come. Meccanicamente. “Qua nessuno c'ha il libretto d'istruzioni”, cantava Luciano Ligabue, che di certo non è un attento sociologo. Oggi tutti abbiamo il libretto di istruzioni. Tanti libretti di istruzioni. Testuali, audio e video. Tutti tutorial.
Abbiamo dinanzi una situazione ma non abbiamo strumenti d’analisi per capire il problema e sintesi per risolverlo, il nostro cervello funziona sempre più come un: “analizza il problema per trovare le parole chiave da cercare su Google”. Quante volte vi è capitato? A me spessissimo.

Il “tutorial”, o “tutoriale” (suona da schifo in italiano) implica nella stessa definizione la presenza di un tutore. Chi è il tutore?
Il tutore, ad esempio, è il GPS in auto o nel cellulare: dopo ore perse ad aprire applicazioni pesantissime, impostare parametri, attendere la geolocalizzazione di almeno tre satelliti, il calcolo del percorso e caricamento dei POI online, alzi la testa da quel maledetto touch screen e scopri di essere già arrivato. “Allora ce l’ho questo senso dell’orientamento!”, si ma intanto hai perso un’ora a pasticciare sul dispositivo. Tratto da fatti realmente accaduti(mi), ovviamente.
Il tutor, letteralmente, ti fa decelerare quando vai troppo forte. Guidare col piede più leggero sul gas, invece, è improvvisamente troppo difficile.
Stai male? Hai sintomi? Cercali su Google. Chi di voi non ha mai fatto ricerche mediche su Google, scoprendo di avere meno di 24 ore di vita? (Rivelatisi poi sintomi di una comune influenza da due soldi). Penso che Berlusconi se la sia diagnosticata lì la famosa uveite, dopo un post brillante di streghetta74 su Yahoo Answers.
Hai problemi con il PC? Di nuovo Google ha la risposta. Lui è il tutor maximus (dopo ovviamente c’è Salvatore Aranzulla con le sue malsane strategie SEO). Ma in questo spesso funziona, per chi sa ben identificare il problema, trattandosi di problemi di macchine prodotte in serie – e pertanto serializzabili anche i problemi.
Vuoi cucinare? Leggi i tutorial per il Bimby: butta dentro l’apparecchio le cose nell’ordine e con i tempi giusti e sarai un cuoco degno di Master Chef. Lo stesso dicasi per le mirabolanti ricette per il microonde.
Ti senti un vero artigiano? Puoi esserlo: segui passo passo il libretto dell’IKEA e scoprirai che non ci voleva poi tanto a montare l’armadio di due metri direttamente in cameretta.
Più in generale, per ogni cosa c’è un’app. Un altro tipo smart-tutore. Roba che ti ritrovi a chiedere all’app del meteo “che tempo fa” prima di guardare fuori dalla finestra.
Chitarrista? Via i vecchi ed obsoleti spartiti, la musica non è questione di suono o di orecchio. Ci sono le tab! Un metodo geometrico semplicissimo che ti dice dove premere e quando, e se proprio non ci riesci dai in pasto il tutto ad un programma tipo Guitar Pro o Tuxguitar (per gli amici Linuxari) che ti suona pure. Stesso discorso per titoli come Rocksmith, un videogioco con la chitarra “vera” ed un jack USB che con un metodo analogo ti fa capire cosa premere e quando – che t’importa di sentire il suono? Anche un sordo saprebbe suonare perfettamente in questo modo. No, non un sordo tipo Beethoven…
A proposito di videogiochi: mi spiegate perché oggi fanno pure tutorial per insegnarti a saltare? Guardate ho una carriera pluridecorata nel settore, lasciatemi imparare giocando!
Anche nella lettura il simpatico Kindle ci aggiorna in tempo reale su quanto tempo impiegheremo per terminare il libro, e noi ci fidiamo ciecamente delle sue equazioni. Salvo scoprire a due ore dalla fine “presunta” che il libro è già finito ed il povero idiota digitale sta calcolando come pagine anche la lunga bibliografia in appendice.
Per non parlare di youtube: ci sono video anche su come pettinarsi i capelli, tutte quelle cose femminili del makeup per le quali la parola tutorial è oggi celebre. Ora che ci penso, dovrei imparare anch’io a pettinarmi i capelli.
Sembra addirittura che abbiamo smesso di produrre pensieri propri, anche per esprimere idee ci affidiamo al testo scritto da altri: ci avete mai pensato che quando si “condivide” su Facebook si condividono pensieri prodotti da altri, spesso sconosciuti? Quanti di voi hanno condiviso post/pagine/contenuti di vostra creazione nelle ultime due settimane? Di sicuro in pochi.
Tutorial sono io, quando evidenzio simpaticamente in grassetto qualche parola ogni tanto, per far focalizzare l'attenzione in un post di più di tre righe, altrimenti i lettori del 2014 si perdono nella densità del testo quando leggono tre parole in più.

La Filosofia del TuTTorial è oggi imperante, deleghiamo alla macchina, al video ed al testo (spesso facilmente reperibili online) ogni aspetto del nostro fare; fatto non del tutto negativo, poiché porta diversi vantaggi in termini economici e di tempo impiegato, ma andrebbe acquisita una coscienza riflessiva per bilanciare le attività: ci sono situazioni reali in cui l’utilizzo dello strumento informativo è effettivamente utile, altri in cui è fondamentale ed altri in cui dobbiamo re-imparare a far sbocciare la nostra creatività, prima che si addormenti per sempre. 

Anche questo post, sebbene faccia schifo, l’ho scritto io, ma senza tutorial – e questa, ammettiamolo, già sembra una gran conquista…

Meglio il mio “male” o il tuo “peggio”?



È di qualche minuto fa la dichiarazione dello scrittore Aldo Busi, a Piazza Pulita su La7:

È più violento un ragazzo che brucia un cassonetto o i manager di Stato che prendono 600 milioni di euro all’anno?

La frase è riferita alla protesta di sabato scorso a Roma che si è protratta fino agli attuali insediamenti a Porta Pia. Non entrerò qui nel merito della questione, per la quale i manifestanti hanno tutta la mia comprensione. Vorrei solo astrarre un po’ l’affermazione. Generalizzarla. Come fanno da sempre i filosofi.
Mi colpisce la frase e la stortura etica che nasconde un simile argomento retorico, quando questo è volto a giustificare un fatto negativo, mettendo in luce un fatto (ancor più) negativo. 
La domanda retorica del buon Busi è infatti vera e per certi versi condivisibile: è sicuramente più “violento” (nel senso di “dannoso” per la società, ma anche nel senso di “crudele”, inteso come senza etica né educazione alla convivenza) un manager di stato che lucra immeritatamente sulle tasse dei cittadini di un povero ragazzo disoccupato che brucia un cassonetto come segno di protesta, ma questo argomento non giustifica il cassonetto bruciato – sebbene di fatto lo faccia, e pure a fin di bene. 
Un altro esempio è l'argomento ad hominem: “io ho rubato 100 euro, ma tu ne ha rubati 5000!”. Chi ruba 5000 euro deve essere punito con più severità rispetto a chi ne ruba 100, ma se l’argomento in questione era il mio furto di 100 euro, invocare il tuo furto da 5000 euro è solo un argomento retorico per distogliere l’attenzione da un fatto all’altro. 
“Meglio colpire un albero ai 180 Km/h o colpirlo ai 100 Km/h?”. Credo che la persona razionale dica: “sarebbe meglio cercare di non colpirlo”, aggirando logicamente l’argomento-trappola, con la responsabilità di chi non sta al gioco. Troppo facile rispondere “100” a gran voce come il pubblico televisivo-zombie di Iva Zanicchi qualche anno fa. 

La macchina del fango di quest'epoca si alimenta con argomenti potenti come questo. Argomenti purtroppo intrisi di cattiva retorica e fortemente diseducativi, con i quali noi giovani facciamo i conti tutti i giorni ricevendo sovente il cattivo esempio dai media, come in questo caso, senza avere gli strumenti per comprenderli e disinnescarli. Impariamo così a ragionare in questo modo, e trasliamo questo genere di argomenti dall’iperuranio malato dello schermo televisivo alla nostra quotidianità, con risultati sovente pessimi sul nostro senso civico e sociale. Anziché fare a gara tra cattivi esempi, non sarebbe meglio argomentare in maniera virtuosa? Siamo davvero condannati, nella società come nella politica, a perseguire la filosofia e la pratica del “male minore”?

Sulla bufala della “Storia dell’Arte cancellata” (e sulla sQuola reazionaria)



In questi giorni circolano con insistenza in rete notizie circa gli effetti a lungo termine della Riforma Gelmini del 2010, rei a quanto si legge di aver inferto un colpo mortale all'insegnamento di Storia dell’Arte nelle scuole secondarie. Grande sfregio alla cultura dei giovani non rettificato (per non dire confermato) dal Decreto Scuola varato dall’attuale Ministro Carrozza. Ed ecco che spunta la solita, sacrosanta petizione (eccola, su firmiamo.it) già con oltre 3.000 firme per salvare la cultura dalle oscure grinfie della politica. Viene da chiedersi se la situazione sia così assurda come la si racconta, oppure, al solito, in Italia si brontola prima e si ragiona solo poi. Pertanto, l’internettiano brontologico medio (il sottoscritto), procede a googlare per raccogliere il maggior numero di informazioni e capire cosa davvero stia accadendo all’insegnamento di una tra le materie più affascinanti del percorso scolastico – ed uno dei pilastri sui quali poggia l’intera cultura del nostro paese.

I risultati dalle testate online sono sconcertanti. Quasi nessun sito riesce a far capire al lettore (o forse sono io ad essere stupido, in quanto lettore, e la cosa non è da escludersi) in con quale metodo e con quale arma questa riforma “uccida” la Storia dell’arte. Ci sono state delle riduzioni. Dei tagli. Ma quali? In quali istituti? Di quali entità? 
Nel leggere i titoli (ma anche gli articoli) scopriamo che la vittima è morta senza che nessun cronista abbia saputo nulla del cadavere: se qualcuno l’ha visto, come è avvenuto il fatto. Si sa solo che è avvenuto. Sarà che le “tre I” della Moratti hanno mandato in sbornia i giornalisti, facendo dimenticare loro la regola delle “5 W”?

L’articolo apre con l’apocalittica: “La Storia dell’arte è stata cancellata dai programmi scolastici, come previsto dalla Riforma Gelmini, in tutte le scuole […]”.



Leggendo i cliccatissimi articoli (controllate i millemila like e “consiglia” su faccialibro), non vi è traccia di una qualche informazione su come effettivamente questa materia venga cancellata. L’impressione (falsa) che si ha è che dall’oggi al domani le ore di Storia dell’Arte siano state annichilite, perché come insegna (in negativo) la Gelmini è meglio studiare i neutrini, piuttosto che Picasso. Letti tali articoli, insomma la conclusione logica è: “da oggi in tutte le sQuole di tutti gli ordinamenti non si insegnerà mai più Storia dell’Arte”.  

Anche leggendo l’appello di Firmiamo.it, già citato, testo che ampiamente condivido, non si ha l’impressione del nodo della faccenda: che cosa cambia nei programmi di Storia dell’Arte?

Scopriamo che la stessa Gelmini nel 2011 aveva precisato, in una lettera al Corriere, che sintetizzo qui ma che andrebbe letta nella sua interezza:

Sull’insegnamento della Storia dell' arte nelle scuole secondarie superiori sono state dette e scritte in questi giorni molte inesattezze. […] prima della riforma l' ordinamento del liceo classico prevedeva complessivamente, per la Storia dell' arte, 4 ore nel solo triennio […] La riforma ha innalzato da 4 a 6 le ore di insegnamento nel triennio. Quanto al liceo scientifico, le ore previste per la Storia dell' arte sono rimaste invariate. La riforma ha, inoltre, introdotto due nuovi licei [...] in entrambi […] è stata inserita la Storia dell' arte. Il liceo artistico è stato profondamente trasformato e le ore di Storia dell' arte sono state portate da 9 a 15. Il liceo musicale, anch' esso di nuova istituzione, ne prevede 10. […] Anche nell' istituto tecnico per il turismo le ore di Storia dell' arte sono state portate da 5 a 6. […] Naturalmente esistevano anche 800 diversi indirizzi sperimentali, una frammentazione inaccettabile ed insostenibile, che presentava i modelli orari più disparati e che non può essere oggetto di confronto vista l' estrema varietà. In alcuni percorsi, infatti, la Storia dell' arte era presente, in altri era del tutto assente anche nel triennio. […]” 

Come si può facilmente verificare, infine, leggendo questa tabella, risalente addirittura al 2009, oppure in formato testuale su Artem Docere i tagli ci sono. Soprattutto negli istituti tecnici, dove una svolta decisamente tecnicista si è de facto verificata, abolendo la materia, a torto o ragione - se ne può discutere. Ed è verissimo che negli indirizzi turistici la soppressione di Storia dell’Arte è uno strano paradosso; una fortissima contraddizione sulla quale vale la pena discutere,  come fa il sito di Varese News, che comunque titola in maniera tutt’altro che professionale, come gli altri: “La Riforma Gelmini cancella storia dell'arte”. Eppure l’impressione è che la Gelmini non abbia mentito constatando le ore addirittura aumentate nei trienni dei licei. Al contempo, fanno riflettere i titoli falsi e truffaldini di certe testate online, tanto che stamattina mi è andata di traverso la colazione nell’atto di esclamare: “eccheccazzo, la casta ha abolito la Storia dell’Arte!” in una posa che ricorda il meme del cereal guy.



Questo sensazionalismo va rivisto, e merita una riflessione. Questo sensazionalismo va stravolto con la forza della pacatezza: la forza dell’equilibrio e dell’onestà intellettuale. La sQuola si dimostra in questi casi reazionaria ed incapace, assieme agli amici scribacchini, di veicolare un messaggio complesso che andrebbe analizzato nei suoi intimi dettagli. Andrebbe capito innanzi tutto l’oggetto della discussione, l’entità dei tagli e fatte le successive proposte costruttive per risolvere la questione, al di là dei prevedibili interessi corporativi del docenti di Storia dell’Arte. Questo dovrebbe insegnare la sQuola. Se gli insegnanti sono i primi a far rivoluzioni con imprecisioni colossali come i titoli di tali articoli (ed i commenti sottostanti, leggere i testi linkati per credere), come pretendono di avere studenti capaci di restare sul pezzo e non uscire fuori tema con strafalcioni epocali?

Purtroppo la sQuola deve in primis riflettere sul fatto che non si può opporre ad infinitum al cambiamento, e che non è attraverso titoli sensazionalistici e sante crociate che risolverà i suoi innumerevoli problemi, ma attraverso l’analisi della situazione e la ricerca delle soluzioni. Tutti siamo in grado di dire “non diminuiamo, ma aumentiamo” (le ore, gli investimenti, i diritti, le risorse), ma purtroppo oggi non basta più. Bisogna anche essere propositivi, adulti, non chiedere solo a mamma e papà di avere di più ma dare consigli concreti su come stare meglio. Su come cambiare. Se questo cambiamento è errato, lo si può cambiare ancora, perché il cambiamento (si) cambia. È la paralisi, la stasi, la rigidità a morire d’inedia. Dalla (vera) rivoluzione del ’68 la sQuola ha mascherato le proprie azioni reazionarie da rivoluzioni – e intanto siamo ancora ancorati alla riforma Gentile del ’anteguerra, nell’era di Internet e dei social media. Gli atteggiamenti della sQuola nei confronti del cambiamento hanno spesso toni sensazionalistici e reazionari, questo caso purtroppo ne è l’ennesima conferma. 

Se non vogliamo far morire (per davvero) una disciplina meravigliosa ed intrisa di italianità come la storia dell’arte, tra l’altro grande polmone economico e turistico del nostro paese, dobbiamo cambiare atteggiamento per primi: essere più critici e non lasciarci abbindolare come cretini dal primo titolo sensazionalistico che leggiamo a sparar commenti rivoluzion… ehr… reazionari senza prima informarsi sulla questione. Altrimenti faremmo meglio a chiuderla del tutto, la sQuola: se non siamo critici nella ricerca delle (fonti delle) informazioni, così come Cartesio nella ricerca della verità, allora la sQuola non serve più a niente. Aboliamola del tutto, come quella robbaccia inutile della Storia dell’Arte! (Si scherza, eh!)

EDIT 02/2014 - Incredibilmente nonostante i numerosi articoli anti-bufala comparsi online volti a smascherare questa menzogna, ancora vengono pubblicati e condivisi articoli come questo di Bloggokin. Bloggo... chi?

Speculazioni sulla metafora idraulica della gestione delle risorse economiche















Sin dai tempi più remoti, in cui gli uomini iniziarono ad organizzarsi in società, sorsero problemi molto pragmatici sulla gestione delle risorse, non più legate al singolo individuo ma da distribuire alla collettività. Problemi che aumentarono esponenzialmente con l’aumento della complessità del sistema sociale.  Nel tempo, anche le risorse mutarono valore e natura, traducendosi nella loro forma corrente in risorse economiche. Risorse spesso mal gestite, sia nel macrocosmo statale e politico, sia in quello sociale e familiare. 
Una metafora che spesso viene utilizzata per evidenziare la cattiva gestione delle risorse economiche è la seguente, che chiameremo “metafora idraulica”. 

“Ho un sistema di tubature inefficiente. A monte, io [stato o amministratore] posso decidere quanta acqua immettere. Le tubature si occuperanno di distribuire le preziose risorse idriche in maniera capillare, ma i tubi perdono, in quanto pieni di buchi e falle dislocate in numerosi punti del sistema”. 

Come risolvere il problema – attualissimo? Sono spesso proposte diverse strategie di azione, facilmente identificabili con azioni reali compiute e tuttora in atto in molti sistemi, non solo idrici.

La prima proposta è quella di erogare più acqua. “Ma si. Freghiamocene delle falle. Se abbiamo a monte un ghiacciaio, che ce ne importa se dobbiamo disperdere un po’ più di acqua?” Il risultato, evidente, è che anche il grande ghiacciaio, fuor di metafora, prima o poi esaurisce le sue risorse. Perché quando aumenta la pressione le falle si allargano, il sistema cede, sempre più inefficiente, sotto il peso dello spreco; il ghiacciaio non fornisce più risorse sufficienti – e tu devi scioglierlo col phon, con migliaia di phon, fino ad esaurimento scorte.
Controproposta della salvezza. Se la prima opzione è risultata fallace, vuol dire che basta fare esattamente l’opposto: erogare meno acqua. Il sistema si stabilizza. Sembra funzionare. Peccato che in questo modo, chi più risente delle falle non avrà modo di sopravvivere. Invertendo la strategia abbiamo spostato il problema da monte a valle. Solitamente la politica ha in mente solo queste due soluzioni: aprire o chiudere i rubinetti. Riconosci un politico quando a parole può dire qualunque cosa, ma de facto apre e chiude rubinetti.

Arriva l’illuminato: “cerchiamo di chiudere le falle”. Se lo fa solo a parole è un politico (vedi sopra). Finalmente qualcosa di sensato, tanto che questa sembrerebbe la soluzione alla metafora idraulica. Di norma la propongono tutti. Peccato che non sia così facile – o almeno, è molto più difficile che metter mano alla valvola del rubinetto. La strada è comunque percorribile, e se perseguita seriamente è degna di lodi, ma da sola è un po’ mediocre. Non basta. La soluzione più efficace è un’altra, ancora più difficile, ancora più virtuosa, ma indubbiamente risolutiva.
Pensiamo ai tubi”, dice il saggio idraulico. Oppure l’ingegnere. Oppure il filosofo, sempre che ce ne siano ancora, oggi i sistemi, non solo idraulici, sono troppo complessi per loro.
Ci sono due stili di pensiero, tra chi pensa. Ai tubi. 
C’è il rivoluzionario, che distruggerebbe il sistema e lo ricostruirebbe da zero. Spesso si tratta del filosofo, e spessissimo è inconcludente – o forse è l’unico a non aver niente da perdere nello stare anni senz’acqua, prima che qualcuno (non lui, beninteso) rimetta mano al sistema di tubi. Poi c’è il progressista, quello che studia, comprende il sistema e cerca di cambiarlo un pezzo alla volta: il lavoro più difficile. Ci vuole una grande conoscenza del vecchio sistema per farne uno nuovo, ma anche tanta capacità creativa. Bisogna studiare tanto. S(t)u(di)dare per capire, e le capacità di pensiero per fare un salto, dalla comprensione del preesistente alla creazione di qualcosa di nuovo e più efficiente. Non basta arrivare e dire “vaffanculo spacco tutto e faccio di testa mia”. Il progressista è demiurgo, non falso dio onnipotente, plasma materia che non ha creato; è onesto: studia il sistema e modifica un pezzo alla volta, puntualmente e con chiarezza di idee. Egli non è infallibile, infatti è studioso ed empirista, e quando sbaglia non da la colpa agli altri, ma si ravvede dell'errore, si assume la responsabilità e studia nuove soluzioni. Meglio sbagliare per sistemare il sistema piuttosto che continuare a perdere all'infinito. Potrebbe volerci del tempo. Quando il problema è complesso anche la soluzione è complessa, e richiede studio, impegno e poche invettive o polemiche sterili. Questo nuovo tipo di progressista supera il politico reazionario che apre e chiude rubinetti ed l'antipolitico rivoluzionario che li bombarda. Purtroppo non esiste sistema perfetto. Il reazionario pensa che sia l'attuale, l'antipolitico pensa che sia il suo sistema mentale – ma la metafora idraulica rimarrà per sempre valida, ogni sistema è perfettibile, e non è solo una questione di tappar buchi. Ma per perfezionarlo, bisogna essere bravi ingegneri ed al contempo bravi idraulici e bravi filosofi. Insomma, veri progressisti non esistono. Ci sono solo nella teoria, ma nella pratica non è facile rinvenirne. Né nella politica, né nella società. 
Eppure abbiamo molti bravi ingegneri. Ma anche molti bravi idraulici. Chi manca all’appello? 

Ecomuseo del Litorale Pesarese - itinerari


Di seguito alcune info su un progetto di audioguide al quale ho recentemente lavorato. Trattasi di tracce audiovisive sul litorale pesarese; un Ecomuseo che si snoda attraverso tre percorsi riguardo l'identità marinara di Pesaro, Fano e Gabicce.




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L'Ecomuseo del Litorale è il nuovo parco storico che la Provincia di Pesaro e Urbino ha sviluppato nell'àmbito del progetto europeo Adriamuse.
Una rete di percorsi guidati all'interno dell'identità culturale più tipica della fascia costiera che si estende da Gabicce a Marotta.
Il rapporto con l'Adriatico ha lasciato qui la sua impronta indelebile, caratterizzando in modo originale una civiltà contadina e  marinara al tempo stesso.

Si offre la possibilità di seguirne le tracce, trasformando il patrimonio storico-artistico del territorio in un libro aperto. Lungo tre direttrici principali - Pesaro, Fano e Gabicce – il visitatore può esplorare una rete di percorsi guidati, ampliabili in base ai propri interessi e curiosità.
Dal portale della Provincia di Pesaro e Urbino è possibile scaricare i diversi itinerari tematici sotto forma di tracce audio, da ascoltare sul proprio smartphone, tablet o lettore mp3.


Inoltre presso i punti informativi di Pesaro e Urbino il visitatore potrà noleggiare un lettore mp4 e utilizzarlo per tutto il percorso scelto.
Passo dopo passo, ci si immerge in un viaggio affascinante alla scoperta di rotte migratorie, usanze, feste, riti e tradizioni che colorano di mille sfumature un unico disegno.
Un'esperienza interattiva e personalizzata, che permette a turisti e cittadini di vivere in modo nuovo e più consapevole la storia, immergendosi nei luoghi diffusi di un museo a cielo aperto.