Tra storia e storie della storia


Il lavoro dello storico presenta da sempre molte problematiche; si vorrebbe fare della storia una scienza esatta, ma ogni epoca, ogni evento, ogni paragrafo scritto sul manuale di storia nasconde un esercito, una schiera di revisionisti, di negazionisti e di megalomani che vorrebbero dar fuoco a quel manuale, neanche fossero i pompieri di un celebre romanzo di Bradbury. Non è facile ricostruire la storia, né distinguere in essa il prodotto dai produttori – poiché anche la storia è un prodotto dell'uomo.
Forse non sarà capitato a tutti di affrontare un dibattito feroce sulle scelte politiche di Pisistrato o sulle campagne napoleoniche, ma difficilmente non si entra in contatto con tematiche come l'ascesa della Germania nazista, la nascita dello stato di Israele o le cause degli attentati dell'11 settembre, per fare degli esempi davvero random.
Come sono andate oggettivamente le cose? 
Ognuno fornisce i suoi dati, e li elabora. La differenza tra dato ed informazione è che il dato, se non viene elaborato, è solo un numero, un segno, privo di significato. Durante il processo di produzione dell'informazione storica dai dati grezzi ogni storico rischia di introdurre un pizzico di sé, delle proprie idee politiche, sociali, economiche o religiose. Questo modo umano, troppo umano di produrre la storia, è proprio il casus belli che permette la nascita di quell'esercito (neanche troppo) nascosto di complottisti, revisionisti, negazionisti, anticospirazionisti, debunker – e chi più ne ha più ne metta.
Credo che chi ha a che fare con la storia, dai liberi pensatori agli storici tout court, debba sempre fare distinzione tra la storia, ovvero i dati (fonti) che non ci faranno mai risalire alla storia nella sua interezza (le fonti stanno un po' al fenomeno kantiano come la storia sta al noumeno), e storia della storia, ovvero la storia di come è stata prodotta la storia, inclusi tutti gli storicismi più o meno celati da una pretesa di (descrivere la) verità – che si manifesta nella storia.
Non c'è, in questo, da parte mia, una stigmatizzazione etica. Non penso che sussista la storia, di serie A, e le storie della storia, tutte bozze di serie B; credo che la posizione più onesta sia accettarle entrambe ma essere in grado di distinguerle, la prima come materiale, le seconde come numerose e spesso contraddittorie elaborazioni di quel materiale.
Ad esempio, spesso le storie di come è stata prodotta la storia sono più interessanti della storia in sé: ho recentemente ascoltato una conferenza sulle stimmate di San Francesco, ed ho apprezzato molto il sociologo che si è allontanato dal mero dato storico del booleano “stimmate: vero/falso” (storia), che tanto o ci credi o non ci credi, ma che ha posto l'interesse della discussione sulle fonti che riguardano Francesco, in particolare sul ruolo di Elia da Cortona, suo successore, e sulle sue vicende nella produzione della biografia del maestro e nello sviluppo dell'ordine dei francescani sulla figura non più storica, ma storicizzata, del santo. Insomma, non possiamo parlare di Gesù (ma anche di Napoleone, del comunismo sovietico o dello sbarco in Normandia) prescindendo dalla nostra ideologia, e non possono farlo neppure gli storici, se non citando una sequenza di dati e date, patti ed alleanze politiche, eventi e confini degli stati che mutano, che poi è tutto quello che malvolentieri incontriamo nei manuali scolastici. Nell'interpretazione di fatti tanto complessi ed incredibili c'è sempre qualcosa che sfugge, e, giustamente, c'è chi non è d'accordo sulla versione ufficiale. C'è un pizzico di storicismo in tutte queste analisi storiche, un senso di verità che è causa o mezzo o fine di un processo storico o di un evento, anche se non in presenza di un vero e proprio sistema filosofico organico – e questo non è necessariamente un male, è anzi un fatto col quale, in quanto uomini, dobbiamo fare i conti. Persino il debunker più scientista difende la versione ufficiale con l'ideologia del “i cospiratori sbagliano sempre”: non sarà una filosofia della storia, ma già è una base per svilupparla.
Non si può far storia senza uomo, ma l'uomo produce la storia, spesso molto più di quanto non sia la storia a darsi.
Per questo può essere interessante sapere come Elia da Cortona ha prodotto la storia del suo maestro, o come il Concilio di Nicea abbia prodotto una certa figura di Cristo attraverso certi e non altri vangeli, di come i risultati del secondo conflitto mondiale abbiano retro-prodotto la storia degli eventi di quel conflitto o come il nostro sistema economico ha scritto e continua a scrivere le pagine di tutto ciò che lo ha preceduto. In questo senso, il lavoro dello storico è sempre uno spostarsi attraverso differenti prospettive, e non giunge mai ad un punto di vista privilegiato.
Per questo penso che vada distinta la doppia faccia della storia: una storia in quanto mutazione di cose e fatti del mondo e della società nel tempo, la storia oggettiva, ma anche insieme di dati grezzi; e tante storie della storia, ovvero tutte le produzioni e tutti i produttori di mille storie differenti che confluiscono nello stesso disegno, pieno di incertezze, attraversato dalla freccia del tempo.
Anche la storia contemporanea subisce l'interferenza delle opinioni concrete di chi le vive, per questo non si fa mai storia con l'oggi ma si può fare storia solo con fenomeni già conclusi. Ma più ci si allontana nel tempo, più la storia è anche storie della storia, è vittima di storicismi troppo forti, di fonti falsificate o mitizzate e di opinioni di fondo di chi la analizza, molto spesso contrarie all'opinione comune. Anche per questo la storia non è una scienza esatta. Per fortuna. Diventerebbe altrimenti noiosa come un manuale scolastico!

Sulla duplice soluzione del problema di uovo e gallina



Credo che sia ermeneuticamente impossibile, per un vero filosofo giunto ad un punto cruciale della propria maturazione intellettuale, eludere il problema classico dell'uovo e della gallina. Per un caso fortuito mi sono recentemente ritrovato ad affrontare di nuovo la questione sulle pagine di un forum a me caro, e da quest'ultimo serio sforzo dialettico ho raggiunto la consapevolezza di poter alfine postare il risultato di anni ed anni di studi e ricerche sul problema fondamentale della storia della filosofia.
La mia risposta, in un'epoca di relativismo irrisolto come l'attuale, da adito ad almeno due possibili interpretazioni antitetiche, le quali, se non si vuole essere superbi come Hegel, difficilmente giungeranno ad una sintesi unitaria che non sia un pensiero coercitivo di potenza.
Il problema classico riguarda, neanche a dirlo, le cause prime, pertanto non può essere in alcun modo rigettato in quanto problema essenzialmente metafisico, idealistico. Vogliamo dunque distinguere almeno due casi.
La prima soluzione è di tipo creazionista; fideistica, strettamente legata alla creazione divina.
La Bibbia (Genesi 1:20) in proposito è molto chiara:
Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo».
La risposta non lascia ombra di dubbio. Prima la gallina, creata da Dio, e successivamente quella gallina deve aver deposto delle uova per tutte le galline successive. Dio ha creato la Eva-gallina già bell'e pronta, e questa ha deposto le sue uova.
La seconda soluzione è invece quella proposta da Darwin e dalla sua discendenza intellettuale; se infatti si vuol essere evoluzionisti, quindi anche di mentalità scientifica e positivista, di certo c'era un animale pre-gallina che gallina non era, che, un certo giorno, deve aver deposto delle uova un po' particolari, con delle mutazioni genetiche al suo interno. Data una definizione esatta di 'gallina' (in senso genetico), deve esserci stata una non-gallina (la nostra pre-gallina) che ha deposto l'uovo della prima gallina, della Eva-gallina. Quella gallina è ovviamente uscita dal suo uovo, quindi per l'evoluzionista è venuto prima l'uovo (di una non-gallina) che però era l'uovo della Eva-gallina.
In conclusione non abbiamo trovato una soluzione unitaria, ma due soluzioni possibili per due possibili soluzioni: per il creazionista viene prima la gallina, per l'evoluzionista prima l'uovo.
Questa congettura, lungi dal voler essere una risposta definitiva ad un problema apparentemente insolubile, vuole soltanto essere un mio piccolo contributo ad un dibattito che perdurerà vivo e vitale per tutta la storia del pensiero.

Tra il tutto e la somma delle parti

Una frase matematico-mistica che filosofi e pensatori si mettono spesso in bocca è la seguente: “il tutto è maggiore della somma delle parti che lo compongono”.
L'espressione nasce agli inizi dell'ottocento in Germania, ed è uno dei principi fondamentali della psicologia della Gestalt, che si contrapponeva allo strutturalismo di Wundt; da un lato un approccio più olistico, perché l'individuo non è solo la somma dei suoi comportamenti, dall'altro un approccio più scientifico-sperimentale. L'esempio che spesso si fa per chiarire il senso della frase è: le qualità della torta (dolcezza, morbidezza, ma anche più semplicemente il colore, la forma ed il sapore) non sono nella somma delle sue parti, nei suoi ingredienti. Provate infatti a mettere uova, zucchero, cioccolato e quant'altro in un vassoio, e di certo non avrete una torta. Forse Aristotele non sarebbe d'accordo, per il quale già negli ingredienti, se intervengono ulteriori (f)atti (come probabilmente un bravo pasticcere) c'è in potenza la torta bell'e pronta. Un altro esempio è quello della melodia: la piacevolezza del suono sincronizzato di tutti gli strumenti è ben più della somma degli ascolti degli strumenti ascoltati singolarmente.
Credo che il senso profondo di quest'espressione sia molto più semplice: la qualità è molto di più della  somma delle quantità. Questa conclusione è sicuramente vera, oserei dire ovvia: riducendo qualsiasi entità a quantità al puro scopo di avere una misura esatta di una sua componente, perdo sempre qualcosa dell'oggetto in analisi. Su questo argomento, giustamente, dibattono ancora i filosofi. Se prendo due T-Rex che fanno una gara di corsa e li riconduco a puntini con accelerazione a e velocità v, ho perso parecchio (almeno due dinosauri), anche se con i dati esatti è facile calcolare chi vince, mentre senza quantità lo scienziato resta nel mondo aleatorio delle scommesse dei bookmakers dei Flintstones. Quando lo scienziato astrae quantità numerabili perde automaticamente la qualità, e ri-sommando le quantità non si ottiene di certo la figura iniziale, anche se con esse si risolvono problemi analitici, scientifici. Per questo la qualità (la bontà della torta, la pienezza della melodia) è sempre più della somma (quantitativa) dei suoi elementi. 
Oserei però spingermi un po' più in là, perché la cosa, messa così, ancora non mi soddisfa. Il problema è gettare nel calderone qualità e quantità, che restano non accomunabili, figuriamoci se sommabili! Logicamente, “tutto – somma_parti = x”, dove x dovrebbe essere 0. Per la Gestalt, l'operazione avrebbe come risultato un numero maggiore di 0. Il problema invece è proprio la non-sommabilità di un “tutto” non numerabile, ancora non quantitativo.
Ho recentemente visto una bella immagine su una rivista di un ipotetico 'viso di donna più sexy del mondo'. Semplicemente un gruppo di esperti del gossip, armati di photoshop e tanta pazienza, hanno fatto un sondaggione sulle parti del viso delle celebrità ed hanno fatto un collage delle “parti” (naso, occhi, bocca, capelli etc.) vincenti. Il montaggio sarà stato pur ottimo, ma il tutto non era poi così bello: le parti troppo 'vistose' di tutte quelle belle ragazze finiscono per stridere. Questo andrebbe insegnato a chi non si accetta per com'è, in questa corsa folle tra estetisti, silicone e botulino: anche nella particolarità di un bel viso, anche nel difetto che spicca tra i pregi spesso sta la vera bellezza, quel qualcosa che ti prende e ti affascina, quella curiosità della buona forma (che è appunto il significato di gestalt), e non della somma disorganica di pezzi di qualità. Il bel viso fotoritoccato insomma non era poi così bello, rispetto a tanti visi con componenti singolarmente peggiori. Ma allora il tutto è anche meno della somma delle parti!
Il problema era già stato risolto: la questione tra tutto e parti non si risolve col segno di maggiore o minore, né con quello di addizione o sottrazione. Il tutto, inteso appunto come qualità della forma, dell'insieme, dell'ente che non viene parametrizzato e reso quantitativo, è semplicemente altro da qualsivoglia astrazione numerica o misura. Perché si misurano sempre parti, ma non è possibile discretizzare tutte le parti per ricomporre il disegno originale con una semplice operazione di somma.
In definitiva, quindi, ricuserei ogni segno di maggiore o minore. Agli amici che usano spesso questa espressione, suggerirei una leggera modifica; semplicemente: il tutto è diverso dalla somma delle parti. 

Ciò che la poesia non è più


Ormai quei poeti non sanno più
di quel bel gioco oltre la siepe
e le grida, gli schiamazzi
nelle piazze e nel paese.
Non t'imbatti in paesi, piazze
schiamazzi, grida, giochi
né poeti. Mai.
C'è chi si accontenta dell'infinito
e chi non trova pace, né sazietà
solo tra le ombre dei palazzi;
una città buia, senza luce
e piena di luci | tante
tantissime, piccole e brillanti
dappertutto
come mille lucciole senz'anima.
Nel buio scenderà sul tuo corpo,
ma non avrà quel sapore antico.
Tornerai ad amare la poesia
solo quando capirai –
ciò che la poesia non è più.

Perché le montagne crescono al contrario


C'era un bambino, lungo il sentiero
che indicava, affascinato
al nonno
quella montagna laggiù.

- Un giorno diventerò grande.
Grande proprio come quella montagna laggiù.
E sarò alto e forte e difficile da scalare, potente, e tutti mi guarderanno e diranno
di voler diventare come me: ammirate tutti quella montagna laggiù!
Ed era felice, nel pensarsi proprio così, come la sfida
per chi ascende con le braccia e chi scala la pietra
col cuore e chi domina l'altezza
con il volo più alto
del pensiero.

Rispose il nonno, con occhi di cielo
ma con una lacrima – del sapore del lago
- La vedi quella collina?
Indicava un'altura modesta.

- Quella piccola collina
che vedi, più vicina
è molto più antica della tua montagna laggiù.
Ciò che ammiri è infatti
la più giovane
tra le alture di queste terre.
Superba; la vedi s'innalza, possente e fiera ed ingenua.
È tutto quello che mostra, e nient'altro.
Quella montagna laggiù si è sollevata da poco
perché voleva sfidare il mare e la terra ed il cielo.
Un tempo anche la modesta collina,
nacque proprio come quella montagna laggiù
ed era proprio così: un gigante.
Ma i millenni l'hanno cambiata:
oggi
non mostra altro che i segni del vento
del gelo e dell'acqua
e del tempo.
Si è mitigata,
raddolcita,
è un declivio sereno
che rifugge
l'asprezza sprezzante
del suo passato.

Le montagne non crescono,
insegnano l'umiltà
e la serenità
a chi vorrebbe
diventare grande
(al contrario).

Facebook come fondamento primo della verità


Ricordo ancora con un certo autocompiacimento quando al liceo spiegavo ai ragazzi come il problema della ricerca della verità che si poneva il giovane Cartesio quando terminò i suoi studi e decise di leggere il libro del mondo fosse quantomai attuale: in particolare in un'era ricca di informazioni (vere e false) come la nostra.
Oggi la verità non la ricerchi solo col professore, ma anche con google e con la wikipedia, spesso fraintendendo, ma di certo con una rapidità di accesso alle informazioni di svariati ordini di grandezza superiori rispetto a quello che era qualche anno fa – la distanza tra due click e prendere l'auto per andare in biblioteca (e solo negli orari prestabiliti) è davvero enorme, di certo molto più vistosa della distanza tra la fine degli anni novanta ed il secondo decennio del duemila. Se usati bene, poi, i due click sono persino più performanti anche in termini qualitativi di tutti i tomi della biblioteca.
Ricordo anche un vecchio post su 'La Lapide' (il mio blog storico) in cui scherzavo sulle catene di Sant'Antonio in formato e-mail che in quei periodi entravano in competizione con lo spam selvaggio e con i primi filtri antispam in fase embrionale.
Oggi leggo certe bufale su faccialibro davvero da inorridire. Ma inorridisco ancora di più quando queste bufale si diffondono a macchia d'olio e nessuno si preoccupa di cliccare su google e prendere le dovute precauzioni. Faccio due esempi che mi sono capitati ieri, dove un minimo di interesse per le fonti e per l'attendibilità delle notizie, prima di far partire la polemica, credo che sia d'obbligo.
Due esempi davvero simpatici.

"Il latte in cartone, quando non è venduto dopo un determinato termine di tempo è rispedito in fabbrica per essere pasteurizzato un'altra volta...Questo processo può ripetersi fino a 5 volte, cosa che conferisce al latte un sapore diverso da quello iniziale, aumentando la possibilità di cagliare e riduce significativamente la sua qualità, nonché anche il valore nutritivo diminuisce...
Quando il latte ritorna sul mercato, il piccolo numero che vedete dentro il cerchietto nel file allegato viene modificato.
Questo numero varia da 1 a 5.
Sarebbe conveniente comprare il latte quando il numero non supera il "3". Numeri superiori comportano una diminuzione nella qualità del latte. Questo piccolo numero si trova nella parte inferiore del cartone; se compri una scatola chiusa, è sufficiente controllare uno dei cartoni, tutti gli altri avranno lo stesso numero.
Ad esempio: se un cartone ha il numero 1, vuol dire che è appena uscito dalla fabbrica; ma se ha il numero 4, significa che è già stato pasteurizzato fino a 4 volte ed è stato rimesso sul mercato per essere venduto..."
Eri a conoscenza di questa cosa? Condividela! :(

Benzina: si sa che in Italia sono state introdotte tasse supplementari, ma è possibile che in Svizzera costi davvero quasi la metà? Basta cliccare sull'immagine (su facebook, non qui) e leggere una valanga di commenti di gente che vive (per fortuna) in Svizzera, i quali ribadiscono che nel paese del cioccolato sfizero la benzina costa al massimo 0,20€/lit in meno che da noi. Differenza che non è poco, ma non è neppure poi così abissale. Ma almeno la polemica ed il vittimismo dilagano, ed un sacco di gente condivide con commenti inorriditi.
Latte: questa bufala (non la mozzarella né il latte di) ha del sensazionale. Se fosse vera, dubito che un sistema di numerazione sulla confezione indicherebbe un dato tanto sensibile. Si potrebbe codificare in qualche modo, ma lasciarlo così espresso è davvero da suicidio per la credibilità chi produce latte, appena scoperta la notizia. Del resto, è stata subito smentita da ogni dove e su ogni sito, dal Corriere a siti indipendenti di produttori. 
Questo rimanda alla definizione tecnica di 'informazione', che differisce dal 'dato' in quanto il dato è materiale grezzo, mentre l'informazione è un dato interpretato. Che sulla confezione del tè sia scritto '2013' (dato) non posso metterlo in dubbio, ma sta alla mia capacità di giudizio riconoscere se è un numero a caso sotto il codice a barre, se è la data di scadenza della confezione o se è la scadenza del concorso 'bevi turbotè e vinci una scorta per un anno!'. Se poi fossi molto furbo, potrei ipotizzare che quel '2013' è un messaggio degli alieni e condividerlo su faccialibro per vedere l'effetto che fa. Anche sul caso del latte, ho visto un sacco di gente condividere e nessuno informarsi (vengo anch'io!).
Viviamo forse in un periodo da polemica facile. Ma un minimo di educazione alla ricerca delle fonti ci vorrebbe proprio, soprattutto in Rete. Suggerisco di non assurgere l'attendibilità di Facebook a fondamento primo di verità, si rischia fino ad un massimo di 5 pastorizzazioni!!

pubblicato nel blog: Lo Stimolo, dissertazioni da tazza

La debolezza di Re Ottmar


Ottmar si accasciava sul trono come un fantoccio di pezza, lacrime di autocommiserazione gli inumidivano la barba. Alla mia corte, il suo ruolo sarebbe da tempo stato usurpato da qualcuno più forte, ma a Willendorf era stimato anche nella sua debolezza.

Questa citazione del vampiro Kain, tratta dal vecchio Blood Omen: Legacy of Kain (1996), videogioco che ho ripreso di recente per retrogaming, mi ha sempre fatto riflettere, dalla prima volta che l'ho sentita, parecchi anni fa.
Ho sempre di fronte agli occhi l'immagine (alla bassa risoluzione e coi pochi poligoni dell'epoca - al resto pensa l'immaginazione) di quell'uomo afflitto, con la schiena ricurva sul suo trono, sul volto l'espressione di un re preoccupato, terrorizzato per la sorte di sua figlia malata, distesa davanti a lui, mentre il suo pensiero non ha spazio per il suo impero, sotto l'attacco delle truppe nere della Nemesi. 
Volendo uscire dal contesto videoludico e dalle vicissitudini della trama, mi stupisce sempre il pensare ad una persona stimata anche nella sua debolezza. Penso che nella società contemporanea si sia un po' perso questo senso di apprezzamento e stima dell'umanità in quanto tale, anche nelle sue forme più fragili. 
Mi capita di parlare spesso a riguardo con psicologi e sociologi professionisti, e mi sento ripetere, e leggo di frequente che noialtri, giovani d'oggi, siamo tutti un po' vittime di un perfezionismo eccessivo. 
Non è colpa nostra, beninteso. Lo vedo tutti i giorni sul lavoro, ad esempio: dobbiamo essere infallibili. Prima di entrare anche solo in prova, il datore di lavoro richiede 'con esperienza'. Nessuno, infatti, è disposto ad insegnare il mestiere: o il giovane è un robot programmabile già programmato, oppure non ha neppure la possibilità di provare. Per chi supera il primo ostacolo, attenzione: al primo errore si è fuori, perché c'è un esercito di persone dietro di noi che vorrebbe rubarci il posto. Dobbiamo dimostrare di essere i migliori. Dimostrare sempre. Una volta c'era (o c'era una volta) il contratto a tempo indeterminato: il nostro parente che ha un posto come dipendente statale (dagli uffici alle cattedre scolastiche) ha superato un concorso, degli esami o qualcosa del genere – poi, una volta sotto contratto, ha potuto rifiatare: doveva solo lavorare, e non dimostrare ad oltranza le proprie capacità per sopravvivere. Noialtri invece dobbiamo dimostrare giorno dopo giorno, perché in quest'epoca la storicità delle buone azioni non è messa a verbale, e perché il contratto scade ogni anno. Ogni mese. Ogni giorno. Ogni chiamata. L'unico modo per sopravvivere è dire sì alla proposizione: “io sono Superman”. 
Non parliamo dei diritti. Per una donna incinta o per una persona malata, sopravvivere nel mondo del lavoro è impresa ardua. Non possiamo mostrare i fianchi: la vita è sempre una dura battaglia in cui sopravviviamo noi o il nemico. O siamo perfetti o niente: agisci o muori.
Non cambia il discorso nelle sQuole e nelle università. Si parla sempre di meritocrazia, quando chi ci insegna è il primo ad esigere la perfezione espositiva e conoscitiva, ma, come ripeto spesso, se un docente dice “non lo so” è per onestà intellettuale, se lo dice uno studente significa che non ha studiato. Spesso quel docente è salito in cattedra negli anni sessanta, proprio quando quella cattedra era agevole: bastava dimostrare qualcosa (o anche senza il 'qualcosa', bastava essere dimostranti), e da quel momento in poi nessuno l'avrebbe più potuto sollevare dall'incarico. Noi studenti invece ogni giorno a bussare contro porte di pietra: dai primi anni ai dottorandi, con la foga della battaglia perché uno su mille ce la fa, e quell'uno deve essere il necessariamente il migliore. Poi, ad un passo dal traguardo, scopri che invece era il solo più raccomandato.
Ho sparato qualche invettiva  a vanvera, potrei proseguire con centinaia di esempi ma mi fermo qui, lasciando alla fantasia del lettore ulteriori argomenti. Per oggi non voglio dimostrare più nulla. 

Re Ottmar
Screenshot da Blood Omen (1996)
Mi piacerebbe sentirmi, almeno ogni tanto, come Re Ottmar. Senza il timore indicato da Kain, di essere sempre a rischio di venir usurpato da un individuo più forte di me. Sarebbe bello avere un regno (ma anche solo una classe, o un posto di lavoro) in cui tutti ti apprezzano sia per quello che vali sia per quello che non ti riesce, per i tuoi difetti, per le tue debolezze; anche solo perché ti rendono più umano, più vero agli occhi degli altri.
Mi piace sognare un mondo in cui un uomo è apprezzato anche nelle sue debolezze; esse sono la condizione necessaria dell'umano per determinarsi in quanto umano. 
Lo spazio per i superuomini, per il tanto discusso post umano, preservatelo nei vostri racconti mitologici futuristi e nelle favole da utopisti megalomani e filosofi dell'ansia da prestazione scientista. 
Tutto il resto è debolezza. Tutto il resto è umanità.


Luglio V


Una viuzza che congiunge al centro
limite estremo del mio universo
parla spesso. Fa baccano
non lo capisco neppure
mi ricorda che c'è.
Non ci ero mai arrivato
non credevo neppure ai limiti
(dell'universo)
ma neppure a quelli della matematica.
Qui non c'è tempo per i numeri
né pensieri che non divengano fatti
e l'animo che vola non s'adagia
se non fa coesistere l'astratto con l'umano.
Per questo si fugge, senza meta esatta,
per scavalcare il parapetto di questo mondo
in una terra nuova, più lineare
come tante tinte pastello
ma il cuore avvinto non accompagna il pellegrino
perché l'amore è concreto quando è astratto
e la terra non sono solo gli uomini, né i vermi.
C'è un vecchietto che passeggia
dopo la pioggia
- e ne ho visti tanti, così
nelle mie terre
quasi identiche.

Sono felice
quando la vedo sorridere
ed io qui che scrivo
penso /scemo/ al futuro
che non si congiunge con me.
Prima che l'acqua si plachi nella bacinella
dopo esser stata spostata
per qualche tempo,
il tumulto delle onde.
Passerà.

È vero, l'ho sempre pensato anch'io (anche se non l'ho scritto in un un libro)

Capita spesso, leggendo testi di filosofia, di ritrovarsi a pronunciare frasi come quella che titola questo post: a me è capitato soprattutto durante il liceo, quando, ad ogni nuovo filosofo affrontato, c'erano degli aspetti del pensiero in analisi che mi sentivo non solo di condividere in seguito alla lettura, ma mi avvedevo d'averci già riflettuto diverse volte anche prima di essermi imbattuto nel pensatore, che, in un certo senso, avevo anticipato.
Ben lungi dal sentirmi un genio (o un filosofo) per questo genere di anamnesi, credo che abbiano avuto un po' tutti questa sensazione leggendo non solo testi di filosofia, ma anche di arte, di società, di politica o di cultura in generale. Poi magari su quei testi ci abbiamo pure scritto la tesi.
Per spiegare questo fenomeno va preliminarmente considerato che sussiste una storicità del pensiero che reclama in qualche modo la paternità, anche solo parziale, di ogni pensiero ad esso successivo, anche se personalmente non si era mai entrati concretamente in contatto con l'autore che per primo ha formalizzato quelle idee: non deve essere strano essersi sentiti vicini al superamento dello stato di minorità dell'illuminismo del sapere aude kantiano prima di leggere Kant o prima di studiare l'illuminismo, o di ipotizzare un metodo per conoscere basato sulle esperienze (il metodo sperimentale) prima d'aver letto Galileo, perché in un certo senso il pensiero contemporaneo nasce e si sviluppa storicamente proprio su quei grandi pilastri delle idee.
Parlando di autori contemporanei il discorso cambia leggermente, perché spesso ci troviamo di fronte a pensieri davvero originali, condivisi, figli di una storia lunga millenni come di una storia molto più recente che parla di telecomunicazioni, di crisi economica e di social network; di una sintesi tra ciò che ci ha portato fin qui e ciò che è essenzialmente il qui. Di certo è una vera soddisfazione, per chi, come il teologo italiano Vito Mancuso, (a suo dire) si sente ripetere spesso che il contenuto dei suoi libri era già nelle teste del pubblico (che però non ci ha scritto alcun libro) durante le sue conferenze; è stato proprio lui a darmi lo spunto per questo post.
Credo che quando un autore contemporaneo viene largamente condiviso da questo genere di commenti, da altri che avevano già riflettuto sulle medesime questioni ed erano giunti a risultati analoghi senza tuttavia concludere degnamente scrivendo qualcosa di completo, o ciò avviene perché dice cose ovvie, oppure perché ha davvero colto qualche aspetto importante dell'argomento in analisi che ancora nessuno aveva precedentemente formalizzato, perché tutti gli altri lo pensavano, ci riflettevano – ma non ci avevano ancora scritto nulla.

Storia di un pescatore innamorato e della Luna

C'era una volta un pescatore sulla riva del fiume. Egli era un grande sognatore, e desiderava trovare un modo per pescare l'immagine di ciò che più lo avvicinava ai suoi sogni: la Luna. Il pescatore escogitò decine e decine di modi per portare a sé il corpo celeste, finché un giorno non ebbe una brillante idea: usare la sua canna da pesca. 
Egli non desiderava la Luna per sé; non avrebbe saputo che farsene. Un sognatore non ha bisogno di nulla per vivere nel regno del suo pensiero sereno. Il pescatore voleva donare la Luna alla sua amata come segno di tutto il sentimento e di tutto l'amore stellare che provava per lei; egli, infatti, un modesto pescatore, non si sentiva mai abbastanza per meritare l'amore di lei. Fu allora che andò dalla sua amata e le comunicò che a breve avrebbe compiuto l'impresa.
Ma il pescatore fallì anche questa volta. Riversò tante lacrime nel fiume, e queste si persero via via fino al mare. Egli pianse tutta la notte e tutto il giorno, fino alla notte successiva, poiché si sentiva un incapace, poiché tutti i grandi sognatori si sentono un po' incapaci, nella vita.
Fu allora che comparve il Diavolo, che gli propose un patto. Egli gli avrebbe fornito l'amo magico per prendere la Luna e portarla a sé, per poi donarla alla sua amata. In cambio, stranamente, non chiese nulla. Il pescatore era al settimo cielo, ed accettò immediatamente.
La Luna esitò. L'amo la prese. Tremori. La Luna che si sposta lentamente verso il pescatore, e questi, perso in tutta la sua felicità, in tutta la sua soddisfazione. Ma la Luna era troppo grande, e col suo enorme peso, giunta a destinazione schiacciò il pescatore, che morì – senza saper mai che alla sua amata non importava affatto della Luna, ma che questa voleva solo amare ed essere amata, senza bisogno di gesti o di grandi imprese per dimostrare la limpidezza e la purezza dell'amore, poiché l'amore è già luminoso e magico come la Luna in cielo.