Distopia – stato: offline


Molto spesso la storia del pensiero ha associato al termine utopia il mito di una società perfetta ed ideale; dalla Repubblica di Platone alla cinquecentesca omonima Utopia di Thomas More, dal 1600 della Città del Sole di Campanella e della Nuova Atlantide di Francis Bacon, fino al 'socialismo utopistico' inteso come qualcosa di irrealizzabile, teorizzato da Marx, da contrapporsi al suo 'socialismo scientifico', quest'ultimo invece ancorato al materialismo storico, che avrebbe garantito un'analisi più accurata dei rapporti di produzione delle società nella storia – al fine di cambiarla. Utopia: un concetto tanto ideale e troppo lontano dalla concreta corruzione del mondo da assumere oggi un senso di grande disillusione – “utopico” è un obiettivo irraggiungibile, un proposito irrealizzabile, un concetto che mai potrà calarsi nel mondo fisico.
Il significato di distopia è l'esatto negativo di quello di utopia: da un lato abbiamo il mito di una società ideale, saggia, equa, libera e perfettamente integrata in tutte le sue parti costitutive, dall'altro lo spettro della peggiore società possibile, coercitiva, repressiva e totalitaria, molto spesso localizzata temporalmente in un futuro non troppo lontano, dove la scienza e le tecnologie finiscono per diventare un metodo di controllo ed oppressione.
Il secolo più fecondo di distopie, figlio di grandi illusioni ed altrettanti grandi ideali disillusi è proprio il 1900: da Brave New World (Il Mondo Nuovo, 1932) di Aldous Huxley a 1984 (1949, scritto nel 1948) di Orwell fino a Fahrenheit 451 (1951) di Ray Bradbury, autore tra l'altro defunto solo il 5 giugno scorso. Ma di società distopiche ne abbiamo viste diverse anche al cinema, dal buon vecchio Metropolis (1927) di Fritz Lang a Matrix (1999) degli Wachowski, passando per l'indimenticabile Arancia Meccanica (1971) di Kubrick, Star Wars (1977) di Lucas e Blade Runner (1982) di Ridley Scott, giusto per citarne alcuni.
Nel suo intervento in una recente conferenza, un docente di Antropologia Culturale mi ha ricordato una mia vecchia riflessione proprio partendo da quest'ultimo film, Blade Runner; un film ambientato in una Los Angeles distopica, grigia e deforme, dominata dall'acciaio cupo delle strutture, avvolta dal fumo e dai vapori dei sobborghi poveri, in un pianeta inquinato ed invivibile, abitato solo da uomini deboli e malati, scartati dalla società, mentre i ricchi benestanti sono già da tempo migrati verso le colonie extramondo. In una scena molto meno celebre e topica di "Ho visto cose che vuoi umani...", Rick Deckard (Harrison Ford) telefona a Rachael (Sean Young), la giovane protagonista-replicante del film. Ciò che potrebbe colpire un ragazzino di oggi è la telefonata: una banale videochiamata in quella che potrebbe tranquillamente essere una cabina telefonica (metallica e sporca) con un monitor. Dimenticavo: siamo nel 2019.


Blade Runner, telefonata del 2019.

Manca qualcosa. Qualcosa che non manca solo nel film di Scott, ma che non appare misteriosamente in tutte le distopie del futuro prodotte nel '900. Non compare nel mondo dell'eugenetica, non compare in quello del Grande Fratello, né nel mondo dei pompieri che bruciano i libri, e neppure in Guerre Stellari, seppur ambientato in una galassia lontana lontana... un oggetto di uso comune che oggi fa parte della nostra vita quotidiana, tanto da diventare spesso un amico inseparabile oppure un compagno scomodo, fino alla patologia. Manca il telefonino!!
La cosa, a ben rifletterci, è assolutamente bizzarra. Teorizzate da Maxwell e successivamente scoperte da Hertz, fino ad arrivare agli esperimenti di Marconi ed ai primi apparecchi radiotrasmettitori, le onde elettromagnetiche erano ben note già dalla fine del diciannovesimo secolo, e già nel primo ventennio del '900 furono utilizzate ampiamente per la comunicazione in ambito navale, militare ed infine civile. Perché nessuno tra i più grandi autori del '900 ha pensato al telefonino? Che fine ha fatto la (tele)comunicazione?
Io la spiegherei in questo modo: la mia impressione è che tutte le distopie sono accomunate da un grande senso di paura, disgusto e disillusione nei confronti del progresso tecnico e scientifico. Opere figlie degli orrori di due conflitti mondiali, dei regimi totalitari, della bomba atomica, terrorizzate e confuse dai primi passi della tecnologia informatica (le prime macchine erano di grandi dimensioni, pensare a piccoli dispositivi portatili con grande potenza di calcolo non era facile neppure per gli addetti ai lavori) e della genetica applicata; credo che per gli autori fosse la cosa più ovvia immaginare un futuro in cui le persone sono sempre più sole, con un regime sempre più forte ed in cui le tecnologie vivono di scopi politico-(a)morali di controllo ed (anti)estetico-ambientali di corruzione paesaggistica e visiva. Per questo nessuno poteva neppure lontanamente immaginare la nascita del tutto inaspettata di Internet, rete di reti attraverso la quale pubblico questo breve scritto, né sembrava realizzabile un sistema che ci rendesse capaci di comunicare continuamente da qualsiasi punto a qualsiasi altro senza l'ausilio di apparecchiature ingombranti ed energia elettrica. Le distopie, insomma, sono tutte rigorosamente offline.
L'unico caso che fa eccezione ovviamente è il recentissimo Matrix, dove tuttavia il nostro mondo di comunicazione è appunto illusorio, generato dal calcolatore, mentre la vera Zion è davvero molto più simile alla Los Angeles di Scott che al mondo fuori dalla finestra.
Chiudo il post con una provocazione, sicuramente un po' spinta e che non rappresenta del tutto chi la scrive, attento e vigile sul mondo di oggi, sulle nuove tecnologie e sui new media, ma di certo mai eccessivamente pessimista: l'incubo più grande paventato nel '900 per la nostra generazione era quello del regime totalitario e del potere della tecnica sull'uomo, dalle telecamere di 1984 ai replicanti di Scott. Oggi viviamo in un mondo (che sembra essere) lontano da quei timori, dove non c'è un grande uomo coi baffi al potere, ma tutto un sistema politico-economico ormai non più fatto di persone fisiche, ma fatto di azioni, di società assicurative, di investimenti e speculazioni che in tempo reale attraversano il mondo da parte a parte come lame, veloci quanto la luce, in un sistema dove non puoi perder tempo a dormire che tra un secondo il secondo precedente sarà già vecchio – neanche buono per esser ricordato come storia. Il paradosso è che siamo oggi più schiavi di quelle stesse tecnologie della comunicazione così user-friendly e così trendy e così catchy di quanto non saremmo stati in un mondo di metallo peno di fumi e di gigantografie distorte di voci orientali dove era l'oppressione vera, concreta e tangibile a dominare la società. Non c'è un grande palazzo del potere, una torre di Babele alla luce del sole. La società si è liquefatta, e ritrovarne gli atomi è diventato un duro compito – mentre le vecchie distopie, le idee che ad esse soggiacciono, apparivano granitiche e possenti almeno quanto chiare, solide nel loro ben più manifesto squallore.
Non credo che sarebbe stato possibile, nel secolo scorso, immaginare un mondo freddo e terribile senza pensare all'individuo come a qualcosa di sempre più incapace di comunicare. Il paradosso è che spesso, invece, nel mondo di oggi, saremmo probabilmente più liberi quando saremo più liberi di essere offline, di staccare la spina – perché la distopia vera, quella che si è realizzata nel mondo, oggi, è capovolta. La distopia non utopica, quella reale, è online.

Tante idee astratte in cerca d'autore





Sento spesso, in particolar modo in questi giorni, dibattere inutilmente sull'interpretazione politica delle elezioni amministrative. Poi arriva la nonna, che fa luce sull'arcano dimostrando molta più saggezza di politici, giornalisti e comici – “alle amministrative si vota la persona, non il partito”.
Questo è indubbiamente vero: un buon sindaco deve essere innanzi tutto una brava persona, alla quale affideresti volentieri il tuo comune, indipendentemente dal fatto che sia tesserato con il Partito delle Fragole, con il Movimento del Pan di Stelle o con la Lista Civica di Città Laggiù. Ma questo discorso può valere anche per il Presidente del Consiglio, o per i parlamentari: se potessimo votare le persone che riteniamo degne della nostra fiducia, potremmo davvero mandare finalmente a quel paese tutti quei loghi, quei colori, quegli inni e quegli slogan che fanno sembrare la politica italiana una poco valida alternativa al campionato di calcio.
Ma i loghi, gli stemmi e le bandiere non sono che rappresentazioni iconografiche di una realtà trascendente, come le meravigliose raffigurazioni di scene bibliche nelle chiese per il popolo analfabeta, che servono ad illuminare la povera ignoranza dello stolto elettore con il simbolo dell'ideologia; con Ricoeur, il simbolo da a pensare, perché rimanda ad altro, alle ideologie.
Eppure, come avevo già sperimentato a mio tempo assieme all'amico inesistente Gigi (link), utilizzare espressioni come “Gigi è comunista” o “Gigi è liberale”, ma anche, volendo espandere il gergo con: “Gigi è trascendentalista, spiritualista, immanentista, panteista, neoliberista, post-supercalifragilistichespiralidoso-ista”, risulta essere un utilizzo del linguaggio apparentemente tecnico, decisamente ingeneroso, vago e poco esatto. I tecnicismi delle ideologie, per i non addetti ai lavori, finiscono quasi sempre in -ismo.
Generalizzando, stiamo parlando di quelle che il senso comune chiama sbrigativamente 'idee astratte'. Termini molto generali, come ideologie politiche, ma anche filosofiche, religiose, culturali, sociali ed artistiche per denotare qualcosa di apparentemente inafferrabile, per indicare un'idea molto lontana dalla concretezza della pratica, ma già sufficientemente definita e vigorosa da reclamare un'identità ben prima di calarsi nel mondo.
In molti si sono posti il problema di quanto questi termini siano effettivamente vaghi, ma qualche furbacchione ha addirittura provato a risolvere la questione: dal novecento fino al triste presente molti filosofi hanno preteso di dare interpretazioni formali di queste idee astratte, cercando di definire logicamente, come in un linguaggio di programmazione, il vero significato di questi termini. Come chiedere ad un matematico di formalizzare concetti come libertà o socialdemocrazia con qualche assioma ed una manciata di teoremi. Cose da pazzi! Il problema dell'astrattezza delle idee astratte non verrà mai risolto trasformando le idee in un codice nel reame dell'oggettività. Queste idee sono fiere di essere astratte. Se vengono rinchiuse troppo, tenderanno a fuggire, perché sono a prova di scatola! Le idee astratte nascono per non essere mai colte come un fiore con il falcetto, ma solo per essere abbracciate e mai possedute, come tentare invano di cingere il tronco di un enorme albero con le braccia.
Le idee astratte, per essere meno vaghe e più concrete – ve lo dico io – cercano un autore.
Cercano qualcuno in cui insediarsi. Cercano concretezza, la concretezza di un cervello che ragioni e che le elabori, che cerchi di limarne le ambiguità, e che poi sia sufficientemente onesto e coraggioso da poter dire: “io, Gigi, ho eliminato le ambiguità!”.
Le idee astratte non vogliono essere rinchiuse in un codice anonimo né in formule, ma non vogliono neppure restare sempre a gozzovigliare lassù nel cielo: le idee astratte cercano filosofi, pensatori, artisti, ma anche veri politici che diano loro una risistemata per farsi concrete, o comunque sempre meno astratte, sempre meno ineffabili e più chiare.
Finché c'erano i filosofi veri, quelli una volta, e finché c'erano i politici veri, questi pensavano che la loro interpretazione delle idee astratte fosse l'unica interpretazione reale. Da queste teste è nato il panteismo di Spinoza e quello di Hegel, il comunismo di Marx e quello di Brecht, il materialismo di Democrito e quello di Galileo, l'idealismo di Platone e quello di Fichte, tutte idee astratte troppo generali per stare da sole, ma molto più chiare nella testa di qualcuno, anche se molto diverse tra quel qualcuno e qualcun altro, pur essendo questi amici delle stesse idee astratte. E se pure questi autori hanno logicamente cambiato idea nella propria vita, e modificato tali concetti, comunque nelle loro formulazioni abbiamo idee già molto più chiare di quando stavano nel cielo.
Per questo la filosofia dovrebbe tornare a studiare un po' di più la sua storia di fallimenti e conquiste, con la consapevolezza che conoscere un autore a memoria non significa capire bene un'idea e capire bene un'idea senza conoscere un autore non porta ad avere quell'idea più chiara ed oggettiva ma al massimo rende ignoranti rispetto a quel tentativo di arpionare quell'idea, rischiando di cadere negli stessi errori.
Semplicemente, le idee astratte cercano qualcuno con cui diventare un po' più concrete, un po' più chiare, di modo che anche il mio amico Gigi, se fosse davvero comunista ed esistesse un ipotetico comunismo di Gigi, potrei, alla luce delle sue idee e della sua coerenza, decidere se votarlo o meno.
La nuova concretezza delle idee astratte ha tuttavia un pesante prezzo da pagare: la perdita di una presunta oggettività, un vizio di personalismo dell'autore. Ma è proprio quel personalismo che mantiene in vita le idee astratte, che le libera da pregiudizi ideologici del tipo “tutti gli -isti sono stronzi!”, che ci fa dire di essere d'accordo con Gigi e non con Monti (alludo al sottoscritto, beninteso), e che fa diventare dei piccoli autori pure noi, che possiamo liberamente pasticciare col pensiero e farci idee nostre.
Ho aperto questo post dicendo che alle elezioni, un po' tutte le elezioni, sarebbe meglio votare le persone, e non i simbolini, le bandierine e gli slogan, che sono solo la buccia, il marketing delle idee. Questo vale anche quando abbracciamo un'idea etica, religiosa o artistica: dobbiamo prendere le idee astratte e non ragionare (sic) “per partito preso”, ma farci filosofi per noi stessi, osservando caso per caso ed elaborando una nostra, personale idea, attingendo da quelle idee astratte sulle quali i pensatori si sono soffermati per secoli, fino ai nostri giorni.
Per questo è meraviglioso studiare la storia del pensiero, perché in quest'operazione di produzione e raffinazione delle idee non siamo soli, perché ci sono tante idee astratte che prima di passare per le nostre teste hanno già conosciuto tanta altra gente, tanti altri autori che ci hanno scritto pagine incredibili. Queste idee astratte sono sempre in cerca di nuovi amici, e non sono affatto snob, perché non amano essere rinchiuse in gruppi elitari o in sistemi formali. Accogliamole ed aiutiamole a diventare un po' più concrete!

Percepiamo solo le accelerazioni della vita


Rinserratevi con qualche amico nella maggiore stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio, e quivi fate d'aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti: siavi anco un gran vaso d'acqua, e dentrovi de' pescetti; sospendasi anco in alto qualche secchiello, che a goccia a goccia vada versando dell'acqua in un altro vaso di angusta bocca che sia posto a basso; e stando ferma la nave, osservate diligentemente come quelli animaletti volanti con pari velocità vanno verso tutte le parti della stanza. [...] Osservate che avrete diligentemente tutte queste cose, benché niun dubbio ci sia mentre il vascello sta fermo non debbano succedere così: fate muovere la nave con quanta si voglia velocità; ché (pur di moto uniforme e non fluttuante in qua e in là) voi non riconoscerete una minima mutazione in tutti li nominati effetti; né da alcuno di quelli potrete comprendere se la nave cammina, o pure sta ferma.

Con queste magnifiche parole Galileo 'vara' nel mare della scienza e della filosofia naturale il principio d'inerzia, con la voce di Salviati, nella seconda giornata del suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632).
L'esempio è brillante, oltre che estremamente chiaro: all'interno di un sistema sul quale non agiscono forze esterne, non è possibile distinguere se tale sistema, ovvero la nave (e tutto ciò che è in essa contenuto, dai pesci nel vaso alle farfalle al secchiello che goccia dopo goccia riversa l'acqua nel vaso) è fermo o se si sta muovendo in moto rettilineo uniforme. Dall'interno del sistema, che tu sia uomo, pesciolino, pallino verde che cade (vedi immagine sopra) o vaso che goccia, non puoi conoscere se il tuo sistema è fermo o in moto, e neppure di quanto sia in moto, con quale velocità. Sembra che stia fermo (vedi omino che fa il figo nell'immagine sotto).
Ci accorgiamo invece, e molto, delle accelerazioni, ovvero del cambiamento di tali velocità. Non è difficile sciorinare esempi, dal decollo di un aereo alla partenza rapida di un'auto; il passeggero all'inizio viene spinto all'indietro con una forza pari (quasi) alla sua massa per l'accelerazione del mezzo, e poi (quasi) non si accorge di essere in viaggio quando il mezzo raggiunge una velocità che mantiene (quasi) costante. I 'quasi' sono d'obbligo, perché il mondo è molto più complicato degli esempi dei filosofi, complicato almeno quanto i controesempi dei brontoloni puntigliosi – i quali, a scanso di equivoci, sono tutti professori di brontologia teorica, raramente applicata.
Mi viene spesso da pensare, nella vita, che ci accorgiamo per davvero solo delle accelerazioni, inteso più generalmente come variazioni, come cambiamenti tra un t0 ed un t1, come Δqualcosa, tipo Δv/Δt, per fare una (accelerazione) media, perché per quella istantanea dobbiamo scomodare le derivate, ma il concetto, senza arrivare al limite, è il medesimo. Se la velocità è costante, l'accelerazione è 0, pertanto non ci accorgiamo di nulla.
Per fare un bel volo pindarico, l'esempio può essere traslato e generalizzato. Quante volte avete desiderato qualcosa, e vi siete ben accorti di come è cambiata la vostra vita dopo quel 'cambio di passo', dopo che l'avete ottenuta? Bene. Ora quel qualcosa ha incrementato la vostra velocità. C'è stata un'accelerazione, una forza ha interagito col vostro sistema. Poi si è fermata – perché ogni cosa agisce, si stanca e se ne va a prendere un caffè. Pure l'energia: nulla si crea, nulla si distrugge, ma dopo un po' tutto si stanca. Se la vostra velocità era v0, adesso è aumentata. Ora è v1, v+qualcosa. v1=v+at, dove il tempo t permane finché non arriva la pausa caffè che ferma l'accelerazione impressa dalla forza.
Ora la vostra velocità non è più v0, ma è v1. Oh, sembra incredibile, ma non è assolutamente cambiato nulla rispetto a prima! Era palese che ci sarebbe stata una fregatura... Appena avete ottenuto quello che desideravate, appena è successo quell'evento (anche negativo, perché le accelerazioni sono anche negative!), dopo aver ottenuto quel lavoro, quella moto, quel telefono, quel vestito, quel super computer, la playstation nuova, quel trasponditore del continuum o quella racchetta da badminton o dopo qualsiasi altra cosa non si può che cadere in quello stato inerziale tanto descritto da quella gentaccia – che però han capito tutto, o quasi (vedi sopra per precisazioni sul 'quasi') – di Leopardi o Shopenhauer: la noia. Spesso sinonimo di inerzia, appunto.
Per questo percepiamo solo le accelerazioni. Per questo viviamo solo quando c'è cambiamento, mutamento. Per questo amiamo la stabilità solo quando, appunto, è intesa come accelerazione più o meno costante, come qualcosa di regolare, senza sbalzi troppo forti, ma non inerziale; come una stabilità in crescendo, un avvicinarsi via via (= accelerare) verso i nostri sogni, i nostri ideali di vita. 
Per questo amiamo la sicurezza del contratto fisso, ma se siamo dipendenti statali legati all'inerzia della carriera siamo demotivati e depressi ugualmente (quasi più dei disoccupati... stranezze della vita), per questo un brutto evento ci abbatte, ma spesso ad una serie di brutti eventi ci si rimbocca le maniche e se ne esce, per questo soffre sempre di più chi non è abituato a soffrire, e stiamo male per stupidaggini; perché corriamo tutti, andiamo tutti di gran carriera, ad una velocità v molto alta, abituati a tante accelerazioni positive, abbiamo tutto e vorremmo avere sempre di più, e soffriamo anche una piccola decelerazione (peraltro via via sempre più probabile, all'aumentare della velocità), se dobbiamo solo rallentare per evitare una buca, se dobbiamo privarci di qualcosa.
Si percepisce solo il cambiamento. Ciò che resta costante è noia, quasi non ce ne accorgiamo, anche se è una buona costanza. Ad una fugace accelerazione ci si abitua subito, ad una rapida decelerazione si soffre. Quello sfigato di Recanati colpisce ancora; persino per molti amici idealisti, da Eraclito ad Hegel, l'Essere è continuo mutamento: hanno ben ragione, le cose che restano inerziali non fanno molto notizia e vengono presto a noia!
Ma che succede in caso di accelerazione costante? Non ne ho idea, anche perché anche un'accelerazione costante fa aumentare la velocità col tempo al quadrato, quindi va sempre più forte. Ai tempi del liceo ho sempre pensato che un'accelerazione costante fosse un po' l'archetipo della perfezione, di una feli(velo)cità sempre crescente e regolare... ma ora, che scrivo stupidaggini su questo blog tra fisica, filosofia e scienze delle farfalle, ho solo le idee più confuse. Fortunatamente, nel leggere le splendide pagine di Galileo si fa sempre un po' tutto più chiaro...

Tra storia e storie della storia


Il lavoro dello storico presenta da sempre molte problematiche; si vorrebbe fare della storia una scienza esatta, ma ogni epoca, ogni evento, ogni paragrafo scritto sul manuale di storia nasconde un esercito, una schiera di revisionisti, di negazionisti e di megalomani che vorrebbero dar fuoco a quel manuale, neanche fossero i pompieri di un celebre romanzo di Bradbury. Non è facile ricostruire la storia, né distinguere in essa il prodotto dai produttori – poiché anche la storia è un prodotto dell'uomo.
Forse non sarà capitato a tutti di affrontare un dibattito feroce sulle scelte politiche di Pisistrato o sulle campagne napoleoniche, ma difficilmente non si entra in contatto con tematiche come l'ascesa della Germania nazista, la nascita dello stato di Israele o le cause degli attentati dell'11 settembre, per fare degli esempi davvero random.
Come sono andate oggettivamente le cose? 
Ognuno fornisce i suoi dati, e li elabora. La differenza tra dato ed informazione è che il dato, se non viene elaborato, è solo un numero, un segno, privo di significato. Durante il processo di produzione dell'informazione storica dai dati grezzi ogni storico rischia di introdurre un pizzico di sé, delle proprie idee politiche, sociali, economiche o religiose. Questo modo umano, troppo umano di produrre la storia, è proprio il casus belli che permette la nascita di quell'esercito (neanche troppo) nascosto di complottisti, revisionisti, negazionisti, anticospirazionisti, debunker – e chi più ne ha più ne metta.
Credo che chi ha a che fare con la storia, dai liberi pensatori agli storici tout court, debba sempre fare distinzione tra la storia, ovvero i dati (fonti) che non ci faranno mai risalire alla storia nella sua interezza (le fonti stanno un po' al fenomeno kantiano come la storia sta al noumeno), e storia della storia, ovvero la storia di come è stata prodotta la storia, inclusi tutti gli storicismi più o meno celati da una pretesa di (descrivere la) verità – che si manifesta nella storia.
Non c'è, in questo, da parte mia, una stigmatizzazione etica. Non penso che sussista la storia, di serie A, e le storie della storia, tutte bozze di serie B; credo che la posizione più onesta sia accettarle entrambe ma essere in grado di distinguerle, la prima come materiale, le seconde come numerose e spesso contraddittorie elaborazioni di quel materiale.
Ad esempio, spesso le storie di come è stata prodotta la storia sono più interessanti della storia in sé: ho recentemente ascoltato una conferenza sulle stimmate di San Francesco, ed ho apprezzato molto il sociologo che si è allontanato dal mero dato storico del booleano “stimmate: vero/falso” (storia), che tanto o ci credi o non ci credi, ma che ha posto l'interesse della discussione sulle fonti che riguardano Francesco, in particolare sul ruolo di Elia da Cortona, suo successore, e sulle sue vicende nella produzione della biografia del maestro e nello sviluppo dell'ordine dei francescani sulla figura non più storica, ma storicizzata, del santo. Insomma, non possiamo parlare di Gesù (ma anche di Napoleone, del comunismo sovietico o dello sbarco in Normandia) prescindendo dalla nostra ideologia, e non possono farlo neppure gli storici, se non citando una sequenza di dati e date, patti ed alleanze politiche, eventi e confini degli stati che mutano, che poi è tutto quello che malvolentieri incontriamo nei manuali scolastici. Nell'interpretazione di fatti tanto complessi ed incredibili c'è sempre qualcosa che sfugge, e, giustamente, c'è chi non è d'accordo sulla versione ufficiale. C'è un pizzico di storicismo in tutte queste analisi storiche, un senso di verità che è causa o mezzo o fine di un processo storico o di un evento, anche se non in presenza di un vero e proprio sistema filosofico organico – e questo non è necessariamente un male, è anzi un fatto col quale, in quanto uomini, dobbiamo fare i conti. Persino il debunker più scientista difende la versione ufficiale con l'ideologia del “i cospiratori sbagliano sempre”: non sarà una filosofia della storia, ma già è una base per svilupparla.
Non si può far storia senza uomo, ma l'uomo produce la storia, spesso molto più di quanto non sia la storia a darsi.
Per questo può essere interessante sapere come Elia da Cortona ha prodotto la storia del suo maestro, o come il Concilio di Nicea abbia prodotto una certa figura di Cristo attraverso certi e non altri vangeli, di come i risultati del secondo conflitto mondiale abbiano retro-prodotto la storia degli eventi di quel conflitto o come il nostro sistema economico ha scritto e continua a scrivere le pagine di tutto ciò che lo ha preceduto. In questo senso, il lavoro dello storico è sempre uno spostarsi attraverso differenti prospettive, e non giunge mai ad un punto di vista privilegiato.
Per questo penso che vada distinta la doppia faccia della storia: una storia in quanto mutazione di cose e fatti del mondo e della società nel tempo, la storia oggettiva, ma anche insieme di dati grezzi; e tante storie della storia, ovvero tutte le produzioni e tutti i produttori di mille storie differenti che confluiscono nello stesso disegno, pieno di incertezze, attraversato dalla freccia del tempo.
Anche la storia contemporanea subisce l'interferenza delle opinioni concrete di chi le vive, per questo non si fa mai storia con l'oggi ma si può fare storia solo con fenomeni già conclusi. Ma più ci si allontana nel tempo, più la storia è anche storie della storia, è vittima di storicismi troppo forti, di fonti falsificate o mitizzate e di opinioni di fondo di chi la analizza, molto spesso contrarie all'opinione comune. Anche per questo la storia non è una scienza esatta. Per fortuna. Diventerebbe altrimenti noiosa come un manuale scolastico!

Sulla duplice soluzione del problema di uovo e gallina



Credo che sia ermeneuticamente impossibile, per un vero filosofo giunto ad un punto cruciale della propria maturazione intellettuale, eludere il problema classico dell'uovo e della gallina. Per un caso fortuito mi sono recentemente ritrovato ad affrontare di nuovo la questione sulle pagine di un forum a me caro, e da quest'ultimo serio sforzo dialettico ho raggiunto la consapevolezza di poter alfine postare il risultato di anni ed anni di studi e ricerche sul problema fondamentale della storia della filosofia.
La mia risposta, in un'epoca di relativismo irrisolto come l'attuale, da adito ad almeno due possibili interpretazioni antitetiche, le quali, se non si vuole essere superbi come Hegel, difficilmente giungeranno ad una sintesi unitaria che non sia un pensiero coercitivo di potenza.
Il problema classico riguarda, neanche a dirlo, le cause prime, pertanto non può essere in alcun modo rigettato in quanto problema essenzialmente metafisico, idealistico. Vogliamo dunque distinguere almeno due casi.
La prima soluzione è di tipo creazionista; fideistica, strettamente legata alla creazione divina.
La Bibbia (Genesi 1:20) in proposito è molto chiara:
Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo».
La risposta non lascia ombra di dubbio. Prima la gallina, creata da Dio, e successivamente quella gallina deve aver deposto delle uova per tutte le galline successive. Dio ha creato la Eva-gallina già bell'e pronta, e questa ha deposto le sue uova.
La seconda soluzione è invece quella proposta da Darwin e dalla sua discendenza intellettuale; se infatti si vuol essere evoluzionisti, quindi anche di mentalità scientifica e positivista, di certo c'era un animale pre-gallina che gallina non era, che, un certo giorno, deve aver deposto delle uova un po' particolari, con delle mutazioni genetiche al suo interno. Data una definizione esatta di 'gallina' (in senso genetico), deve esserci stata una non-gallina (la nostra pre-gallina) che ha deposto l'uovo della prima gallina, della Eva-gallina. Quella gallina è ovviamente uscita dal suo uovo, quindi per l'evoluzionista è venuto prima l'uovo (di una non-gallina) che però era l'uovo della Eva-gallina.
In conclusione non abbiamo trovato una soluzione unitaria, ma due soluzioni possibili per due possibili soluzioni: per il creazionista viene prima la gallina, per l'evoluzionista prima l'uovo.
Questa congettura, lungi dal voler essere una risposta definitiva ad un problema apparentemente insolubile, vuole soltanto essere un mio piccolo contributo ad un dibattito che perdurerà vivo e vitale per tutta la storia del pensiero.

Tra il tutto e la somma delle parti

Una frase matematico-mistica che filosofi e pensatori si mettono spesso in bocca è la seguente: “il tutto è maggiore della somma delle parti che lo compongono”.
L'espressione nasce agli inizi dell'ottocento in Germania, ed è uno dei principi fondamentali della psicologia della Gestalt, che si contrapponeva allo strutturalismo di Wundt; da un lato un approccio più olistico, perché l'individuo non è solo la somma dei suoi comportamenti, dall'altro un approccio più scientifico-sperimentale. L'esempio che spesso si fa per chiarire il senso della frase è: le qualità della torta (dolcezza, morbidezza, ma anche più semplicemente il colore, la forma ed il sapore) non sono nella somma delle sue parti, nei suoi ingredienti. Provate infatti a mettere uova, zucchero, cioccolato e quant'altro in un vassoio, e di certo non avrete una torta. Forse Aristotele non sarebbe d'accordo, per il quale già negli ingredienti, se intervengono ulteriori (f)atti (come probabilmente un bravo pasticcere) c'è in potenza la torta bell'e pronta. Un altro esempio è quello della melodia: la piacevolezza del suono sincronizzato di tutti gli strumenti è ben più della somma degli ascolti degli strumenti ascoltati singolarmente.
Credo che il senso profondo di quest'espressione sia molto più semplice: la qualità è molto di più della  somma delle quantità. Questa conclusione è sicuramente vera, oserei dire ovvia: riducendo qualsiasi entità a quantità al puro scopo di avere una misura esatta di una sua componente, perdo sempre qualcosa dell'oggetto in analisi. Su questo argomento, giustamente, dibattono ancora i filosofi. Se prendo due T-Rex che fanno una gara di corsa e li riconduco a puntini con accelerazione a e velocità v, ho perso parecchio (almeno due dinosauri), anche se con i dati esatti è facile calcolare chi vince, mentre senza quantità lo scienziato resta nel mondo aleatorio delle scommesse dei bookmakers dei Flintstones. Quando lo scienziato astrae quantità numerabili perde automaticamente la qualità, e ri-sommando le quantità non si ottiene di certo la figura iniziale, anche se con esse si risolvono problemi analitici, scientifici. Per questo la qualità (la bontà della torta, la pienezza della melodia) è sempre più della somma (quantitativa) dei suoi elementi. 
Oserei però spingermi un po' più in là, perché la cosa, messa così, ancora non mi soddisfa. Il problema è gettare nel calderone qualità e quantità, che restano non accomunabili, figuriamoci se sommabili! Logicamente, “tutto – somma_parti = x”, dove x dovrebbe essere 0. Per la Gestalt, l'operazione avrebbe come risultato un numero maggiore di 0. Il problema invece è proprio la non-sommabilità di un “tutto” non numerabile, ancora non quantitativo.
Ho recentemente visto una bella immagine su una rivista di un ipotetico 'viso di donna più sexy del mondo'. Semplicemente un gruppo di esperti del gossip, armati di photoshop e tanta pazienza, hanno fatto un sondaggione sulle parti del viso delle celebrità ed hanno fatto un collage delle “parti” (naso, occhi, bocca, capelli etc.) vincenti. Il montaggio sarà stato pur ottimo, ma il tutto non era poi così bello: le parti troppo 'vistose' di tutte quelle belle ragazze finiscono per stridere. Questo andrebbe insegnato a chi non si accetta per com'è, in questa corsa folle tra estetisti, silicone e botulino: anche nella particolarità di un bel viso, anche nel difetto che spicca tra i pregi spesso sta la vera bellezza, quel qualcosa che ti prende e ti affascina, quella curiosità della buona forma (che è appunto il significato di gestalt), e non della somma disorganica di pezzi di qualità. Il bel viso fotoritoccato insomma non era poi così bello, rispetto a tanti visi con componenti singolarmente peggiori. Ma allora il tutto è anche meno della somma delle parti!
Il problema era già stato risolto: la questione tra tutto e parti non si risolve col segno di maggiore o minore, né con quello di addizione o sottrazione. Il tutto, inteso appunto come qualità della forma, dell'insieme, dell'ente che non viene parametrizzato e reso quantitativo, è semplicemente altro da qualsivoglia astrazione numerica o misura. Perché si misurano sempre parti, ma non è possibile discretizzare tutte le parti per ricomporre il disegno originale con una semplice operazione di somma.
In definitiva, quindi, ricuserei ogni segno di maggiore o minore. Agli amici che usano spesso questa espressione, suggerirei una leggera modifica; semplicemente: il tutto è diverso dalla somma delle parti. 

Ciò che la poesia non è più


Ormai quei poeti non sanno più
di quel bel gioco oltre la siepe
e le grida, gli schiamazzi
nelle piazze e nel paese.
Non t'imbatti in paesi, piazze
schiamazzi, grida, giochi
né poeti. Mai.
C'è chi si accontenta dell'infinito
e chi non trova pace, né sazietà
solo tra le ombre dei palazzi;
una città buia, senza luce
e piena di luci | tante
tantissime, piccole e brillanti
dappertutto
come mille lucciole senz'anima.
Nel buio scenderà sul tuo corpo,
ma non avrà quel sapore antico.
Tornerai ad amare la poesia
solo quando capirai –
ciò che la poesia non è più.

Perché le montagne crescono al contrario


C'era un bambino, lungo il sentiero
che indicava, affascinato
al nonno
quella montagna laggiù.

- Un giorno diventerò grande.
Grande proprio come quella montagna laggiù.
E sarò alto e forte e difficile da scalare, potente, e tutti mi guarderanno e diranno
di voler diventare come me: ammirate tutti quella montagna laggiù!
Ed era felice, nel pensarsi proprio così, come la sfida
per chi ascende con le braccia e chi scala la pietra
col cuore e chi domina l'altezza
con il volo più alto
del pensiero.

Rispose il nonno, con occhi di cielo
ma con una lacrima – del sapore del lago
- La vedi quella collina?
Indicava un'altura modesta.

- Quella piccola collina
che vedi, più vicina
è molto più antica della tua montagna laggiù.
Ciò che ammiri è infatti
la più giovane
tra le alture di queste terre.
Superba; la vedi s'innalza, possente e fiera ed ingenua.
È tutto quello che mostra, e nient'altro.
Quella montagna laggiù si è sollevata da poco
perché voleva sfidare il mare e la terra ed il cielo.
Un tempo anche la modesta collina,
nacque proprio come quella montagna laggiù
ed era proprio così: un gigante.
Ma i millenni l'hanno cambiata:
oggi
non mostra altro che i segni del vento
del gelo e dell'acqua
e del tempo.
Si è mitigata,
raddolcita,
è un declivio sereno
che rifugge
l'asprezza sprezzante
del suo passato.

Le montagne non crescono,
insegnano l'umiltà
e la serenità
a chi vorrebbe
diventare grande
(al contrario).

Facebook come fondamento primo della verità


Ricordo ancora con un certo autocompiacimento quando al liceo spiegavo ai ragazzi come il problema della ricerca della verità che si poneva il giovane Cartesio quando terminò i suoi studi e decise di leggere il libro del mondo fosse quantomai attuale: in particolare in un'era ricca di informazioni (vere e false) come la nostra.
Oggi la verità non la ricerchi solo col professore, ma anche con google e con la wikipedia, spesso fraintendendo, ma di certo con una rapidità di accesso alle informazioni di svariati ordini di grandezza superiori rispetto a quello che era qualche anno fa – la distanza tra due click e prendere l'auto per andare in biblioteca (e solo negli orari prestabiliti) è davvero enorme, di certo molto più vistosa della distanza tra la fine degli anni novanta ed il secondo decennio del duemila. Se usati bene, poi, i due click sono persino più performanti anche in termini qualitativi di tutti i tomi della biblioteca.
Ricordo anche un vecchio post su 'La Lapide' (il mio blog storico) in cui scherzavo sulle catene di Sant'Antonio in formato e-mail che in quei periodi entravano in competizione con lo spam selvaggio e con i primi filtri antispam in fase embrionale.
Oggi leggo certe bufale su faccialibro davvero da inorridire. Ma inorridisco ancora di più quando queste bufale si diffondono a macchia d'olio e nessuno si preoccupa di cliccare su google e prendere le dovute precauzioni. Faccio due esempi che mi sono capitati ieri, dove un minimo di interesse per le fonti e per l'attendibilità delle notizie, prima di far partire la polemica, credo che sia d'obbligo.
Due esempi davvero simpatici.

"Il latte in cartone, quando non è venduto dopo un determinato termine di tempo è rispedito in fabbrica per essere pasteurizzato un'altra volta...Questo processo può ripetersi fino a 5 volte, cosa che conferisce al latte un sapore diverso da quello iniziale, aumentando la possibilità di cagliare e riduce significativamente la sua qualità, nonché anche il valore nutritivo diminuisce...
Quando il latte ritorna sul mercato, il piccolo numero che vedete dentro il cerchietto nel file allegato viene modificato.
Questo numero varia da 1 a 5.
Sarebbe conveniente comprare il latte quando il numero non supera il "3". Numeri superiori comportano una diminuzione nella qualità del latte. Questo piccolo numero si trova nella parte inferiore del cartone; se compri una scatola chiusa, è sufficiente controllare uno dei cartoni, tutti gli altri avranno lo stesso numero.
Ad esempio: se un cartone ha il numero 1, vuol dire che è appena uscito dalla fabbrica; ma se ha il numero 4, significa che è già stato pasteurizzato fino a 4 volte ed è stato rimesso sul mercato per essere venduto..."
Eri a conoscenza di questa cosa? Condividela! :(

Benzina: si sa che in Italia sono state introdotte tasse supplementari, ma è possibile che in Svizzera costi davvero quasi la metà? Basta cliccare sull'immagine (su facebook, non qui) e leggere una valanga di commenti di gente che vive (per fortuna) in Svizzera, i quali ribadiscono che nel paese del cioccolato sfizero la benzina costa al massimo 0,20€/lit in meno che da noi. Differenza che non è poco, ma non è neppure poi così abissale. Ma almeno la polemica ed il vittimismo dilagano, ed un sacco di gente condivide con commenti inorriditi.
Latte: questa bufala (non la mozzarella né il latte di) ha del sensazionale. Se fosse vera, dubito che un sistema di numerazione sulla confezione indicherebbe un dato tanto sensibile. Si potrebbe codificare in qualche modo, ma lasciarlo così espresso è davvero da suicidio per la credibilità chi produce latte, appena scoperta la notizia. Del resto, è stata subito smentita da ogni dove e su ogni sito, dal Corriere a siti indipendenti di produttori. 
Questo rimanda alla definizione tecnica di 'informazione', che differisce dal 'dato' in quanto il dato è materiale grezzo, mentre l'informazione è un dato interpretato. Che sulla confezione del tè sia scritto '2013' (dato) non posso metterlo in dubbio, ma sta alla mia capacità di giudizio riconoscere se è un numero a caso sotto il codice a barre, se è la data di scadenza della confezione o se è la scadenza del concorso 'bevi turbotè e vinci una scorta per un anno!'. Se poi fossi molto furbo, potrei ipotizzare che quel '2013' è un messaggio degli alieni e condividerlo su faccialibro per vedere l'effetto che fa. Anche sul caso del latte, ho visto un sacco di gente condividere e nessuno informarsi (vengo anch'io!).
Viviamo forse in un periodo da polemica facile. Ma un minimo di educazione alla ricerca delle fonti ci vorrebbe proprio, soprattutto in Rete. Suggerisco di non assurgere l'attendibilità di Facebook a fondamento primo di verità, si rischia fino ad un massimo di 5 pastorizzazioni!!

pubblicato nel blog: Lo Stimolo, dissertazioni da tazza

La debolezza di Re Ottmar


Ottmar si accasciava sul trono come un fantoccio di pezza, lacrime di autocommiserazione gli inumidivano la barba. Alla mia corte, il suo ruolo sarebbe da tempo stato usurpato da qualcuno più forte, ma a Willendorf era stimato anche nella sua debolezza.

Questa citazione del vampiro Kain, tratta dal vecchio Blood Omen: Legacy of Kain (1996), videogioco che ho ripreso di recente per retrogaming, mi ha sempre fatto riflettere, dalla prima volta che l'ho sentita, parecchi anni fa.
Ho sempre di fronte agli occhi l'immagine (alla bassa risoluzione e coi pochi poligoni dell'epoca - al resto pensa l'immaginazione) di quell'uomo afflitto, con la schiena ricurva sul suo trono, sul volto l'espressione di un re preoccupato, terrorizzato per la sorte di sua figlia malata, distesa davanti a lui, mentre il suo pensiero non ha spazio per il suo impero, sotto l'attacco delle truppe nere della Nemesi. 
Volendo uscire dal contesto videoludico e dalle vicissitudini della trama, mi stupisce sempre il pensare ad una persona stimata anche nella sua debolezza. Penso che nella società contemporanea si sia un po' perso questo senso di apprezzamento e stima dell'umanità in quanto tale, anche nelle sue forme più fragili. 
Mi capita di parlare spesso a riguardo con psicologi e sociologi professionisti, e mi sento ripetere, e leggo di frequente che noialtri, giovani d'oggi, siamo tutti un po' vittime di un perfezionismo eccessivo. 
Non è colpa nostra, beninteso. Lo vedo tutti i giorni sul lavoro, ad esempio: dobbiamo essere infallibili. Prima di entrare anche solo in prova, il datore di lavoro richiede 'con esperienza'. Nessuno, infatti, è disposto ad insegnare il mestiere: o il giovane è un robot programmabile già programmato, oppure non ha neppure la possibilità di provare. Per chi supera il primo ostacolo, attenzione: al primo errore si è fuori, perché c'è un esercito di persone dietro di noi che vorrebbe rubarci il posto. Dobbiamo dimostrare di essere i migliori. Dimostrare sempre. Una volta c'era (o c'era una volta) il contratto a tempo indeterminato: il nostro parente che ha un posto come dipendente statale (dagli uffici alle cattedre scolastiche) ha superato un concorso, degli esami o qualcosa del genere – poi, una volta sotto contratto, ha potuto rifiatare: doveva solo lavorare, e non dimostrare ad oltranza le proprie capacità per sopravvivere. Noialtri invece dobbiamo dimostrare giorno dopo giorno, perché in quest'epoca la storicità delle buone azioni non è messa a verbale, e perché il contratto scade ogni anno. Ogni mese. Ogni giorno. Ogni chiamata. L'unico modo per sopravvivere è dire sì alla proposizione: “io sono Superman”. 
Non parliamo dei diritti. Per una donna incinta o per una persona malata, sopravvivere nel mondo del lavoro è impresa ardua. Non possiamo mostrare i fianchi: la vita è sempre una dura battaglia in cui sopravviviamo noi o il nemico. O siamo perfetti o niente: agisci o muori.
Non cambia il discorso nelle sQuole e nelle università. Si parla sempre di meritocrazia, quando chi ci insegna è il primo ad esigere la perfezione espositiva e conoscitiva, ma, come ripeto spesso, se un docente dice “non lo so” è per onestà intellettuale, se lo dice uno studente significa che non ha studiato. Spesso quel docente è salito in cattedra negli anni sessanta, proprio quando quella cattedra era agevole: bastava dimostrare qualcosa (o anche senza il 'qualcosa', bastava essere dimostranti), e da quel momento in poi nessuno l'avrebbe più potuto sollevare dall'incarico. Noi studenti invece ogni giorno a bussare contro porte di pietra: dai primi anni ai dottorandi, con la foga della battaglia perché uno su mille ce la fa, e quell'uno deve essere il necessariamente il migliore. Poi, ad un passo dal traguardo, scopri che invece era il solo più raccomandato.
Ho sparato qualche invettiva  a vanvera, potrei proseguire con centinaia di esempi ma mi fermo qui, lasciando alla fantasia del lettore ulteriori argomenti. Per oggi non voglio dimostrare più nulla. 

Re Ottmar
Screenshot da Blood Omen (1996)
Mi piacerebbe sentirmi, almeno ogni tanto, come Re Ottmar. Senza il timore indicato da Kain, di essere sempre a rischio di venir usurpato da un individuo più forte di me. Sarebbe bello avere un regno (ma anche solo una classe, o un posto di lavoro) in cui tutti ti apprezzano sia per quello che vali sia per quello che non ti riesce, per i tuoi difetti, per le tue debolezze; anche solo perché ti rendono più umano, più vero agli occhi degli altri.
Mi piace sognare un mondo in cui un uomo è apprezzato anche nelle sue debolezze; esse sono la condizione necessaria dell'umano per determinarsi in quanto umano. 
Lo spazio per i superuomini, per il tanto discusso post umano, preservatelo nei vostri racconti mitologici futuristi e nelle favole da utopisti megalomani e filosofi dell'ansia da prestazione scientista. 
Tutto il resto è debolezza. Tutto il resto è umanità.