La quasi saggezza dei quiz

Uno tra i più classici accorgimenti strategici per chi deve affrontare il quiz della patente, può essere riassunto con la massima: “quando nel quesito compaiono termini come sempre e mai, la risposta è quasi sempre falsa”.
Questo fatto fa riflettere; penso che la massima sia generalmente valida anche nella vita di tutti i giorni. Conosciamo infatti tutti l'esistenza di eccezioni, le quali si presentano molto più spesso di quello che tendiamo ad immaginare, spesso quando meno ce l'aspettiamo. I più grandi retori, filosofi, critici e chiacchieroni si divertono un mondo a trovare l'eccezione che già basta a falsificare logicamente una proposizione che contiene, appunto, termini come sempre, mai, tutti, nessun, in ogni caso, in nessun caso etc.
Per falsificare una proposizione generale di quel tipo basta un solo controesempio – che molto spesso non è neanche troppo difficile da trovare. Gli esempi (e i controesempi) si sprecano.
Nelle sfere più astratte della matematica e della logica, pur con le dovute eccezioni, è possibile verificare che una proposizione è sempre vera, ad esempio attraverso l'induzione matematica per qualsiasi numero n. Ma anche in questo caso, magari sarà vero per l'insieme dei naturali N ma non per i reali R, oppure è falsa per lo 0 o per l'1 mentre è vera per tutti gli altri n > 1. La matematica e la logica sono comunque ben più stabili delle scienze empiriche, così come dei luoghi comuni o delle generalizzazioni da Bar Sport.
La mia impressione è che dovremmo avere un comportamento equilibrato, nei confronti di tali proposizioni: da un lato va riconosciuto, come nei quiz della patente, che spesso sono false; prenderle sempre per vere porta ad essere poco critici, quando uno dice “tutte le cose stanno sempre così e basta” è spesso un disonesto che vuole portarvi nell'atrio della sua chiesa o nella sede del suo partito; ma dall'altro lato, se l'enunciato è vero nella maggior parte dei casi, gli va comunque riconosciuta una qualche portata descrittiva. 
L'esempio classico degli amici filosofi: “tutti i corvi sono neri”, con le dovute mutazioni genetiche o eventuali malattie al piumaggio, sarà comunque valida per circa il 99,99% dei corvi. Anche l'enunciato “agli italiani piace il calcio”, dove è sottinteso un “tutti”, sarà pur falso, ma copre un buon 80% dei cittadini del Bel Paese, pertanto gli va da un lato riconosciuta una portata descrittiva limitata, ma non è lecito trattarlo come un banale pregiudizio. Analogamente trovare un controesempio a “(tutta) l'università italiana non funziona” è molto facile, ma chi si sentirebbe il dovere di affermare che tale enunciato sia falso, quindi un pregiudizio?  
Spesso mi innervosisce una certa critica filosofica e sociale che fa di tutto per trovare controesempi (neanche troppo difficili da reperire) e riconosce tutte le generalizzazioni come pregiudizi. Una cosa è la logica, per la quale un enunciato del tipo “tutti gli X sono Y”, se c'è un X che non è Y, è falso, un'altra cosa è la vita quotidiana ed il mondo, con tutte le sue sfumature, nel quale dei sistemi logicamente troppo rigidi di certi filosofi ce ne facciamo ben poco.
Meglio diffidare chi dice cose che sono sempre vere, per tutti, mai vere, per nessuno. Molto probabilmente, come ci insegnano i quiz, dice il falso. Ma se qualcuno parla in buona fede, intendendo quasi sempre per quasi tutti, salvo eventuali eccezioni, non vale neanche la pena di prendersela e tirar fuori millemila controesempi per sentirsi più intelligenti o intellettualmente più onesti. Non ce n'è bisogno.

p.s. Questo discorso vale per gli enunciati generali, ma non per quelli particolari, in cui bastano una o una manciata verifiche: “Monti non è mai andato in America”, “tutte le auto della mia famiglia (sono tre) vanno a benzina” - entrambi gli enunciati sono palesemente veri, ed è davvero difficile trovare un controesempio. 
Ecco trovato un controesempio a questo post. A scanso di equivoci, l'averlo trovato non mi fa sentire più intelligente dell'autore del post.

Il risveglio del Re del Mondo

Capita talvolta, alla coscienza del mattino che si desta dal sonno, di respirare i ricordi uno ad uno, nell'anamnesi dell'alba. Ti svegli e ti accorgi di avere un corpo: le gambe sono rannicchiate, le braccia tese e la testa accovacciata sul cuscino, e tutta la materia avvolta dal suono di uno sbadiglio interminabile – ci vuole infatti del tempo per capire di essere tornato il medesimo te stesso
Pensi a ciò che la tua identità sociale dovrà fare nelle ore che seguiranno direttamente, e così riscopri l'esistenza di centomila immagini distinte dalla percezione che hai di te: una sola immagine nuda, adagiata sul letto. Ma l'istinto torna alla prima sopravvivenza nel pensiero della colazione, mentre pian piano ricordi qual'è il tuo lavoro, cosa fai nella vita, perché stai per alzarti in piedi. Ti guardi attorno. Forse c'è la tua casa. Forse i tuoi cari sono vicini a te, o forse vivi in un ambiente lontano dalla tua casa e dai tuoi cari. Poni di nuovo in essere tutte le persone che conosci e che incontrerai nelle ore successive, le persone che ami e quelle che non incontrerai; sai quali sono quelle che ti mancano di più, ma devi ancora alzarti e preparare la colazione. Spesso c'è un attimo di felicità nell'accorgersi di come la vita che ha preceduto quel momento, fino all'ora in cui sei andato a dormire la sera prima, ha avuto un senso per arrivare in qualche modo fin lì. Una vita che un attimo prima di svegliarti non esisteva nella tua testa, ma persisteva nel mondo – sulla roccia delle cose hai costruito il sentiero che conduce a quella mattina e l'hai percorso tutto d'un fiato, un attimo prima di un lungo sbadiglio. Il riavvio dei sensi è avvenuto: risvegliare chi sei nell'attimo che precede il tuo mattutino immediato all'esistenza.
Ma io ti chiedo: cosa accade al pensiero del Re del Mondo quando si desta dal sonno? Egli possiede tutto ciò che è; ed anche ciò che egli non è, è suo. Il Re del Mondo apre i suoi grandi occhi e si accorge di avere un corpo grasso e ripieno, troppo grande per avere coscienza degli arti come un qualcosa di distinto dal tutto. Il suo letto è enorme, ed i suoi confini lontani gli impediscono di vedere l'orizzonte del mattino oltre l'oceano di lenzuolo. Ma in quella geografia c'è già una distesa di colazione servita. Forse tu penserai, come del resto fanno in tanti, che il Re del Mondo non si svegli affatto. Non è abbastanza neppure tutto il tempo che egli impiega per riportare alla sua mente: il suo castello, i suoi cani, la sua servitù, il suo denaro, le sue donne, il suo giardino, le sue auto, il suo paese, le sue strade, i suoi ponti, i suoi cittadini, i suoi mattoni, il suo esercito, i suoi campi, le sue armi, le sue foreste, le sue montagne, i suoi tramonti, le sue pietre ed i suoi sassi, la sua erba ed il suo cielo, e tutto ciò che egli possiede escluso ciò che il Re del Mondo ha già pensato; egli non può pensarlo in meno del tempo che impiegherebbe per vivere la sua giornata se non fosse ciò che egli è e non avesse nulla, e pertanto nulla a cui pensare. Forse per questo nessuno crede all'esistenza del Re del Mondo: egli non si può svegliare e rivolgere su di sé il suo stesso pensiero che è già il tempo di cadere di nuovo nel sogno di ricchezza che precede la coscienza.
Ma potresti non credere alle mie parole. Ci sono molte altre persone che pensano che il Re del Mondo abbia un corpo come il nostro ed un letto come il nostro. Forse le coperte sono più sgargianti e colorate, e forse la colazione si presenta al Re già pronta al mattino. Ma sicuramente anch'egli, nel ricordarsi ciò che è, nella lenta anamnesi mattutina, sente la mancanza di ciò che non può avere, poiché egli potrà per tutta la sua vita avere tutto ciò che ha tranne ciò che non possiede, e sarà quel vuoto il suo più grande rimpianto, come per tutti noi, che non siamo il Re del Mondo. 
Io, personalmente, ho sempre pensato che al mattino il Re del Mondo sia il più triste tra gli uomini. Ogni sua ricchezza è un'opulenta catena alla sua povera progettualità, ogni suo avere accumulato un limite al suo desiderio di possibile, ogni suo potere un bisogno che non può più essere sfamato. Per questo penso che ogni mattina egli speri di svegliarsi altrove, in un altro contesto, pensando di avere costruito qualcosa di modesto, il giorno precedente, da poter contribuire nel giorno che s'annuncia, come accade in ogni tua giornata.
Forse anche tu mi sai dire come si sveglia il Re del Mondo, ma non lo hai ancora pensato. Svegliati.

Quando diventeremo più intelligenti?

Sono diversi anni che rifletto sull'impatto di Internet sul futuro dell'intelligenza umana. Anche se la didattica nelle sQuole resta legata a metodologie antidiluviane, ho sempre pensato che il rapido accesso alle informazioni che ci offre il buon Google, se utilizzato con criterio, potrebbe condurre le future generazioni all'accumulo di un bagaglio culturale nettamente superiore a quello di qualsiasi altra epoca storica. Ma le cose andranno davvero così?
Trattandosi di una domanda sensata, ovviamente, non me la sono posta soltanto io: il Pew Research Center’s Internet & American Life ha svolto nel 2010 un enorme sondaggio tra 895 esperti nelle grandi aziende (Google, Microsoft, IBM, Yahoo!, Intel, HP, Nokia etc.), nelle società (National Geographic, Linux Foundation etc.) e nelle maggiori università americane per rispondere ad alcune domande su come cambierà la nostra intelligenza e la nostra capacità di leggere e scrivere nel 2020. I risultati statistici ed una buona selezione delle risposte più significative, con tanto di autori, sono disponibili sul sito (link).
La prima rassicurazione che il sondaggio ci offre è che probabilmente Google non ci renderà stupidi (76%). Un po' più sconcertante è l'insicurezza su come cambierà il nostro rapporto con la scrittura e con la lettura; non siamo poi così sicuri (65%) che Internet finirà per incrementare le nostre capacità di writing e reading. Più che commentare il sondaggio e le risposte, che sono già molto schematiche e chiare per chi vuole perderci qualche minuto prendendosi una pausa dal monitorare il comportamento degli amici su facebook, vorrei riflettere un po' su questo enhancement dell'intelligenza umana nell'era delle informazioni a portata di click.
Non nutro grossi dubbi sull'effettivo aumento delle conoscenze sia nella media che nei valori più elevati, e credo che sia stupido promuovere una critica sull'imbarbarimento delle conoscenze da parte di Internet senza partire da un riconoscimento dei suoi meriti. Ma perché ci sono tanti docenti disposti a mettere la mano sul fuoco per affermare che le capacità cognitive dei ragazzi, in media, sono 'sempre peggio', quando invece dovrebbero impennare verso l'alto, anno dopo anno?
Non credo che l'impoverimento della qualità in favore della quantità di informazioni, né che l'estrema rapidità di reperimento dei dati che diminuisce l'effettivo sforzo di ricerca (e contemporaneamente di comprensione) siano un argomenti da sottovalutare. Oggi ci bastano tre righe per dire qualsiasi cosa, ed esigiamo che ce ne vengano concesse altre tre di risposta. Quattro sono troppe, non abbiamo più l'attenzione né il tempo per leggerle. Del resto, anche questo post è troppo lungo, per il lettore medio. Il multitasking, inteso anche come attività umana, ci impedisce di approfondire; meglio dieci cose portate a termine in fretta e male che una con calma, perché altrimenti domani ne avremmo da fare nove. Inoltre poter accedere ad innumerevoli informazioni digitando una sola voce limita fortemente l'impegno di comprensione per accedere ai dati e per selezionare i più adatti: per istinto (e spesso per davvero) le prime tre voci di Google sono meccanicamente le più attendibili, il resto è spazzatura.  
Direi che di problemi ce ne sono, ma che, al solito, non bastano come argomenti validi per i soliti del 'si stava meglio quando si stava peggio, lapidiamo Internet!'. In questo senso fondamentale dovrebbe essere lo sforzo della didattica nelle sQuole, come dicevo all'inizio, ad adattarsi per rendere più complete e personali le ricerche, insegnando fin da subito a specificare le fonti e mediando una buona ricerca tra i dati 'sintetici' della wikipedia  e quelli 'analitici' di un libro, di un articolo (ma anche un e-book) vero e proprio. 
Riguardo la capacità di leggere e scrivere, in particolare sulla seconda, avrei qualche dubbio in più. Il ctrl+v è una sana tentazione, anche perché spesso riformulare un pensiero già ben formulato ha una valenza esclusivamente didattica, ma è contrario all'ergonomia; si possono costringere i ragazzi per insegnar loro ad esprimersi meglio, ma nella vita quotidiana questo non accade: se devo spiegare in chat a qualcuno cosa dice la ricerca sul futuro dell'intelligenza del 2010 gli linko direttamente il sito o gli incollo il testo dell'introduzione, non sto di certo a riformulare il tutto con le mie parole per iscritto! Di certo in futuro conosceremo più cose, ma  forse faremo più fatica a riportarle in maniera non-meccanica. 
Ci sarebbe molto da dire, ma spero di aver suscitato quantomeno la riflessione: Internet ci renderà più intelligenti? Di quale intelligenza stiamo parlando? Quanto sarà diventata sintetica la scrittura tra qualche anno? Riusciremo ancora a leggere un libro di oltre mille pagine senza che l'autore non  debba per forza suddividerlo in almeno (come accade oggi) duecento capitoletti da cinque pagine? Riusciremo ancora a leggere un libro? E a scriverlo?
Non ne ho idea (anzi, qualcuna ce l'avrei). Ne riparliamo tra una decina d'anni!

Sulla discussione nel Forum

Quel bastardo di Facebook ne ha combinata un’altra delle sue!
Ricordo con una certa nostalgia, ormai dal lontano 2003, quando perdevo ore ed ore a chiacchierare nei vari forum che il neonato web 2.0 mi concedeva, e che, al contrario, la vecchia connessione a 56k faceva di tutto per non concedermi. Scatti al minuto e bollette astronomiche a parte, poi, la banda a 56Kbit al secondo non ci arrivava neppure mai! Preistoria.
Ricordo che stavo lì sui forum, connesso, a postare roba dai contenuti chilometrici e scrivere come un forsennato tra citazioni e risposte, con tutte le tag da inserire e chiudere come le classiche [b], [i], ma anche [quote], [spoiler] e così via. C’era sempre un topic accceso, pieno di gente e di post, dove ci si scannava su chi aveva capito meglio il film e perché gli era piaciuto o gli aveva fatto schifo, su che cosa si celasse dietro il finale aperto del videogioco o su che cosa fosse davvero l’Arte. Si flammava spesso, si utilizzavano argomenti fallaci, infantili, si scriveva male, di fretta, ma si era troppo giovani per accorgersene – o almeno, io lo ero.
Per me è stato tutto un bel laboratorio. Tra scritture e modifiche, alla fine uno imparava a scrivere un po’ meglio anche un testo argomentativo, ed imparava a confrontare la propria opinione con quella degli altri, imparava a non essere troppo aggressivo con gli argomenti contro qualcuno, si iniziavano ad evitare gli argomenti ad hominiem, si imparava l’onestà anche perché non ha senso litigare sul web, dove un cazzotto non puoi proprio tirarlo anche a chi, pur di difendere la propria opinione, inizia ad offenderti perché di musica non capisci davvero un tubo.
Ok, i forum ci sono ancora e ci sono ancora le community. Noto, tuttavia, un gran incanalamento delle masse virtuali dirette verso il pianeta di facebook, dove se vuoi fare un post bello lungo devi per forza ricorrere ad una nota (e non ne scrive nessuno), e dove lo spazio fisico, in pixel, per spalmare una bella argomentazione in un commento e contro-commento è davvero ridottissimo. Non ci sono i noiosi tag, ma non puoi neppure citare né produrre un testo che sia lungo e leggibile, pertanto si limitano tutti ad un ‘I like’ ed a scrivere due minchiate. I farraginosi forum intanto si spopolano, i blog se non ti chiami Beppe Grillo non li legge nessuno e stanno tutti a pensare a che cosa stanno pensando, sé stessi e gli altri, rigorosamente di fronte ad una scritta che chiede, appunto, ‘a cosa stai pensando?’.
Ho l’impressione che i vecchi forum dessero qualche possibilità in più dello zuckerberisimo ‘mordi e fuggi’, e che, come accade spesso, una tecnologia di buona fattura interattiva e culturale non abbia avuto la fortuna che meritava; insomma, chi non ha mai perso tempo a fare una bella discussione lunga e combattuta su qualche forum, forse si è perso una bella esperienza di dialogo.

Il computer pensante è un imbroglione!



Nel celebre articolo Computing Machinery and Intelligence comparso nel 1950 su Mind (link), Turing si pone un quesito di grande attualità e fascino: “Can machines think?”
Si potrebbe rispondere subito negativamente, poiché i computer non hanno coscienza di sé. A tale presa di posizione, tuttavia, si potrebbe subito obiettare, in maniera antirealista, che non abbiamo neppure strumenti soddisfacenti per dimostrare che siano tutti gli altri esseri umani, eccezion fatta per noi stessi, soggettivamente autocoscienti. Turing suggerisce quindi di affidarci, in un certo senso, alle apparenze: quando il comportamento di una macchina sarà indiscernibile dal comportamento umano, saremo costretti ad ammettere che la macchina stia effettivamente pensando. 
Il test proposto dal matematico britannico è molto semplice; sono necessari due esseri umani  ed un computer, in tre stanze differenti. Un uomo interrogante (D) pone domande ad un terminale, alle quali il computer (C) e l'essere umano (U) dovranno fornire delle risposte, sempre attraverso un terminale, per una durata complessiva di cinque minuti. 
Compito di D sarà scoprire, in base alle risposte fornite, quale dei due è la macchina C e quale l'essere umano U. Poi toccherà ad un altro D, possibilmente con un background diverso dal precedente (cultura, età, classe sociale etc.) porre nuove domande attraverso il terminale e cercare di distinguere U da C. Se la macchina riesce ad ingannare il 30% degli interroganti ha superato il test. Se il computer supera il test – il computer pensa
Turing era convinto che entro cinquant'anni dalla pubblicazione del suo articolo il test sarebbe stato superato; gli anni sono oggi sessantuno, ma la meta sembra ancora lontana – tuttavia dal 1990 è possibile cimentarsi nell'impresa accettando la sfida del miliardario statunitense Hugh Loebner: chi programmerà una macchina capace di superare il test vincerà un premio di 100,000$ (decretando la fine definitiva della competizione). Nel caso di una molto più probabile fumata nera e test fallito anche quest'anno, sono a disposizione comunque premi per i primi quattro classificati (4000$, 1000$, 750$ e 250$ – link).
Ma come può una macchina fingersi umana? Immagino che tutti i miei lettori abbiano provato ad aggiungere Doretta tra gli amici di MSN, o provato a chattare con programmi tipo A.L.I.C.E. (link) o l'intramontabile Eliza (link). Ad oggi, più che cercare di dotare le macchine di autocoscienza, per la quale immagino si preferisca attendere sviluppi più avanzati delle neuroscienze cognitive, i programmatori cercano di imbrogliare il povero D con qualche trucchetto. Ad esempio, quando la macchina non sa cosa rispondere, spesso riformula l'affermazione dell'interrogante in senso interrogativo. 

D: “Penso che la risposta sia 42”, 
C: “La risposta è 42?” 
D: “Si, quarantadue!” 
C: “Cosa intendi esattamente?”

Altre strategie dei programmatori un po' cheater sono ricorrere al nonsense, o cercare di portare la discussione su un argomento per il quale il computer è preparato, magari cercando di simulare un essere umano con tratti caratteriali particolarmente accentuati, come paranoie, basso livello culturale (basta far rispondere sempre in modo vago o impreciso alla macchina, “boh” o “hmmmm”, quest'ultima una classica citazione di Doretta), fissazioni mentali o interessi e passioni particolarmente pronunciati – sui quali, come dicevo, la macchina è preparata.

D: “Ciao!”
C: “Ciao... ti piace la pizza?”
D: “Si, la mangio tutti i sabati”
C: “Io adoro la pizza margherita! E tu?”

Le macchine hanno autocoscienza? Sostenere le tesi dell'intelligenza artificiale forte (Searle, 1980) non è facile. Al massimo imbrogliano, ma non lo fanno ancora neanche troppo bene. Per quanto mi riguarda, io direi di no – anche se non nego l'enorme fascino di una risposta che suona come un: “non pensano – ma penseranno!”. 
A tal proposito, credo che sostenere tesi sull'intelligenza artificiale debole, ossia l'IA relativa a settori specifici, sia molto più facile. 
Una macchina che gioca a scacchi (da Deep Blue in poi) gioca veramente a scacchi? Anche qui, si tratta di dirimere posizioni filosofiche: chi risponde negativamente è convinto che un computer si limiti a calcolare dati in un codice senza avere la benché minima coscienza di che cosa siano davvero gli scacchi, mentre chi risponde affermativamente non fa altro che constatare il fatto che la macchina riesce ad illudere senza alcun problema l'avversario umano – anzi, riesce pure a giocare meglio e si riserva pure di stravincere, o commettere degli errori umani (ma non troppo umani) a difficoltà easy. Mi sono chiesto molto spesso se fosse possibile simulare un comportamento umano in un FPS online – tale da non farti distinguere i bot dai veri giocatori. Sembra che sia molto difficile: i giocatori più forti, in particolare i mai troppo simpatici cheaters, potrebbero facilmente essere dei bot manovrati dal computer. Al contrario, i giocatori meno esperti commettono errori estremamente difficili da programmare. Ti accorgi giocare davvero online, da un FPS ad un MMORPG, proprio quando vedi quel noob la cui stupidità trascende qualsiasi possibilità di calcolo. Un eccesso di razionalità in un settore è tipico della macchina; al contrario, simulare il pensiero irrazionale non è facile. Alcuni candidati al premio Loebner ricorrono anche al volontario 'sbagliare i calcoli' quando viene chiesto alla macchina di eseguire enormi operazioni – ed il computer, per negare la sua stessa natura di calcolatore, dopo qualche secondo in cui simula una riflessione si permette pure qualche errore.
Le macchine possono pensare? Come si sarà ben notato, la questione si dirime semplicemente in base a ciò che intendiamo per pensiero. In senso assoluto (in termini di autocoscienza) direi di no. Credo inoltre che il test di Turing e le sue applicazioni, da quelle del premio Loebner in poi, non costituiscano un buon metodo per stabilire se le macchine possono pensare o meno – al massimo possono mostrare quanto le macchine riescano ad imbrogliarci bene. 
Ma forse le macchine sono destinate a questo: distruggerci nel settore per il quale sono state programmate, laddove il termine “pensare”, hobbesianamente, si intenda per “capacità di calcolo”, e contemporaneamente risultare completamente passive a stimoli per i quali non sono destinate. Nel mezzo, tra le vette di operazioni al secondo a basso costo della legge di Moore e lo spazio (vuoto) destinato all'autocoscienza ci sono gli uomini. Per chi invece preferisce lasciare il pensiero aleggiare libero nei cieli della metafisica, non basterà l'ennesimo headshot per convincersi che le macchine stanno effettivamente pensando a come farti fuori nella prossima partita. Game over. Continue? Il dibattito, ad oggi, resta aperto – chissà cosa ne pensano le macchine?

Meaninglessness VI

Flusso di cristallo

Divampa l'eco sordo ed opaco della nebbia, sulle montagne del pensiero. 
Oltre la bruma, il silenzio freddo della notte. Forse cerchi ancora, in quel tempio fluttuante, ma non trovi che assenze. Vedresti forse ogni cosa, in un cielo di cristallo, in una spiaggia di diamanti, e sai d'aver trovato un tempo quel regno che hai cercato per tutta la vita. Ma non lo vedi. Come in quel sogno in cui vagavi per le più belle città del mondo, ma degli alti e meravigliosi monumenti non restavano che ombre. Non ti teneva neppure per mano – non c'erano mani né presenze, nel buio.
Ed ora – eccolo – il muro grigio che occulta un mondo intero. Il mondo vero, sì, ecco che cosa hai cercato tanto a lungo, bramandolo, desiderandolo, invocando la sua venuta. Ma in queste lande oscure non scorgi neppure i tuoi piedi. Potrebbero strisciare serpenti, e colpirti, avvolgerti, stritolarti – loro vogliono la tua vita, loro sono il tuo peccato, il tuo desiderio di conoscenza che s'è fatto carne e miseria. 
Ti accorgi così che ascendere alle vette più alte non porta ad altro che a questo. L'inferno ha capovolto i suoi orizzonti, la saggezza è divenuta ignoranza, il piacere è mutato in dolore, l'estasi giace avvolta dall'agonia. Non c'è aria di perfezione laddove non c'è aria alcuna per respirare, ed il respiro che conosce la salita affronta la vita che si fa sempre più rarefatta – e tu, folle, speravi d'aver raggiunto la pace. Eccola, ansimante, quella pace che non dorme mai. Questa è la natura dell'abisso.
Esso ti induce a cadere; quando i sensi saranno svaniti, stremati, non potrai che spiccare un gran balzo verso l'infinito, mentre il tuo spirito vorrebbe sollevarsi e volare, ma non può – semplicemente, l'umanità è negazione del desiderio ultimo in un mondo che non può sostenere neppure la sua stessa immagine.
Solleva lo sguardo ancora un po'. Oltre i cristalli. Si, non puoi vederli, c'è un mondo adamantino ancora più in alto. Invero, non sei ancora caduto, non hai ali fasulle per farlo, ma vorresti tanto provare.
Ora. Fai un altro passo. C'è la nebbia fitta, sulle montagne, ma l'immanenza del reale non ti spaventa. Nel tuo spirito solo c'è abbastanza coraggio da scacciare i serpenti col fuoco della speranza, le tue mani insanguinate possono aggrapparsi ancora ed ancora alla dura roccia, per ascendere di nuovo. Forse c'è una vetta ancora più in alto. Cosa resta di quei sogni, se non migliaia di rovine che si stagliano contro l'idea che trafisse colui che le eresse, nel cosmo del suo pensiero? La porta che conduce alla realtà è più vera del segreto che custodisce: anche tale prelibatezza proibita, discesa nel mondo, è ormai come neve sporca, quasi avvelenata dall'immanenza. 
Solleva lo sguardo ancora un po'. Oltre i cristalli. Si, non puoi vederli, c'è un universo intero ancora più in alto.
Chiudi ora gli occhi. Te ne sarai accorto. La vista non conta – oltre il mondo di bruma la vita risplende come il cielo superiore, oltre i fumi densi delle città di mezzo, degli uomini e delle ingenuità. 
C'è una voce lontana, nella memoria, che ti solleva dal buio, ti accarezza e ti conduce oltre l'agonia del reale, mai troppo simile al mondo dei tuoi desideri, mai troppo meraviglioso rispetto al tuo folle incedere e ritrarre e supporre e meditare e pensare e congetturare invano. Perché c'è sempre un altro mondo da cercare, più in alto, oltre le montagne cristalline dei cieli, dove forse la nebbia inizia a dissiparsi, una leggera brezza accompagna una sottile pioggia che via via si apre, nel candore dell'essere e dell'eterno divenire. Lì troverai l'infinito – così l'infinito ti parla. Ma tu, sorridendo, beffardo, ammetti a te stesso d'averlo già trovato, prima che scivolasse via dalle tue mani come acqua limpida e cristallina, prima che potessi persino avvederti di non poter cingere l'ineffabile. La sua assenza è assenza nel testo, nella scrittura e nella comprensione – perché nell'infinito non c'è alcun testo, né alcun testo può concedersi all'infinito. Questo dirai ai poveri ciarlatani che venerano pagine e rilegature. Ricordi d'aver spiccato il volo, ingenuamente. Hai già scalato la montagna una volta, l'hai invero sorvolata, conosci la sua vetta più luminosa, perché ne condividi il cuore, il segreto oscuro, che da solo non oseresti neppure pronunciare, non conosci né conoscerai ogni verso della preghiera, dovrai recitarla in coro solenne. Non puoi affrontare la scalinata di pietra ed oltrepassare i muri proiettati dalle ombre salendo sulle tue stesse spalle – ora ne ricordi il perché, ora ricordi perché sei caduto e cadrai di nuovo, senza ferirti, per poi salire ancora più in alto di prima, per accarezzare in un dolce istante il senso stesso del viaggio ascensionale.
Hai già raggiunto l'eterno splendore – che eterno non era, in te e per il tuo stesso peccato d'umanità. Hai già contemplato cieli di cristallo e spiagge adamantine, ma sono luoghi inaccessibili alla solitudine di un pensiero solo, che non può descriverli, reificarli nel verbo e condividerli nel testo, se non nelle ore dell'aspra salita attraverso il buio delle rocce e della dura fatica e dell'ingenua speranza. Sì, per disciogliere la verità dal ghiaccio dell'immanenza in un istante di estatica riflessione, per sorvolare irradiando di luce le tenebre del mondo e planare l'istante successivo con le ali del fuoco sempiterno – bisogna essere insieme.

C'è un semaforo che non se ne vuole andare mai

C'è un semaforo – Strada Torrette, dalla Statale Adriatica
volti a destra, venendo da Fano, e tiri dritto.
C'è un semaforo che non se ne vuole andare mai.
Lì la strada stringe. Troppo per due auto.
Lì ci sono i lavori. Da una vita – e non ho capito perché
si passa uno alla volta.
Decide il verde, che è preceduto dal giallo
– e non ho capito perché
tutto sotto all'autostrada.
È un semaforo provvisorio.
Quello dei lavori in corso.
Siamo a febbraio, ed è lì da prima dell'estate
(o forse prima ancora?)
la più lunga della mia vita
e si passa sempre uno alla volta
in fila
come ai cancelli dell'inferno.
Decide il verde.
Sali per la collina, qualche metro
e poi la Strada Belvedere,
a sinistra. La ignori.
È una porta, che quel semaforo sorveglia
uno strettissimo passaggio sotto il ponte
pochi metri, che non servirebbe neppure
che ti apre all'universo – panorama
lontano: quello è il tuo mondo
un po' spostato a sud, e poi lungo le mura,
dal Bastione alla Rocca, e da giù fino a Pesaro.
Tutto in uno sguardo
hai oltrepassato quel semaforo.
Quindici minuti, o forse meno, ed hai già visto tutto.
Sei di nuovo sulla rotatoria, sul Ponte Metauro.
Perché quel semaforo non è lo spazio né il tempo
è solo una triste ripetizione, di qualcosa
che non se ne andrà mai.
Ma quando lo oltrepassi, come ogni porta
ogni passaggio o sentiero oscuro,
ecco, dopo una salita lo vedi:
non c'è un mondo che non valga qualche minuto di attesa
interminabile come una vita
davanti al rosso.

Le città e l'inettitudine - Pavonia


Convex and Concave.JPG


Nella città di Pavonia c'è un muratore al lavoro. Ce ne sono tanti, come lui, e lui è come i suoi compagni: stanno costruendo l'edificio più alto, costato anni di lavoro e fatica equamente retribuita. C'è un geometra, con loro, ed un ingegnere. Chiedersi quale sia il geometra e quale sia l'ingegnere, a Pavonia, non ha alcun senso. L'avvocato è come tutti gli avvocati, il fabbro è come tutti i fabbri, ed ogni avvocato tra avvocati non lo si riconosce affatto come riconosceresti un fabbro tra i muratori, né riconosceresti un fabbro tra fabbri ed un muratore tra muratori. A Pavonia ci sono i giardinieri, tutti uguali tra loro colla divisa verde sperduti nel verde tra il fogliame verde; e le prostitute, tutte uguali, attraversano il marciapiede nelle ore notturne – dal fisico longilineo, dai seni rifatti, dalle labbra carnose alle vesti succinte. Autorizzate a circolare solo dalle 23:00 alle 5.00. Forse è anche grazie a loro che Pavonia sopravvive al suo stesso ordine.
Nelle fabbriche, gli operai si somigliano un po' tutti come piccole e laboriose formiche, ma questo particolare resiste un po' dappertutto, tanto che le fabbriche di Pavonia somigliano a tutte le altre del mondo, dentro e fuori le mura.
Negli asili di Pavonia le maestre bianche insegnano a tutti i bambini della città; a quelli colle giubbe rosse l'artigianato, a quelli colle giubbe blu la letteratura e la retorica, a quelli con le giubbe bianche la catena di montaggio, e così via, in base alle doti neo-steineriane che i bambini dimostrano ai test attitudinali del Binetti. L'ingegneria genetica sta semplificando i lavori delle insegnanti grazie alle fecondazioni artificiali teorizzate da Bokanovsky e concretizzate dagli scienziati al soldo dei filosofi.
L'unica legge che sorregge l'intero sistema economico, sociale e politico di Pavonia è lo slogan: “fa solo e soltanto ciò che è tuo dovere fare”.
Nel comune di Pavonia, l'amministrazione è in mano ai filosofi, i Pla-ProCi, Plato pro civitate. Sono loro a stabilire cosa è “dovere” per ogni lavoratore; ogni alacre elemento del laborioso tessuto sociale è controllato dai filosofi. Nessuno può fare altro: non vedrai mai una divisa verde riparare un muro, poiché è compito dei muratori, non dei giardinieri. Ma neppure potresti mai pensare di vedere una prostituta andare in macchina. Non ci sono, a dire il vero, neppure le macchine: ci sono gli autisti, vestiti di giallo e nero, e pensano loro a scorrazzare ogni cittadino con scuolabus, cantierbus, taxibus, bus-stop ed elitaxi, tutti pieni di gente vestita allo stesso modo. Ogni ruolo sociale è logicamente prescritto dai filosofi: in questo modo ogni cittadino ha un posto di lavoro ed un lavoro da svolgere. Non esiste la disoccupazione, non esiste criminalità: il furto è punito allo stesso modo di ogni altro crimine. Chi non rispetta la legge “fa solo e soltanto ciò che è tuo dovere fare” viene ucciso – così lavorano le tute azzurre, la polizia. Chi ozia, viene ucciso. Chi si cucina il pranzo viene ucciso, a meno che non si tratti di un cuoco: veste bianca con il cappello da chef. Chi taglia l'erba viene ucciso – a meno che non sia un giardiniere.
Un giorno di questi un mio caro amico di Pavonia si fece la barba da solo. Ma non era un barbiere. Venne ucciso. A Pavonia solo i barbieri si fanno la barba da soli – in quanto barbieri, e non sorgono paradossi d'alcun tipo.
Spinto dalla curiosità e dal desiderio di conoscere mondi nuovi, sono stato a Pavonia diverse volte, con uno speciale pass da visitatore, corredato di abito e documenti. Oggi la trovo terribilmente noiosa. Penso che ci siano molte più cose in cielo e in terra, di quante ne sognino i sognatori ed i poeti (vestiti di blu con stelline gialle ed un cappello a punta, ridicoli come Mago Merlino in una metropoli) di Pavonia. Per questo me ne sono sempre andato con l'amaro in bocca, da quella distopia che è spesso posta in essere, ma solo nella mia mente, ed in quella di tanti altri come me, che a Pavonia ci sono stati solo per andarsene con l'amaro in bocca.
Quelli che ci abitano, invece, probabilmente non sanno di abitarci, ed hanno sempre la bocca dolce – di sapore e di appetito, ma criticano in continuazione e sempre molto volentieri lo straniero, anche se ben intenzionato. Sono troppo pieni di sé per avvedersene, e pure per guardarsi intorno o per cercare risposte oltre tutto ciò che è, in quanto fittizio, oltre le proprie risposte monocromatiche. 
Nessun abitante può immaginare che oltre le mura di Pavonia, lungo le vallate e le montagne all'orizzonte, c'è solo un altro pensiero ordinato quanto impossibile. 

Il programmatore russo e quello americano

A seguito di una lunga ed interessante discussione, ieri sera, con un amico professore di filosofia, logica ed informatica, ho riflettuto molto sulla divertente storiella che mi ha raccontato in conclusione dell'incontro.

C'è un problema matematico all'interno di un'applicazione da risolvere, per il quale si mettono al lavoro due programmatori, uno russo ed uno americano. Il secondo inizia subito a lavorare sul problema, e lo risolve in soli tre mesi. Qualche giorno dopo la release ufficiale, iniziano a saltar fuori diversi bug, per i quali il nostro programmatore produrrà diversi aggiornamenti a distanza di mesi – a pagamento – al fine di fixare i buchi un po' alla volta, fino al completamento del lavoro.
Il programmatore russo, al contrario, tace per un anno intero di studi e fatiche sul codice, finché non ne esce con il programma terminato, eccellente, esente da bug.

Al di là di vecchi manicheismi tra proletariato e borghesia, comunismo e capitalismo, mi viene da pensare che la mentalità del programmatore americano, assunta a filosofia di vita, è diventata ormai una prassi per tutti noi.
Faremmo volentieri in fretta metà del lavoro, magari pure male, per poi essere di nuovo pagati per la seconda metà, realizzando dapprincipio qualcosa di incompleto da risolvere passo dopo passo, col solito sistema del try and error. Meglio rischiare un feedback negativo immediato (e poi riprovarci) che una lunga ed attenta preparazione 'al buio' prima di affrontare un problema. Per il programmatore americano questo atteggiamento  ergonomico viene assunto a valore positivo anche in termini economici, in quanto fonte di profitti addizionali nell'immediato.
Credo che ormai nessuno abbia la volontà di fare come il programmatore russo – è la società che ci impone una certa fretta, magari a fronte di un'incompletezza manifesta da recuperare man mano, incentivata da un effettivo guadagno in termini di tempistiche. Non solo nel lavoro, ma anche (e soprattutto) nella preparazione e nello studio. Incompletezza a vantaggio della fretta, o forse della velocità di esecuzione. Risultati immediati.
Personalmente, non me la sento proprio di paragonarmi al programmatore russo. Non solo per questioni morali – è che proprio io non sono fatto così, né voglio diventarci.
Forse a causa della società in cui viviamo, forse a causa dei tempi in cui viviamo, forse a causa dei ritmi delle nostre vite, forse a causa delle scadenze, delle consegne e dei lavori che ci vengono imposti, mi chiedo seriamente: chi, oggi, nella vita, è un programmatore russo?

Il gattino induttivista

In un giorno di questi, tornando a casa, giunto alla soglia del portone interno del piano superiore, m'è capitato di trovar infilata la chiave sulla toppa, come si è soliti lasciare nell'attesa del rientro qualcuno, ed il portachiavi tutto maciullato e lacerato, come se un qualche animale vi si fosse avventato per rabbia o per gioco.
Dopo diverse congetture, ne ho dedotto che il colpevole non poteva essere altri che un gatto tra i quattro che condividono con me e famiglia la tranquillità domestica. La conferma del colpevole l'ho avuta qualche giorno dopo, quando, in cucina, forse ardentemente desideroso d'uscire verso il cortile, il piccolo micetto ha effettuato due gran balzi verso la piccola maniglia della porta in legno, e colle sue deboli zampine, tutte rigide nello sforzo di un colpo, sfruttando il suo peso è riuscito infine ad aprire la porta – ed uscire con tutta calma.
Alla luce di ciò, pur essendo il sottoscritto molto più limitato d'ingegno dei vari Detective Conan, Jessica Fletcher (aka la Signora in Giallo), MacGyver o Sherlock Holmes (soprattutto l'ultimo con Robert Downey Jr.), mi è parso subito evidente come il portachiavi rovinato dinanzi al portone di casa altro non fosse che la prova di un tentativo di entrare in casa, fallito, in cui il povero micetto non è riuscito nell'intento di aprire, poiché il portone, a differenza di altre porte, è chiuso a chiave – la maniglia sarebbe stata comunque troppo dura e pesante per i suoi piccoli arti.
Non so esattamente se il mio gatto, fattosi filosofo, s'è mai chiesto la ragione per la quale vengono costruite delle porte con delle maniglie, talune più facili da aprire, altre apparentemente insuperabili. Semmai si fosse posto tale quesito, non ne avrebbe certamente tratto la conclusione che la costruzione di porte è utile alla conservazione della proprietà privata; il giusnaturalismo felino nasce, miagola e muore nove volte entro e non oltre i privilegi opportunistici delle mura domestiche.
Quel che più va messo in luce, tuttavia, è che non c'è bisogno di avanzate tecniche di brain imaging per sapere che il gatto non conosce il funzionamento della serratura mediante il quale la maniglia, o la chiave, interagisce con l'intero sistema-porta, aprendo il passaggio. Del resto, sfido anche i padroni umani a saper descrivere dettagliatamente il meccanismo interno della serratura della prima porta che trovano dinanzi. Probabilmente non lo sanno neanche loro.
Quel che conta, per il gattino induttivista, è capire che, dopo alcuni tentativi, alcune porte si aprono, altre no. Ora dovrà perfezionare le sue conoscenze e capire quali obbediscono alla legge se esercito una pressione sulla maniglia la porta si apre. Quella della cucina lo fa, il portone di casa no. Capire poi il meccanismo attraverso il quale la porta si apre, e perché ciò accade, sarebbe un ulteriore passo avanti per le conoscenze feline, ma temo che la biologia non accetti ancora un simile aufklärung per i piccoli quadrupedi.
Congetture a parte, ora quel furbastro del mio gatto sa aprire le porte.
Un noto matematico ha dato in pasto alla speculazione filosofica un povero tacchino induttivista, il quale, convinto com'era della fondatezza della sua inferenza scientifica per la quale il padrone mi porta da mangiare tutte le mattine, quasi non si avvide neppure dell'errore, quando, alla vigilia di Natale, fu sgozzato – e fu il tacchino, non a mangiare, ma ad esser mangiato, durante il gran pranzo del giorno seguente. Qui il pennuto, in un esempio estremo, s'è fatto la figura dell'ingenuo, e pure le certezze della scienza, anch'esse fondate su criteri induttivi.
Il gattino induttivista, al contrario, miagola e ruggisce ancora più forte delle speculazioni di quei filosofi, i quali, troppo divertiti nel divertente gioco d'abbatter torri e certezze col potere caustico della critica e della ragione, non hanno parimenti provato gusto nel mirare l'ingegno del piccolo felino che apre le porte pur senza sapere come funzionano, come la scienza conosce il mondo pur ricusandone l'ontologia – ora e sempre.
La lezione del micetto a uomini e tacchini è dimostrare che non è tanto l'induzione ad esser fallace, bensì la certezza che essa sia garante di proposizioni che siano sempre e costantemente vere, per tutte le porte ed in tutti i casi – eccezion fatta, ovviamente, per l'induzione matematica. Ciò che conta davvero, oltre il chiacchiericcio di certa filosofia, è l'esperimento scientifico, il cimento, la prova, il continuo tentativo d'aprir porte e di progredire nella conoscenza, sperimentare per corroborare o falsificare le proposizioni, per comprendere i meccanismi che si nascondono oltre le serrature del mondo.
Talvolta, nello sperimentare, certe porte inspiegabilmente non si aprono e certi portachiavi di bassa qualità vanno in frantumi. Non è poi un dramma, del resto, né per la scienza né per il mondo felino.