Sulla Torre e sul Fare
Tratto da una storia (quasi) vera

La torre di Babele (1563), di Pieter Bruegel
Incipit. Raggiunta l'età di trent'anni, il Profeta ascese alla virtuosa solitudine della montagna, lungi dall'incedere ruggente del tempo nel villaggio – ora meditabondo e silenzioso, sognatore dialogante con lo spirito del mondo, saggio esploratore nelle profondità della coscienza che non echeggia e non stride al manifestarsi dell'altro-da-sé. Per dieci lunghi anni il Profeta ignorò il tempo. 
Si svegliò un mattino: l'aurora lo chiamò la sua luce e gli disse il suo calore, poi indicò il suo pieno e scoppiettante silenzio. L'ora era giunta.
Il Profeta scese dal monte, fino al villaggio, e così parlò agli uomini:
 “Ecco, io vi annuncio il fulgido segno più grande e splendente! Dalla pietra del mio fare sorgerà il più grandioso monumento per l'imperitura gloria di queste terre! In esso i vostri figli realizzeranno ciò che siamo stati, in esso forgeranno ciò che vorranno essere e saranno. Questo ed altro, troveranno in esso! Innalzeremo una torre – questo è l'immacolato segno del mio fare!”.
La gente ascoltò dapprima incuriosita quelle parole, poi lo ignorarono, credendolo pazzo.
Tuonò allora il Profeta: 
 “Non giungono come aghi di pungolante verità le mie parole? La colpa dell'inettitudine è in questo luogo, e l'inettitudine è segno di chi ignora il vero! Chi non conosce la verità non ha che pugni carichi di sabbia, ma chi innalza la torre dev'essere grave maestro di roccia e ferro ed altitudine, poiché dovrà edificarla sulla montagna più impervia, sul picco più elevato – e se non avrà una scala dovrà saper salire sulla sua stessa testa: come potrebbe altrimenti? L'inettitudine è segno di chi ignora il vero! Non la sentite corrodere questo luogo in cancrena?”
La gente se n'era già andata, ognuno nel suo affannoso daffare. Restava solo il capo villaggio, che così parlò: 
 “Sono parimenti convinto che quivi alberghi il falso. Potrebbe dunque essere l'inettitudine dei cittadini di questo villaggio, come tu dici. Ma se così non fosse? Non resterebbe dunque la tua sola inettitudine, ad  indicare il falso che impregna questa mattinata di sole? Dici di costruire una grande torre che sia effige di potenza, virtù, verità e ricchezza. Tuttavia, nel lontano Sennaar, terra bagnata dal grande fiume, la stirpe di Noè costruì un tempo una torre – ed è per lor cagione che Iddio scese e confuse le lingue degli uomini, perché così questi non potessero comprendersi l'un l'altro. Ignori forse tutto ciò? Vattene! Le tue invettive non sono qui gradite, forestiero!”.
Il Profeta tornò furibondo sulla montagna, e pose sulla cima di essa la prima pietra del suo fare. E così ancora, e di nuovo, un'altra volta – poiché egli aveva possenti mani per scavar buche e modellare pietre e marmo, per forgiare col fuoco il ferro e l'oro.
Quando la base della torre fu ben visibile agli uomini del villaggio, alcuni tra loro videro il meraviglioso lavoro del Profeta, e lo adorarono, ed ascesero fino alla sommità della montagna. Giungevano infatti da lui ed innalzavano la torre con le loro mani.
Superbo e fiero del successo della sua opera, il Profeta tornò dal capo villaggio. Lo trovò stanco ed affaticato, con il respiro debole e smorto, e così gli parlò:
 “Come puoi non biasimarti da solo? Tutti i villaggi, le città, i paesi e gli imperi si inchinano alla torreggiante maestosità della mia opera; un giorno anche il cielo riconoscerà il nostro glorioso lavoro! I figli dei nostri figli ed i figli dei loro figli ricorderanno un giorno la meraviglia edificata dai loro padri, e dai padri dei loro padri fino a noi! E tu, sciagurato, t'affanni per preparare banchetti,  per costruire terrazze, scarabocchiar fogli nelle assemblee e riscriver leggi – i tuoi figli ignoreranno quelle leggi, ormai superate, oblieranno quelle assemblee, nel loro tempo quelle terrazze saranno già crollate e dei banchetti di oggi non resteranno domani che gli avanzi divorati dai vermi famelici. Il tuo fare muore appena viene alla luce!”
Il capo villaggio ascoltò, attento e meditabondo, e rispose a bassa voce, con profondi respiri:
 “Il mio compito è ascoltare i bisogni della gente, vivere tra la gente ed aiutare la mia gente. Questo è il mio incarico, questo è il mio fare. Ma vieni tu dunque a criticare il mio operato con la vanagloria della tua opera? Sei il benvenuto in questo villaggio. Sarai accolto tra noi. Potrai intrattenerti ai nostri banchetti e bere il nostro vino, presenziare alle nostre assemblee e richiedere la parola e presentare le tue obiezioni, potrai reclamare il mio posto quando verrà il momento, poiché il mio tempo volge ormai al termine!”.
Il Profeta se ne andò, e non tornò per intrattenersi ai banchetti né per bere il prelibato vino del villaggio, non tornò all'assemblea per richiedere la parola e presentare le proprie obiezioni, non reclamò il posto da capo villaggio – tornò invece alla montagna ad osservare compiaciuto il lavoro e l'alacrità degli uomini a lui più devoti, e fu colto dall'estatica visione della torre più maestosa e splendente, contemplabile soltanto nelle idee dei più folli e dei più saggi, e su quel pensiero si addormentò, gaudente.
Si svegliò qualche tempo dopo – e gridò, inorridito. Un solo uomo era rimasto lì, al lavoro, ed era gracile e scarno. Così gli parlò il Profeta:
 “Dove sono dunque gli altri, tuoi compagni? Sono forse fuggiti durante il mio sonno? Sono forse tornati al villaggio?”
Il pover'uomo annuì, spaventato.
Il Profeta scese allora al villaggio. Il capo villaggio era molto malato, tanto che non poteva più svolgere il suo incarico. Stanco e debole, giaceva ormai sul giaciglio del suo ultimo viaggio. Gli uomini correvano e si affaccendavano per sostituirlo, presto qualcun altro avrebbe preso il suo posto, e tutti col loro daffare correvano e sbraitavano per le contrade negli echi di quell'andirivieni continuo.
Il Profeta si sottrasse allora agli uomini e tornò sulla sua montagna, alla base della torre, ormai imponente, e si coricò, superbo, irato verso l'inettitudine degli uomini, poiché essi non avevano compreso il senso del suo fare. O forse, egli non aveva capito il senso del fare degli uomini.

Non stiamo qui a discutere sul senso vero del fare, dice l'Autore, né a schierarci col Profeta o col capo villaggio; il lettore più accorto si sarà già avveduto di ciò: nessuno dei due personaggi è indispensabile al villaggio. Il Profeta, infatti, è colui che lascerà un segno intangibile nella storia e nelle coscienze dei cittadini. Ma, probabilmente, in molti tra gli uomini non avevano alcun interesse nel costruire la torre più grande, magari qualcuno avrebbe preferito costruire una banca, chi una chiesa, qualche palato si diceva già soddisfatto di una bevuta in compagnia, l'atleta si sentiva felice al termine della sua corsa ed il musico già aveva raggiunto la pienezza di sé nei suoi arpeggi e nelle sue melodie.
Parimenti il capo villaggio svolgeva soltanto una funzione di coordinamento e supporto; il punto di riferimento per ogni cittadino confuso e disperso, pur tuttavia anch'egli sostituibile (infatti qualcun altro prenderà a breve il suo posto), non indispensabile agli uomini del villaggio, i quali, al termine del racconto riescono comunque a muoversi in sua assenza.
Se il Profeta ed il capo villaggio avessero cooperato in pace, riconoscendo ognuno il valore, i limiti e le potenzialità dell'altro, la torre sarebbe divenuta ben più ricca e maestosa, ed il capo villaggio sarebbe ancora in salute, poiché l'assenza degli uomini che gli sono stati sottratti e del loro supporto è la causa del suo male.
L'Autore vorrebbe far riflettere il lettore su ciò: proprio da qui nasce la ricchezza nel rapporto tra gli uomini. Se ognuno imparasse a rispettare ed onorare il ruolo dell'altro, riconoscendone l'importanza ed i limiti, senza ritenere che il suo fare sia più virtuoso di quello altrui, nel ricusare futili conflittualità e nel cooperare, probabilmente tutti ne trarremmo grande vantaggio – sia chi costruisce torri, sia chi ha occhi, orecchie e mani per la gente.


L'Autore
Monti – uno che non ha nulla contro la costruzione di torri.


Tratto dal mio vecchio blog.

Sul superamento dialettico del chitarrista da spiaggia

Nel linguaggio comune viene spesso utilizzata l'espressione “chitarrista da spiaggia” in senso spregiativo, per intendere un chitarrista approssimativo sotto il profilo tecnico. Il chitarrista da spiaggia conosce solo i rudimenti della chitarra, appresi come autodidatta o frequentando un numero più che esiguo di lezioni, al solo scopo di conoscere le basi dello strumento per poter accompagnare la voce nelle canzoni: i primi accordi maggiori, minori e di settima, i vari giri armonici e poco d'altro. Il repertorio da spiaggia, infatti, alterna tra Ligabue e Vasco Rossi, passando per qualche canzoncina, sempre e rigorosamente di cantautori italiani, nel migliore dei casi di Battisti o De André. In casi sporadici il chitarrista può cimentarsi in qualche hit anche recente, ma difficilmente smentisce il cliché che lo vuole capace di cantare nella sola lingua italiana.
L'antitesi del chitarrista da spiaggia può essere definito come “chitarrista formale”: esperto conoscitore delle scale musicali e della teoria degli accordi, alacre e laborioso studente  – nonché amante – del suo strumento, fan accanito dei grandi guitar heroes, da Hendrix a Vai, da Satriani a Malmsteen, da Richie Kotzen a John Petrucci. Per il chitarrista formale la chitarra è più uno stile di vita che un semplice strumento musicale.
Situazione tipica: Ferragosto, al mare, scende la notte. Davanti al falò. Al chitarrista da spiaggia (che gioca in casa) bastano un re maggiore, un do maggiore ed un sol maggiore per portarsi dietro le belle voci di qualche ragazza un po' allegra con “Sweet Home Alabama” (o “All Summer Long”, per chi fosse nato qualche settimana fa). Il chitarrista da spiaggia suona sgraziatamente tre accordi e mugola la melodia della canzoncina (lo ricordiamo: l'inglese non lo sa, oppure è tutt'altro che intonato) ed ha già raggiunto il massimo dei risultati. Con il minimo sforzo.
L'abilità del chitarrista formale, al contrario, si può manifestare in diversi modi. Se la chitarra è una, il chitarrista formale ignorerà l'esistenza di accordi e di un testo da cantare, e si perderà tra i saliscendi delle sue scale, totalmente ignorato dal pubblico. Se le chitarre sono due, il chitarrista formale improvviserà con un accompagnamento a suo supporto; susciterà l'ammirazione di qualcuno più o meno fino al quinto minuto di assolo ininterrotto, poi piomberà nella solitudine come nel caso precedente – insieme al suo collega di accompagnamento, il quale, nel caso in cui si tratti di un chitarrista da spiaggia, probabilmente intonerà una canzone di Vasco ridestando l'attenzione del pubblico e lasciando il chitarrista formale nel pieno sconforto.
La lezione che il chitarrista formale deve apprendere, per emanciparsi da questo stato di subordinazione, è molto semplice: è necessario mettere da parte la superbia ed imparare ad improvvisarsi chitarrista da spiaggia. Anziché fare il disadattato nell'aspro confronto contro la mediocrità, è forse meglio rifuggire la battaglia, persa in partenza, in favore di un approccio più socievole. Perché il chitarrista formale sa sicuramente suonare tre accordi maggiori (e pure meglio del suo alter-ego) ma non li suona perché preferisce non abbassarsi al livello di quel pivello che ancora suona la “Canzone del Sole”; tuttavia, quest'atto di superbia culturale implica un necessario conflitto dialettico dal quale non c'è alcuna via di scampo alternativa all'infelicità della solitudine. Meglio conviverci, col chitarrista da spiaggia, il quale, nella sua carenza tecnica, ha raggiunto una comprensione della situazione ed un know how sufficiente per intrattenere i presenti; una consapevolezza fondamentale del tutto ignorata dalla coscienza chitarrista formale.
A questo punto, se di tre accordi si tratta, che tre accordi siano! Il chitarrista formale supera lo stato di alienazione dalla società e si reintegra in essa, giungendo ad una sintesi superiore: il chitarrista completo.
Chitarristi (formali e da spiaggia) di tutto il mondo, unitevi! Soprattutto a Ferragosto.
Un discorso analogo può essere fatto per la condizione dell'intellettuale. Spesso la superbia ci spinge ad esprimere giudizi affrettati e semplicistici sulla condotta altrui, sulla “bassa lega” di certi comportamenti o sulla mediocrità di certi discorsi. Questa superbia è giustificata finché non subentra un ostacolo: quando l'intellettuale soffre la solitudine, allora diventa un po' come il chitarrista formale che suona i suoi arpeggi nel cantuccio tra gli scogli non illuminato dal falò. Non fa neppure tenerezza, quella sagoma buia: tutti conoscono il suo disprezzo per le canzonette e per la società dei mediocri. A questo punto, se l'intellettuale ha davvero raggiunto una consapevolezza maggiore, dovrebbe riuscire ad accantonare le convinzioni superflue e superare lo stato di solitudine, abbandonandosi talvolta a comportamenti semplicistici, a discorsi mediocri. Da questa prospettiva potrebbe pure incentivare gli altri a migliorarsi, provando magari a far comprendere loro qualcosa in più, ma senza adirarsi quando non riesce nell'impresa, talvolta davvero ardua. Perché l'importante è passare bei momenti, soprattutto a Ferragosto. 
Molto spesso è capitato anche a me di cadere nell'errore, sia con la chitarra, sia con le persone; pur non avendo mai vissuto pesanti momenti di solitudine, ho l'impressione che questa socievole forma di emancipazione dai pregiudizi culturali – e musicali – sia un passaggio necessario per giungere dialetticamente ad una sintesi: un intellettuale completo, un chitarrista completo.

Parafrasando Nietzsche: il chitarrista formale è un ponte tra il chitarrista da spiaggia ed il chitarrista completo.

Tratto dal mio vecchio blog.


L'artificiere democratico

Riflettendo sugli eventi recenti che mi hanno visto coinvolto, di questi ultimi tempi, in quanto amministratore di un forum e rappresentante degli studenti del mio corso di laurea, nonché partendo da riflessioni sulla politica italiana dell'ultimo periodo in materia di istruzione, m'è venuta in mente questa storiella molto banale.
Ci troviamo in un grande complesso aziendale, fuori città. In uno degli uffici, squilla il telefono. È un addetto del servizio di sicurezza, che ha appena trovato un timer collegato a quello che sembra essere un ordigno artigianale, nel piano sotterraneo dell'edificio. A rispondere, invece, è un impiegato anziano, assunto da poco, con un passato da artificiere, che immantinente riattacca la cornetta e si fionda sul luogo.
Ad attenderlo, due responsabili della sicurezza, tre operai ed una donna, addetta alle pulizie. Questi sono tutti al contempo terrorizzati ed incuriositi, pronti ad uscire e dare l'allarme in caso di necessità.
L'artificiere osserva l'ordigno con attenzione e scuote il capo, in segno di disfatta: manca un minuto all'esplosione.
C'è una speranza. l'artificiere scopre che l'ordigno è collegato al timer da due fili principali, attorcigliati tra loro.
Il dilemma è classico: un filo rosso ed uno blu, ed un paio di forbici prese dagli arnesi della donna delle pulizie. Uno è quello che collega il timer all'ordigno, l'altro è quello che lo innesca. Ma non c'è nulla che offra al professionista, in così poco tempo, abbastanza informazioni sul da farsi. Ne deve tagliare uno, ed in fretta.
Ora, l'artificiere è un convintissimo democratico, e per non escludere nessuno dei presenti da una decisione tanto importante, quali le stesse vite dei sei presenti (e dell'intero complesso aziendale), chiede a tutti quale scegliere tra le due opzioni. Sommando le proposte con la sua, sette in totale, sceglie il filo (solitamente viene tagliato il rosso nei paesi occidentali, il blu in quelli orientali ed ex-sovietici). La probabilità che l'ordigno esploda è intorno al 50%. Ma... Ka-boom!!
Il dado è tratto, e sfortunatamente il filo corretto era l'altro. A breve giungeranno sul posto i giornalisti.

Se invece l'artificiere avesse escluso gli incompetenti del settore, avrebbe forse anche scoperto che uno dei due addetti alla sicurezza presenti, in gioventù, ha lavorato come elettricista; e che, se interpellato, avrebbe avuto un consiglio da dare per congelare, con buona probabilità (quindi senza certezza assoluta) il timer, all'apparenza rudimentale, garantendo almeno qualche ora per permettere l'evacuazione dell'edificio e l'arrivo di altro personale per il disinnesco. Le probabilità di salvezza, insomma, sarebbero state di gran lunga maggiori.

Questo è ciò che spesso accade in democrazia; si bada spesso a sentire l'opinione di tutti, perché la scelta riguarda tutti, per poi fare la scelta sbagliata (o rischiare di farla), piuttosto che quella di pochi e fare con buona probabilità la scelta giusta.
Questa “dittatura dell'ignoranza” è l'aspetto più temibile della democrazia, perché per decisioni estremamente complesse e parimenti importanti, le poche persone davvero competenti che conoscono la soluzione migliore vengono affossati dal mare magnum di idioti che finiscono poi per prendere la decisione errata.

Tratto dal mio vecchio blog.

Dialogo della Natura e di un Americano


Un  americano,  che  aveva  vagato  per  pianure  e  montagne  e  mari  ed  oceani,  tanto  che  la  memoria invano  incespicava  ancora  nel  tentativo  di  rimembrare  quelle  troppe  terre  vissute,  passeggiando tranquillo  per  i  verdi  prati  d’una  foresta  monda  e  pura,  vide  in  lontananza  un  lago  immerso  tra  le arboree  fronde  di  quel  mondo  silvano.  Dapprincipio  fu  colto  da  un  senso  di  stupore  misto  a maraviglia,  tanto  era  magnifico  scorgere  un  luogo  così  surreale  che  sfavillava  in  quel  bel  bosco verde pastello, lungi dalla corruzione che in quell’epoca opprimeva le terre abitate dagli uomini. Dunque  il  guardo  lasciò  il  tempo  all’agile  corsa  che  in  pochi  soffi  di  vento  portò  l’americano  alla sospirata  destinazione.  Ivi  la  vista  poteva  scrutare  innumerevoli  ruscelli  scivolare  dalle  montagne donando le preziose acque al lago, ed un unico fiume defluire da quel magnifico specchio d’acqua: grande  come  le piazze delle capitali  dell’est europeo, splendente come gli ori delle cattedrali dell’Europa  centrale.  Le  luci  abbacchiate  del  cielo  terso  si posavano  attorno  alle  ombre  degli  alberi, riflessi  a  decine  e  centinaia  sulle  chiare  acque  dolci  di  una  fresca  serata  di  giugno.  Paradisiaca pareva  l’immagine  dinanzi  all’americano,  il  quale  sorrise  e  si  sedette  per  contemplare ancora  un poco quel crespo spettacolo silenzioso. D’un  tratto  parve  che  l’acqua  iniziasse  a  muoversi  e  sbattersi  nei  pressi  della  riva,  ad  un  respiro dall’americano, che si  alzò di scatto. Vide  scivolar fuori un corpo ignudo di donna, esile e  scarna. Le   dimensioni   della   minuta   creatura   rassicurarono   l’impavido   americano,   che   si   limitò a contemplare i seni acerbi ed il volto impaurito di quell’essere bizzarro. 

NATURA – Chi sei? Cosa ci fai qui? 

AMERICANO –  Sono  un  comune  americano  in  cerca  di  nuovi  stimoli,  nuove  terre  da  conoscere; vago alla ricerca di nuove scoperte e speranze da condividere. 

NATURA –  Come  l’avvoltoio  giunge  subitamente  addosso  al  cadavere  morente, e  senza  niuna fatica lo fa suo cibo, tu hai dinanzi a te l’emblema di ciò che vai cercando. 

AMERICANO – Come? Chi saresti, ragazza? 

NATURA – Dinanzi a te solo Natura. 

AMERICANO – Oh, quale sgraziata sorte, quale sventura provvidenziale! Vengo a te col rancore di ciò che vidi in ogni mio viaggio disperato. Imperfetto era il creato, limitato ed infiammabile. Nulla è  eterno,  tutto  è  corruttibile,  ci  abbisogniamo  della  materia e  questa  finisce,  e  siamo  costretti  a cercarne  nuova,  ed  ancora  si  deperisce,  e  studiamo  e  ricerchiamo  nuova  materia  da  sfruttare,  ma ogni  tua  creatura  sembra  destinata  all’oblio.  Gli  uomini  sono  corrotti  dalla  materia,  la  materia  è corrotta  dagli  uomini,  e  nulla  appare  perfetto  in  questo  ciclo  di  eterno  sconforto.  Ho  vagato  per mille pianure e mille colline e mille montagne alla ricerca di un mondo nuovo e migliore, poiché il vecchio  non  aveva  nulla  da  potermi  soddisfare  e  compiacere  fino  alla  fine  dei  miei  giorni.  Ma  ai poli  vidi  i  ghiacci  violentati  dal  sole  sciogliersi  e  liberarsi  dall’antico  giogo  del  freddo  e  le  acque innalzarsi  fino a traboccare nei cieli. Nell’occidente temperato e civilizzato vidi  il clima  mutare di anno  in  anno;  la  sorte  delle  magnifiche  coste  fu  un’alluvione  di  vortici,  vento  e  piogge,  estati  di fuoco e fiamme ed  inverni di  silenzi e respiri avvolti dall’ustionante gelo che  il  nord va bramando tra  le  neonate  vampe.  Le  piogge  torrenziali  che  solevano abbattersi  nelle  terre  circondate  dall’equatore si sono spostate anch’esse  fino alle deboli coste temperate, mentre le acque continuano  il loro  incedere,  e  presto  innumerevoli  città  come  la  bella  Venezia  saranno  ingerite  dall’abissale ventre del Mediterraneo. Oltre alle blasfemie del clima, gli uomini combattono e si uccidono per il tuo oro, per il tuo gas e per il tuo petrolio, tu che non fosti abile nel fornirci ogni ricchezza in egual misura,  ci  costringesti  a  suddividere  il  bene  secondo  i  nostri  metodi  incivili,  generando  infinite incomprensioni ed infiniti torti. Guarda i cadaveri! Ascolta le grida d’ogni uomo defunto per la tua iniquità!  Il  tuo  eterno  spirito  non  percepisce  forse  anche  il  loro  dolore?  Perché  non  ti  avvedi  di simili  ingiustizie? Vidi  inoltre  fratelli uccidersi per gli dèi  vecchi e quelli  nuovi,  li  vidi  sanguinare per le ricchezze, li vidi differenti per virtù e potere, benché fossero nati insieme. Vidi gli uomini d’ogni loco distinguere il bene dal male, senza che qualcuno fosse davvero interessato alle gioie ed ai dolori altrui, nato egoista dal tuo grembo. Il tuo culto è dunque spodestato da quello di innumerevoli dèi,  garanti  dell’ipocrisia  di  credersi  unici  e  veri  e  reali  e  tangibili, ognuno  a  suo  modo,  ognuno colla sua gerarchia al  seguito, ognuno coi suoi riti, ognuno colle sue speranze, ognuno defunto nel sangue  dei  suoi  fedeli.  Eppure  non  muovesti  un  dito  al  saper  ciò,  quasi  non  t’importasse  affatto della  nostra  salute  e  del  nostro  benessere,  insozzati  dallo  sterco  del  dolore  e  della  noia  che  si ammassano sulle nostre deboli spalle. Dunque decisi di fuggire da quell’esistenza, alla ricerca di un mondo  migliore,  sulla  terra  o  nel  cielo.  Ma  gli  studi  degli  astronomi  ribattevano  incertezze  su incertezze,  quindi  pensai  che  l’Eden  fosse  davvero  in  terra  e  non  in  cielo,  e  mi  misi  in  viaggio, riposando  le  mie  membra  stanche  di  vallata  in  vallata,  di  collina  in  collina,  di  montagna  in montagna. Ma ad ogni mio viaggio aumentava solo il numero di atrocità sulla mia coscienza, e vidi gli  uomini  uccidersi  per  diletto  e  le  donne  vendersi  non  per  danaro,  ma  in  cerca  di  dignità.  Ma continuavo  a  sperare,  in  cuor  mio,  che  occultata  tra  le  fronde  d’una  natura  antica  andasse  a nascondersi una verità lontana e sapiente, reclusa nei più reconditi meandri delle terre inabitate, ove neanche  gli  dèi  vengono  venerati,  ove  gli  uomini  non  hanno  mai  colto  alcun  frutto  ed  ove  gli animali  non  si  sono  mai  riprodotti.  Ed  eccomi  qui.  Ti  identifichi  forse  nella  verità  che  vado cercando da tante lune? 

NATURA – Sappi dunque  che  non  è  in  mio potere distribuire  l’equità tra voi uomini,  e  non  è per mia colpa se non v’è equità dove voi ne desiderate. Semplicemente non ho modo di sapere quando vi  faccio  torto  o  quando  vi  reco  offesa,  posso  solo  soffrire quando  voi  ne  fate  a  me;  ed  eccomi debole,  ancor  giovane,  impotente  in  questo  lago  di  lacrime.  Sebbene  io  non  abbia  modo  di conoscere il vostro dolore, né possa io assecondare i vostri superbi desideri, puoi dunque tu asserire con fermezza che vuoi uomini vi avvedete d’ogni mia doglia? È forse tra i vostri obiettivi quello di preservare  la  mia  incolumità  e  rispettare  la  mia  esistenza?  Come  potete  non  avvedervi  delle continue  violenze ch’io  subisco per  mano vostra, tali che ognuno dei  vostri dèi  sarebbe ricorso ad una  pia  apocalisse,  se  si  fosse  disgraziatamente  trovato nelle  mie  attuali  condizioni?  Come  puoi rinfacciarmi con simile egoismo la colpa per il tuo dolore, quando il mio è innumerevoli volte tanto più atroce? 

AMERICANO – Dilettiamoci dunque con un esempio, se t’è più chiaro, prima che il mio spirito sia tuoni  e  rabbia,  poiché  le  tue  parole  mi  rendono  suscettibile,  nervoso  ed  irritato.  Le  tue  accuse  s’infrangono su di me come le menzogne degli uomini d’onore sulla pelle morta dei martiri. Dunque: poniamo il caso che tu m’avessi invitato nel tuo mondo, in questo regno magnifico e splendente, ed io,  per  non  farti  dispiacere,  avessi  deciso  di  venire. Ma  qui,  appena  giunto,  ipotizziamo  che  fossi ubicato in un angolo  infestato dalle api e dalle tarantole, privo di un tetto sotto la gelida pioggia  e senza cibo, poiché non è tua necessità veder divorate le tue stesse creature. Perché dovresti trattarmi in  codesto  modo,  quando  fosti  tu  stessa,  a  convocarmi  fra  le  umide  braccia  del  tuo  mondo?  Hai forse creato questo magnifico bosco per me? Negativo. Quivi vivo soltanto come straniero, e come   quello  per  ogni  altro  comune  animale  è  il  tuo  trattamento  nei  miei  confronti,  e  dunque  dovrei fuggirti, ma la morte è un gran spavento ed una grande domanda, che preferisco temerla e rifuggire anche  lei. Dunque  non potresti alleviare  le  mie pene, di  modo che  io allevii  le tue? Non è forse  in tuo  potere  provare,  sollecitando  la  tua  volontà,  a  render  la  mia  sofferenza  meno  grave?  E  ciò riguarda non solo questo povero americano, ma l’intera umanità, e tutti gli uomini e tutte le donne e tutti i bambini.

NATURA –No... Ci ho provato, ho tentato, eppure questo è il massimo, il meglio che mi sia stato concesso  dalle  potenzialità  di  una  giovane  Creatrice,  qual’io  sono. Le  tue  parole  sono  ricolme  di bramosia ed egoismo, straniero. Devi sapere che non fui io a decidere come invitarti in questa vita, che tu ora consideri come il ricettacolo dell’iniquità, poiché ci sono leggi superiori che trascendono anche  me.  Non  fui  io  ad  avere  certezze  su  come  la  materia  si  plasmasse  attorno  a te,  quando,  per diletto,  la  mutai  in  svariate  forme. Fui  e  sono  ancora  debole,  eppure  questo  è  il  capolavoro  che il mio spirito demiurgo è riuscito a produrre, in epoche passate. In cuor mio sono certa che non avrei potuto chiedere di più alle mie limitate facoltà, in un continuo ideare e riprodurre, generando questo mondo. Voi uomini  siete stati una  mia  bizzarra  intuizione,  forse una  mia distrazione, e  non  me  ne compiaccio affatto; gli animali e le piante ed ogni altra mia creatura debbono patire il dolore che io ho creato in maniera identica alla vostra, o forse duplice, per vostra colpa. E sono colpevole, e siete colpevoli, ahimè. Eppure siete solo voi uomini a lamentarvi, a bestemmiare il mio nome, a volermi combattere,  voi  che  dovreste  ben  comprendere  il  mio  epocale  dilemma:  dolore  e  noia  sono  invero patimenti  necessari,  poiché  senza  di  essi  non  potreste  scinderne  la  felicità.  Non  c’è  iniquità  né progresso,  ogni  uomo  nasce,  soffre,  gioisce  e  muore  allo  stesso  modo,  in  ogni  epoca  ed  in  ogni civiltà.  Questo  per  tutte  le  mie  creature.  Dolore  e  noia  sono  quindi  necessari,  inevitabili,  la  loro funzione è garantire e servire alacremente l’arrivo della felicità, di modo che essa si distingua dallasua nemesi ed abbia una sua ragion d’essere. Senza dolore la vita sarebbe una totale inerzia estatica nella quale il tutto sarebbe invero nulla, e non ci sarebbe neppur cagione nel distinguere vita da non vita;  la  felicità dovrebbe ascendere  infinitamente per fuggire  l’avvento della  noia, tutto sarebbe un torpore  di  eterno  oblio.  Dovreste  invero  ringraziarmi  soltanto,  poiché  nel  mio  ultimo  sforzo  vi  ho donato  la  ragione  per  comprendere  il  mondo,  voi  stessi  e  la  verità che  ti  ho  appena  illustrato,  per comprendere  le  leggi  dell’universo  che  limitano  voi  meco.  Decisi  inoltre,  nella  mia ingenuità ancestrale, di donarvi dell’altro.   Il  mio ultimo presente  è stata  la  volontà, una  volontà di potenza, una volontà creatrice, infinitamente più maestosa e vigorosa di quella di tutte le altre creature mie, nelle  quali  la  volontà  è  esercitata  dal  solo  istinto.  Voi  uomini  avete  ormai  compreso  su  quale evidente baratro fluttua la vostra esistenza: potete accettarla così com’io potei donarla a voi, oppure potete  obliare  i  vostri  sensi  fuggendo  per  sempre  il  dolore,  ricorrendo  al  suicidio.  Tornerete esattamente come sareste stati se io non v’avessi quivi invitato, e forse ve ne ringrazierei, poiché il mio errore antico va rivelandosi come il reale cancro del creato. 

AMERICANO – Come osi rivolgerti a me in questo modo?  Mi dovrei suicidare per un tuo errore? Dovrei dire addio a tutto ciò che sono diventato, a tutto ciò che è mio, a tutti i miei averi racchiusi negli  aurei scrigni della  mia città, solo per una tua  incompetenza? Io sono il  mondo, io  l’ho creato ed io sono libero. Non ti crederò, e nessuno verrà a sapere di questa vicenda, poiché la verità che mi poni  dinanzi  non  vale  neppure  un  minuto  di  questo  mio  lungo  viaggio!  Il  mondo  fu  invero  creato per noi uomini. Ne vuoi una dimostrazione? Mentre  la  Natura  indietreggiava  impaurita,  l’americano  le  fu  subito  addosso.  Questa  cercò  di liberarsi  dalla  morsa  dell’uomo,  ma  non  riuscì;  l’intero  vigore  suo  era  andato  sprecato  milioni  di anni prima, nella follia di partorire la curiosa e blasfema stirpe di colui che ora la stava violentando. Passarono pochi attimi di sciagurata offesa, poi l’americano allentò la presa, ansimante e stizzito, e si  alzò   in  piedi  ed  abbandonò  quel  corpo  singhiozzante  e  ringhiò  ruvide  parole   indicibili, insoddisfatto. Omne  animal  triste  post  coitum.  L’uomo  se  ne  andò  adagio,  deluso  e  stanco, lasciando alle sue spalle una giovane creatura silvana, svergognata e pudica, ricurva su se stessa in un triste riversar di lacrime sul quel bel lago, immerso nella foresta. 


Rielaborazione personale dal “Dialogo della Natura e di un Islandese”, di G.Leopardi
Anno 2007




The Heart of the Andes by Frederic Edwin Church (1826–1900)