La Filosofia del TuTTorial




Oggi tutto è tutorial. TuTTorial.

Non sappiamo più far nulla (o quasi, dai), ma sappiamo assemblare cose, indicazioni, mobili, ricette ed idee. Il tutto a patto che ci dicano sempre esattamente come. Meccanicamente. “Qua nessuno c'ha il libretto d'istruzioni”, cantava Luciano Ligabue, che di certo non è un attento sociologo. Oggi tutti abbiamo il libretto di istruzioni. Tanti libretti di istruzioni. Testuali, audio e video. Tutti tutorial.
Abbiamo dinanzi una situazione ma non abbiamo strumenti d’analisi per capire il problema e sintesi per risolverlo, il nostro cervello funziona sempre più come un: “analizza il problema per trovare le parole chiave da cercare su Google”. Quante volte vi è capitato? A me spessissimo.

Il “tutorial”, o “tutoriale” (suona da schifo in italiano) implica nella stessa definizione la presenza di un tutore. Chi è il tutore?
Il tutore, ad esempio, è il GPS in auto o nel cellulare: dopo ore perse ad aprire applicazioni pesantissime, impostare parametri, attendere la geolocalizzazione di almeno tre satelliti, il calcolo del percorso e caricamento dei POI online, alzi la testa da quel maledetto touch screen e scopri di essere già arrivato. “Allora ce l’ho questo senso dell’orientamento!”, si ma intanto hai perso un’ora a pasticciare sul dispositivo. Tratto da fatti realmente accaduti(mi), ovviamente.
Il tutor, letteralmente, ti fa decelerare quando vai troppo forte. Guidare col piede più leggero sul gas, invece, è improvvisamente troppo difficile.
Stai male? Hai sintomi? Cercali su Google. Chi di voi non ha mai fatto ricerche mediche su Google, scoprendo di avere meno di 24 ore di vita? (Rivelatisi poi sintomi di una comune influenza da due soldi). Penso che Berlusconi se la sia diagnosticata lì la famosa uveite, dopo un post brillante di streghetta74 su Yahoo Answers.
Hai problemi con il PC? Di nuovo Google ha la risposta. Lui è il tutor maximus (dopo ovviamente c’è Salvatore Aranzulla con le sue malsane strategie SEO). Ma in questo spesso funziona, per chi sa ben identificare il problema, trattandosi di problemi di macchine prodotte in serie – e pertanto serializzabili anche i problemi.
Vuoi cucinare? Leggi i tutorial per il Bimby: butta dentro l’apparecchio le cose nell’ordine e con i tempi giusti e sarai un cuoco degno di Master Chef. Lo stesso dicasi per le mirabolanti ricette per il microonde.
Ti senti un vero artigiano? Puoi esserlo: segui passo passo il libretto dell’IKEA e scoprirai che non ci voleva poi tanto a montare l’armadio di due metri direttamente in cameretta.
Più in generale, per ogni cosa c’è un’app. Un altro tipo smart-tutore. Roba che ti ritrovi a chiedere all’app del meteo “che tempo fa” prima di guardare fuori dalla finestra.
Chitarrista? Via i vecchi ed obsoleti spartiti, la musica non è questione di suono o di orecchio. Ci sono le tab! Un metodo geometrico semplicissimo che ti dice dove premere e quando, e se proprio non ci riesci dai in pasto il tutto ad un programma tipo Guitar Pro o Tuxguitar (per gli amici Linuxari) che ti suona pure. Stesso discorso per titoli come Rocksmith, un videogioco con la chitarra “vera” ed un jack USB che con un metodo analogo ti fa capire cosa premere e quando – che t’importa di sentire il suono? Anche un sordo saprebbe suonare perfettamente in questo modo. No, non un sordo tipo Beethoven…
A proposito di videogiochi: mi spiegate perché oggi fanno pure tutorial per insegnarti a saltare? Guardate ho una carriera pluridecorata nel settore, lasciatemi imparare giocando!
Anche nella lettura il simpatico Kindle ci aggiorna in tempo reale su quanto tempo impiegheremo per terminare il libro, e noi ci fidiamo ciecamente delle sue equazioni. Salvo scoprire a due ore dalla fine “presunta” che il libro è già finito ed il povero idiota digitale sta calcolando come pagine anche la lunga bibliografia in appendice.
Per non parlare di youtube: ci sono video anche su come pettinarsi i capelli, tutte quelle cose femminili del makeup per le quali la parola tutorial è oggi celebre. Ora che ci penso, dovrei imparare anch’io a pettinarmi i capelli.
Sembra addirittura che abbiamo smesso di produrre pensieri propri, anche per esprimere idee ci affidiamo al testo scritto da altri: ci avete mai pensato che quando si “condivide” su Facebook si condividono pensieri prodotti da altri, spesso sconosciuti? Quanti di voi hanno condiviso post/pagine/contenuti di vostra creazione nelle ultime due settimane? Di sicuro in pochi.
Tutorial sono io, quando evidenzio simpaticamente in grassetto qualche parola ogni tanto, per far focalizzare l'attenzione in un post di più di tre righe, altrimenti i lettori del 2014 si perdono nella densità del testo quando leggono tre parole in più.

La Filosofia del TuTTorial è oggi imperante, deleghiamo alla macchina, al video ed al testo (spesso facilmente reperibili online) ogni aspetto del nostro fare; fatto non del tutto negativo, poiché porta diversi vantaggi in termini economici e di tempo impiegato, ma andrebbe acquisita una coscienza riflessiva per bilanciare le attività: ci sono situazioni reali in cui l’utilizzo dello strumento informativo è effettivamente utile, altri in cui è fondamentale ed altri in cui dobbiamo re-imparare a far sbocciare la nostra creatività, prima che si addormenti per sempre. 

Anche questo post, sebbene faccia schifo, l’ho scritto io, ma senza tutorial – e questa, ammettiamolo, già sembra una gran conquista…

Meglio il mio “male” o il tuo “peggio”?



È di qualche minuto fa la dichiarazione dello scrittore Aldo Busi, a Piazza Pulita su La7:

È più violento un ragazzo che brucia un cassonetto o i manager di Stato che prendono 600 milioni di euro all’anno?

La frase è riferita alla protesta di sabato scorso a Roma che si è protratta fino agli attuali insediamenti a Porta Pia. Non entrerò qui nel merito della questione, per la quale i manifestanti hanno tutta la mia comprensione. Vorrei solo astrarre un po’ l’affermazione. Generalizzarla. Come fanno da sempre i filosofi.
Mi colpisce la frase e la stortura etica che nasconde un simile argomento retorico, quando questo è volto a giustificare un fatto negativo, mettendo in luce un fatto (ancor più) negativo. 
La domanda retorica del buon Busi è infatti vera e per certi versi condivisibile: è sicuramente più “violento” (nel senso di “dannoso” per la società, ma anche nel senso di “crudele”, inteso come senza etica né educazione alla convivenza) un manager di stato che lucra immeritatamente sulle tasse dei cittadini di un povero ragazzo disoccupato che brucia un cassonetto come segno di protesta, ma questo argomento non giustifica il cassonetto bruciato – sebbene di fatto lo faccia, e pure a fin di bene. 
Un altro esempio è l'argomento ad hominem: “io ho rubato 100 euro, ma tu ne ha rubati 5000!”. Chi ruba 5000 euro deve essere punito con più severità rispetto a chi ne ruba 100, ma se l’argomento in questione era il mio furto di 100 euro, invocare il tuo furto da 5000 euro è solo un argomento retorico per distogliere l’attenzione da un fatto all’altro. 
“Meglio colpire un albero ai 180 Km/h o colpirlo ai 100 Km/h?”. Credo che la persona razionale dica: “sarebbe meglio cercare di non colpirlo”, aggirando logicamente l’argomento-trappola, con la responsabilità di chi non sta al gioco. Troppo facile rispondere “100” a gran voce come il pubblico televisivo-zombie di Iva Zanicchi qualche anno fa. 

La macchina del fango di quest'epoca si alimenta con argomenti potenti come questo. Argomenti purtroppo intrisi di cattiva retorica e fortemente diseducativi, con i quali noi giovani facciamo i conti tutti i giorni ricevendo sovente il cattivo esempio dai media, come in questo caso, senza avere gli strumenti per comprenderli e disinnescarli. Impariamo così a ragionare in questo modo, e trasliamo questo genere di argomenti dall’iperuranio malato dello schermo televisivo alla nostra quotidianità, con risultati sovente pessimi sul nostro senso civico e sociale. Anziché fare a gara tra cattivi esempi, non sarebbe meglio argomentare in maniera virtuosa? Siamo davvero condannati, nella società come nella politica, a perseguire la filosofia e la pratica del “male minore”?

Sulla bufala della “Storia dell’Arte cancellata” (e sulla sQuola reazionaria)



In questi giorni circolano con insistenza in rete notizie circa gli effetti a lungo termine della Riforma Gelmini del 2010, rei a quanto si legge di aver inferto un colpo mortale all'insegnamento di Storia dell’Arte nelle scuole secondarie. Grande sfregio alla cultura dei giovani non rettificato (per non dire confermato) dal Decreto Scuola varato dall’attuale Ministro Carrozza. Ed ecco che spunta la solita, sacrosanta petizione (eccola, su firmiamo.it) già con oltre 3.000 firme per salvare la cultura dalle oscure grinfie della politica. Viene da chiedersi se la situazione sia così assurda come la si racconta, oppure, al solito, in Italia si brontola prima e si ragiona solo poi. Pertanto, l’internettiano brontologico medio (il sottoscritto), procede a googlare per raccogliere il maggior numero di informazioni e capire cosa davvero stia accadendo all’insegnamento di una tra le materie più affascinanti del percorso scolastico – ed uno dei pilastri sui quali poggia l’intera cultura del nostro paese.

I risultati dalle testate online sono sconcertanti. Quasi nessun sito riesce a far capire al lettore (o forse sono io ad essere stupido, in quanto lettore, e la cosa non è da escludersi) in con quale metodo e con quale arma questa riforma “uccida” la Storia dell’arte. Ci sono state delle riduzioni. Dei tagli. Ma quali? In quali istituti? Di quali entità? 
Nel leggere i titoli (ma anche gli articoli) scopriamo che la vittima è morta senza che nessun cronista abbia saputo nulla del cadavere: se qualcuno l’ha visto, come è avvenuto il fatto. Si sa solo che è avvenuto. Sarà che le “tre I” della Moratti hanno mandato in sbornia i giornalisti, facendo dimenticare loro la regola delle “5 W”?

L’articolo apre con l’apocalittica: “La Storia dell’arte è stata cancellata dai programmi scolastici, come previsto dalla Riforma Gelmini, in tutte le scuole […]”.



Leggendo i cliccatissimi articoli (controllate i millemila like e “consiglia” su faccialibro), non vi è traccia di una qualche informazione su come effettivamente questa materia venga cancellata. L’impressione (falsa) che si ha è che dall’oggi al domani le ore di Storia dell’Arte siano state annichilite, perché come insegna (in negativo) la Gelmini è meglio studiare i neutrini, piuttosto che Picasso. Letti tali articoli, insomma la conclusione logica è: “da oggi in tutte le sQuole di tutti gli ordinamenti non si insegnerà mai più Storia dell’Arte”.  

Anche leggendo l’appello di Firmiamo.it, già citato, testo che ampiamente condivido, non si ha l’impressione del nodo della faccenda: che cosa cambia nei programmi di Storia dell’Arte?

Scopriamo che la stessa Gelmini nel 2011 aveva precisato, in una lettera al Corriere, che sintetizzo qui ma che andrebbe letta nella sua interezza:

Sull’insegnamento della Storia dell' arte nelle scuole secondarie superiori sono state dette e scritte in questi giorni molte inesattezze. […] prima della riforma l' ordinamento del liceo classico prevedeva complessivamente, per la Storia dell' arte, 4 ore nel solo triennio […] La riforma ha innalzato da 4 a 6 le ore di insegnamento nel triennio. Quanto al liceo scientifico, le ore previste per la Storia dell' arte sono rimaste invariate. La riforma ha, inoltre, introdotto due nuovi licei [...] in entrambi […] è stata inserita la Storia dell' arte. Il liceo artistico è stato profondamente trasformato e le ore di Storia dell' arte sono state portate da 9 a 15. Il liceo musicale, anch' esso di nuova istituzione, ne prevede 10. […] Anche nell' istituto tecnico per il turismo le ore di Storia dell' arte sono state portate da 5 a 6. […] Naturalmente esistevano anche 800 diversi indirizzi sperimentali, una frammentazione inaccettabile ed insostenibile, che presentava i modelli orari più disparati e che non può essere oggetto di confronto vista l' estrema varietà. In alcuni percorsi, infatti, la Storia dell' arte era presente, in altri era del tutto assente anche nel triennio. […]” 

Come si può facilmente verificare, infine, leggendo questa tabella, risalente addirittura al 2009, oppure in formato testuale su Artem Docere i tagli ci sono. Soprattutto negli istituti tecnici, dove una svolta decisamente tecnicista si è de facto verificata, abolendo la materia, a torto o ragione - se ne può discutere. Ed è verissimo che negli indirizzi turistici la soppressione di Storia dell’Arte è uno strano paradosso; una fortissima contraddizione sulla quale vale la pena discutere,  come fa il sito di Varese News, che comunque titola in maniera tutt’altro che professionale, come gli altri: “La Riforma Gelmini cancella storia dell'arte”. Eppure l’impressione è che la Gelmini non abbia mentito constatando le ore addirittura aumentate nei trienni dei licei. Al contempo, fanno riflettere i titoli falsi e truffaldini di certe testate online, tanto che stamattina mi è andata di traverso la colazione nell’atto di esclamare: “eccheccazzo, la casta ha abolito la Storia dell’Arte!” in una posa che ricorda il meme del cereal guy.



Questo sensazionalismo va rivisto, e merita una riflessione. Questo sensazionalismo va stravolto con la forza della pacatezza: la forza dell’equilibrio e dell’onestà intellettuale. La sQuola si dimostra in questi casi reazionaria ed incapace, assieme agli amici scribacchini, di veicolare un messaggio complesso che andrebbe analizzato nei suoi intimi dettagli. Andrebbe capito innanzi tutto l’oggetto della discussione, l’entità dei tagli e fatte le successive proposte costruttive per risolvere la questione, al di là dei prevedibili interessi corporativi del docenti di Storia dell’Arte. Questo dovrebbe insegnare la sQuola. Se gli insegnanti sono i primi a far rivoluzioni con imprecisioni colossali come i titoli di tali articoli (ed i commenti sottostanti, leggere i testi linkati per credere), come pretendono di avere studenti capaci di restare sul pezzo e non uscire fuori tema con strafalcioni epocali?

Purtroppo la sQuola deve in primis riflettere sul fatto che non si può opporre ad infinitum al cambiamento, e che non è attraverso titoli sensazionalistici e sante crociate che risolverà i suoi innumerevoli problemi, ma attraverso l’analisi della situazione e la ricerca delle soluzioni. Tutti siamo in grado di dire “non diminuiamo, ma aumentiamo” (le ore, gli investimenti, i diritti, le risorse), ma purtroppo oggi non basta più. Bisogna anche essere propositivi, adulti, non chiedere solo a mamma e papà di avere di più ma dare consigli concreti su come stare meglio. Su come cambiare. Se questo cambiamento è errato, lo si può cambiare ancora, perché il cambiamento (si) cambia. È la paralisi, la stasi, la rigidità a morire d’inedia. Dalla (vera) rivoluzione del ’68 la sQuola ha mascherato le proprie azioni reazionarie da rivoluzioni – e intanto siamo ancora ancorati alla riforma Gentile del ’anteguerra, nell’era di Internet e dei social media. Gli atteggiamenti della sQuola nei confronti del cambiamento hanno spesso toni sensazionalistici e reazionari, questo caso purtroppo ne è l’ennesima conferma. 

Se non vogliamo far morire (per davvero) una disciplina meravigliosa ed intrisa di italianità come la storia dell’arte, tra l’altro grande polmone economico e turistico del nostro paese, dobbiamo cambiare atteggiamento per primi: essere più critici e non lasciarci abbindolare come cretini dal primo titolo sensazionalistico che leggiamo a sparar commenti rivoluzion… ehr… reazionari senza prima informarsi sulla questione. Altrimenti faremmo meglio a chiuderla del tutto, la sQuola: se non siamo critici nella ricerca delle (fonti delle) informazioni, così come Cartesio nella ricerca della verità, allora la sQuola non serve più a niente. Aboliamola del tutto, come quella robbaccia inutile della Storia dell’Arte! (Si scherza, eh!)

EDIT 02/2014 - Incredibilmente nonostante i numerosi articoli anti-bufala comparsi online volti a smascherare questa menzogna, ancora vengono pubblicati e condivisi articoli come questo di Bloggokin. Bloggo... chi?

Speculazioni sulla metafora idraulica della gestione delle risorse economiche















Sin dai tempi più remoti, in cui gli uomini iniziarono ad organizzarsi in società, sorsero problemi molto pragmatici sulla gestione delle risorse, non più legate al singolo individuo ma da distribuire alla collettività. Problemi che aumentarono esponenzialmente con l’aumento della complessità del sistema sociale.  Nel tempo, anche le risorse mutarono valore e natura, traducendosi nella loro forma corrente in risorse economiche. Risorse spesso mal gestite, sia nel macrocosmo statale e politico, sia in quello sociale e familiare. 
Una metafora che spesso viene utilizzata per evidenziare la cattiva gestione delle risorse economiche è la seguente, che chiameremo “metafora idraulica”. 

“Ho un sistema di tubature inefficiente. A monte, io [stato o amministratore] posso decidere quanta acqua immettere. Le tubature si occuperanno di distribuire le preziose risorse idriche in maniera capillare, ma i tubi perdono, in quanto pieni di buchi e falle dislocate in numerosi punti del sistema”. 

Come risolvere il problema – attualissimo? Sono spesso proposte diverse strategie di azione, facilmente identificabili con azioni reali compiute e tuttora in atto in molti sistemi, non solo idrici.

La prima proposta è quella di erogare più acqua. “Ma si. Freghiamocene delle falle. Se abbiamo a monte un ghiacciaio, che ce ne importa se dobbiamo disperdere un po’ più di acqua?” Il risultato, evidente, è che anche il grande ghiacciaio, fuor di metafora, prima o poi esaurisce le sue risorse. Perché quando aumenta la pressione le falle si allargano, il sistema cede, sempre più inefficiente, sotto il peso dello spreco; il ghiacciaio non fornisce più risorse sufficienti – e tu devi scioglierlo col phon, con migliaia di phon, fino ad esaurimento scorte.
Controproposta della salvezza. Se la prima opzione è risultata fallace, vuol dire che basta fare esattamente l’opposto: erogare meno acqua. Il sistema si stabilizza. Sembra funzionare. Peccato che in questo modo, chi più risente delle falle non avrà modo di sopravvivere. Invertendo la strategia abbiamo spostato il problema da monte a valle. Solitamente la politica ha in mente solo queste due soluzioni: aprire o chiudere i rubinetti. Riconosci un politico quando a parole può dire qualunque cosa, ma de facto apre e chiude rubinetti.

Arriva l’illuminato: “cerchiamo di chiudere le falle”. Se lo fa solo a parole è un politico (vedi sopra). Finalmente qualcosa di sensato, tanto che questa sembrerebbe la soluzione alla metafora idraulica. Di norma la propongono tutti. Peccato che non sia così facile – o almeno, è molto più difficile che metter mano alla valvola del rubinetto. La strada è comunque percorribile, e se perseguita seriamente è degna di lodi, ma da sola è un po’ mediocre. Non basta. La soluzione più efficace è un’altra, ancora più difficile, ancora più virtuosa, ma indubbiamente risolutiva.
Pensiamo ai tubi”, dice il saggio idraulico. Oppure l’ingegnere. Oppure il filosofo, sempre che ce ne siano ancora, oggi i sistemi, non solo idraulici, sono troppo complessi per loro.
Ci sono due stili di pensiero, tra chi pensa. Ai tubi. 
C’è il rivoluzionario, che distruggerebbe il sistema e lo ricostruirebbe da zero. Spesso si tratta del filosofo, e spessissimo è inconcludente – o forse è l’unico a non aver niente da perdere nello stare anni senz’acqua, prima che qualcuno (non lui, beninteso) rimetta mano al sistema di tubi. Poi c’è il progressista, quello che studia, comprende il sistema e cerca di cambiarlo un pezzo alla volta: il lavoro più difficile. Ci vuole una grande conoscenza del vecchio sistema per farne uno nuovo, ma anche tanta capacità creativa. Bisogna studiare tanto. S(t)u(di)dare per capire, e le capacità di pensiero per fare un salto, dalla comprensione del preesistente alla creazione di qualcosa di nuovo e più efficiente. Non basta arrivare e dire “vaffanculo spacco tutto e faccio di testa mia”. Il progressista è demiurgo, non falso dio onnipotente, plasma materia che non ha creato; è onesto: studia il sistema e modifica un pezzo alla volta, puntualmente e con chiarezza di idee. Egli non è infallibile, infatti è studioso ed empirista, e quando sbaglia non da la colpa agli altri, ma si ravvede dell'errore, si assume la responsabilità e studia nuove soluzioni. Meglio sbagliare per sistemare il sistema piuttosto che continuare a perdere all'infinito. Potrebbe volerci del tempo. Quando il problema è complesso anche la soluzione è complessa, e richiede studio, impegno e poche invettive o polemiche sterili. Questo nuovo tipo di progressista supera il politico reazionario che apre e chiude rubinetti ed l'antipolitico rivoluzionario che li bombarda. Purtroppo non esiste sistema perfetto. Il reazionario pensa che sia l'attuale, l'antipolitico pensa che sia il suo sistema mentale – ma la metafora idraulica rimarrà per sempre valida, ogni sistema è perfettibile, e non è solo una questione di tappar buchi. Ma per perfezionarlo, bisogna essere bravi ingegneri ed al contempo bravi idraulici e bravi filosofi. Insomma, veri progressisti non esistono. Ci sono solo nella teoria, ma nella pratica non è facile rinvenirne. Né nella politica, né nella società. 
Eppure abbiamo molti bravi ingegneri. Ma anche molti bravi idraulici. Chi manca all’appello? 

Ecomuseo del Litorale Pesarese - itinerari


Di seguito alcune info su un progetto di audioguide al quale ho recentemente lavorato. Trattasi di tracce audiovisive sul litorale pesarese; un Ecomuseo che si snoda attraverso tre percorsi riguardo l'identità marinara di Pesaro, Fano e Gabicce.




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L'Ecomuseo del Litorale è il nuovo parco storico che la Provincia di Pesaro e Urbino ha sviluppato nell'àmbito del progetto europeo Adriamuse.
Una rete di percorsi guidati all'interno dell'identità culturale più tipica della fascia costiera che si estende da Gabicce a Marotta.
Il rapporto con l'Adriatico ha lasciato qui la sua impronta indelebile, caratterizzando in modo originale una civiltà contadina e  marinara al tempo stesso.

Si offre la possibilità di seguirne le tracce, trasformando il patrimonio storico-artistico del territorio in un libro aperto. Lungo tre direttrici principali - Pesaro, Fano e Gabicce – il visitatore può esplorare una rete di percorsi guidati, ampliabili in base ai propri interessi e curiosità.
Dal portale della Provincia di Pesaro e Urbino è possibile scaricare i diversi itinerari tematici sotto forma di tracce audio, da ascoltare sul proprio smartphone, tablet o lettore mp3.


Inoltre presso i punti informativi di Pesaro e Urbino il visitatore potrà noleggiare un lettore mp4 e utilizzarlo per tutto il percorso scelto.
Passo dopo passo, ci si immerge in un viaggio affascinante alla scoperta di rotte migratorie, usanze, feste, riti e tradizioni che colorano di mille sfumature un unico disegno.
Un'esperienza interattiva e personalizzata, che permette a turisti e cittadini di vivere in modo nuovo e più consapevole la storia, immergendosi nei luoghi diffusi di un museo a cielo aperto.

Due concetti di salario




Se c’è una cosa che mi stupì enormemente quando mi trovai nella terra della fantasia, era come il lavoro fosse anche in quel luogo, per così dire, reale. Vedevo elfi e nani indaffarati giorno e notte per portare a termine le proprie mansioni, e mai il mio sguardo cessava di sorprendersi di fronte al realismo di quei fatti in un mondo così assurdo. Ma la cosa che più mi faceva riflettere, era come elfi e nani incarnassero perfettamente due concetti di salario oggi in netta contrapposizione anche nel mio mondo.

Gli elfi sono sostanzialmente salariati. Offrono il loro lavoro ed in cambio la comunità fornisce loro il compenso. Non è un compenso dipendente dalla quantità di lavoro svolto, sebbene ogni elfo sia alacre e responsabile in ogni sua attività: il concetto alla base del sistema è che ogni elfo ha una famiglia, pertanto viene pagato al termine del mese con un salario adeguato a sfamare quella famiglia.
I lavori degli elfi sono eterni e come la natura. Il lento ed incessante sviluppo della selva ne scandisce il tempo e quel lavoro è garantito perennemente con l'incontaminata stabilità del creato, attraverso la ciclicità del tempo e delle stagioni. Questo non significa che gli elfi lavorino sempre nella stessa foresta, all’ombra degli stessi alberi: eppure è connaturato negli elfi il senso di progettualità del proprio futuro. La sussistenza è garantita dalla società anche in caso di imprevisti, come un incendio.
Ogni elfo guadagna circa mille monete d’oro al mese durante i primi anni di lavoro, mille e duecento poi, e così via fino a duemila monete d’oro per un elfo anziano; gli elfi più bravi possono raggiungere anche cifre più elevate, ma un minimo salariale è garantito a tutti i lavoratori. In questo modo tutti gli elfi possono acquistare una casa nella foresta, un cavallo come mezzo di trasporto, possono vivere con moglie (o marito) in armonia ed accudire i propri figli in serenità e garantire presenza, impegno e continuità lavorativa presso quella grande, viva e sempiterna azienda che è il bosco.

I nani vengono pagati a servizio, nelle miniere. Se il nano estrae dalla cava l’equivalente di diecimila monete d’oro, egli ne guadagna, ad esempio, un decimo: mille. 
I nani guadagnano a provvigioni. Più producono, più guadagnano. I nani guadagnano in maniera molto strana: alcuni vengono pagati cinque monete d’oro per ogni ora di lavoro, altri dieci, altri ancora vengono pagati con una pinta di birra per dieci ore di lavoro, ai limiti dello schiavismo, il tutto in base alla mansione. Alcune mansioni, anche intellettuali, spesso non vengono affatto retribuite, se non con una pacca sulla spalla. 
Nessuno garantisce ai nani le ore di lavoro del giorno successivo: se le fanno, o se glie le fanno fare, sono ricompensati. Altrimenti niente. Il lavoro nelle miniere dei nani è infatti molto breve: un divorare vorace di tutto ciò che la natura ha prodotto in milioni di anni, e quando la miniera è stata ripulita, si passa alla prossima, come se il mondo avesse infinite ricchezze.
Generalmente i nani ricchi sono molto più ricchi degli elfi: hanno compensi spropositati, ville dorate ed enormi magioni. Ma la maggior parte dei nani è povera. Molto più dell’elfo più povero. A differenza degli elfi, i nani non hanno diritti. Non gli sono concesse giornate di malattia – o meglio, se stanno male, non ricevono compenso alcuno; se la produzione è scarsa, non riusciranno a sfamare le proprie famiglie e saranno costretti a vivere  al riparo di una caverna fredda e spoglia.

Non penso che i due modelli che ho incontrato nella terra della fantasia avessero rapporti con i sistemi politico-economici del secolo scorso, come il lettore disattento potrebbe affermare. Troppo facile parlare di comunismo e capitalismo. Che poi, provate a spiegargli di questi sistemi: vi diranno che siete pazzi. Io lo so, ci ho provato!
Gli elfi, più in generale, incarnano il modello del welfare di qualche anno fa: contratti a tempo indeterminato, una continuità lavorativa garantita ed un salario inteso come “quantità di monete d’oro per permettere all’elfo di sfamare una famiglia, comprarsi una casa ed almeno un cavallo”. 
Questo è il concetto di salario della passata generazione, nel mondo reale.
Il salario dei nani, invece, è inteso come “quantità di monete d’oro corrisposte al valore del lavoro svolto, alle ore lavorative effettuate, al profitto generato”.
Questo è invece il concetto di salario nella nostra generazione: decine e decine di contratti e forme lavorative che in nome di una presunta flessibilità e libertà di azione impediscono qualsiasi anelito di progettualità sul futuro per una famiglia. Sebbene entrambi i concetti di salario si traducano concretamente nel versamento di denaro in cambio di lavoro, l’idea che sta alla base del calcolo della retribuzione è radicalmente differente.
Nel nostro mondo, purtroppo, i due concetti vengono spesso a coesistere fino ad ingarbugliarsi, tanto che nessuno nota più l’enorme differenza tra salari elfici e salari nanici.
Eppure la mia generazione fa gli stessi identici lavori della generazione precedente, affiancando lavoratori elfici della generazione precedente, ma con salari nanici e con la stabilità della forma lavorativa nanica. Per lo stesso, identico servizio. Pertanto i giovani, per produrre la stessa ricchezza o lo stesso benessere (se non in molti casi addirittura di più, dato il maggiore entusiasmo, vigore ed un numero maggiore di anni e titoli di studio alle spalle) vengono retribuiti la metà, un quarto, o addirittura non vengono retribuiti, se non con una sonora pacca sulla spalla. 
Questo testo non vuole avere una conclusione, di quelle con speculazioni sociali, economiche o morali. Questo perché i testi senza conclusione lasciano l’amaro in bocca. Ecco. Proprio quel tipo di sensazione che sento ora e che vorrei trasmettere.

- L'Autore, Un sognatore che nella terra della fantasia sarebbe sicuramente un nano,
 con la spalla lussata a forza di pacche

Democrazia diretta - la democrazia ingenua



Ricordo quando, qualche anno fa, mi venne affidato, un po' per gioco e un po' per caso, il ruolo di rappresentante di classe al liceo. Mi trovavo ad una sorta di assemblea dei rappresentanti, dove si discuteva di questioni (al solito) di poco conto. Dopo qualche minuto di dibattito, si era giunti alla conclusione che andava stabilita una data per un qualche evento festaiolo che ho ormai dimenticato.
A quel punto ho preso ingenuamente la parola, esponendo il mio punto di vista, che suonava più o meno così: “Non possiamo decidere la data in questo modo, qui dentro. Trattandosi di qualcosa di pubblico interesse, dobbiamo prima consultare tutti gli studenti!”
Venni subito bacchettato dal solito pseudo-comunista un po' saccente, qualche anno più grande di me: “Ora sei tu il rappresentante, se ti hanno votato devi decidere tu per tutti”. Ricordo che ci rimasi molto male. Non so se più per la sua arroganza o per l'arroganza che a suo modo di vedere dovevo attribuirmi.

Sono passati parecchi anni, sono stato rappresentante anche del mio primo corso di laurea all'università per tutto il triennio, e nel tempo ho iniziato a maturare l'idea che quel ragazzo avesse ragione. Se ti candidi per rappresentare qualcuno, vuol dire che hai delle idee. Magari anche “ideologiche” - perché questa non è l'era delle post-ideologie come dicono molti filosofi e sociologi sapientoni che quando non capiscono qualcosa del mondo contemporaneo gli applicano l'etichetta “post-” risolvendo con questo giochetto l'impasse imbarazzante. Tra l'altro di ideologie non possiamo farne a meno, anche l'anti-ideologismo è a sua volta un'ideologia, come la democrazia diretta (ma non ditelo a nessuno!).
Se ti candidi per rappresentare qualcuno, se entri in politica, le idee le devi avere tu. Anche per chi ti ha votato.

Spesso molte idee in un primo momento impopolari sono le migliori, che vanno difese se davvero riteniamo che saranno efficaci. Le idee che fanno infiammare le folle, del tipo “facciamo decidere tutto a voi”, sono spesso le più ignobili e scadenti. Se scendi in strada e chiedi la panacea per la crisi economica, in quasi tutti i casi non avrai risposte valide. Magari suggerimenti utili, ma nessuna ricetta. Per questo se sali in politica, devi essere in grado di scrivere ricette. Altrimenti il tuo posto è meglio assegnarlo a qualcun altro.
Oggi si parla spesso di democrazia diretta su Internet, in particolare sulle pagine di un vecchio blog pubblico che si chiama col nome di una persona, che linka all'acquisto dei libri di quella stessa persona, in cui ogni commento vale meno di zero: “schizzi di merda digitali” (link), li ha chiamati quello che dà il nome al blog. Questa è democrazia diretta? Spero davvero che le idee escano da quegli schizzi di merda, perché coi referendum, anche su Internet, non si risolve nulla. Prima ci vogliono le idee. Il referendum ha una valida definizione nelle parole, attualissime ed insuperabili, di Giorgio Gaber:

Il referendum è una pratica di "Democrazia diretta"... non tanto pratica, attraverso la quale tutti possono esprimere il loro parere su tutto. Solo che se mia nonna deve decidere sulla Variante di Valico Barberino-Roncobilaccio, ha effettivamente qualche difficoltà. Anche perché è di Venezia. Per fortuna deve dire solo "Sì" se vuol dire no, e "No" se vuol dire sì. In ogni caso ha il 50% di probabilità di azzeccarla. Ma il referendum ha più che altro un valore folkloristico perché dopo aver discusso a lungo sul significato politico dei risultati… tutto resta come prima e chi se ne frega.
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Basti pensare al finanziamento pubblico ai partiti, abolito in un referendum abrogativo del 1993... tutto resta come prima e chi se ne frega. Inoltre la complessità del reale va ben oltre ad un binario si/no: entrambi comunque interpretabili a piacimento.
In altri termini, questa della democrazia diretta è una forma molto ingenua di pensare la politica. Fa piacere al popolo, alla massa virtuale, perché ha almeno l'illusione di valere qualcosa. Come nel referendum. Ma è parimenti necessario l'intervento della concretezza e della capacità di un amministratore, di un responsabile, di uno che ci metta la faccia, che abbia delle idee e sappia plasmarle come (provvedim)enti reali e tangibili!

Io credo ancora fortemente nel ruolo dei rappresentanti politici. La democrazia diretta è l'ideologia di chi non ha idee, e preferisce delegare agli altri: prima vieni eletto e delegato per fare qualcosa, poi tu deleghi il popolo ed alla fine nessuno combina niente. Chi non ha idee, preferisce la democrazia diretta, perché ogni volta che viene chiamato in causa chiama in causa il popolo.
A questo punto tanto vale eliminare i rappresentanti e lasciar fare tutto alle macchine, facendo votare il popolo ogni settimana sulle centinaia di idee malsane proposte dal popolo stesso, in un mostruoso meccanismo enormemente complesso quanto inefficace per dare a tutti la possibilità di votare sulla Variante di Valico Barberino-Roncobilaccio, anche a Venezia. Immaginatevi quale distopia Orwell-Huxeleyana: roba che vi costruiscono una TAV tra il bagno e la cucina perché così hanno votato compattamente in maggioranza in tutto il nord Italia mentre voi a votare contrario siete in quattro gatti in Molise (sempre che esista e non sia il mondo segreto dei troll!).

Per questo ripenso spesso all'obiezione che mi fu posta al liceo. Lì ho capito che non è la partecipazione popolare a contare, quanto l'efficacia e l'efficienza di chi si mette in gioco in prima persona, con le proprie idee e la volontà di costruire un pensiero più forte, complesso e strutturato, adatto alla teoria ma soprattutto alla pratica politica. Non è arroganza, è senso di responsabilità. A dispetto di quanto spesso dichiarato da molti, oggi non è la democrazia a mancare. Mancano i rappresentanti per una buona democrazia rappresentativa.
La democrazia diretta è figlia di una grossa ingenuità, la stessa ingenuità di un giovane liceale che si trovava lì quasi per caso, e preferiva, per star tranquillo, che gli altri decidessero per sé stessi... e soprattutto per lui!

Strani pensieri: il tunnel sotto la grandine


Grandina. La morsa del gelo è con me. La sento dentro di me. Cerco di scuotermi, di accelerare la produzione di calore del mio corpo col movimento. Invano. Mi sento come una batteria scarica sotto un grande ombrello, il quale si erge con tutte le sue forze contro lo sciame verticale, ma nulla può contro i colpi fendenti dell’aria, orizzontali. Il vento è forte. Impetuoso e tagliente. Piove come se Nettuno fosse imploso proprio qui sopra, riversando nel mondo i suoi umidi desideri. Avanzo il movimento di un corpo che deambula per il corso della città nel giorno di festa, nelle prime ore che seguono il mezzogiorno, sotto la grandine: il mondo dintorno è il tortuoso deserto disabitato del re gelo.
Non ho chiare percezioni delle piccole anime erranti in cerca di riparo che incrociano, superano o vengono scavalcate dal mio passo di furibonda debolezza, ma vengo ineluttabilmente attratto dai vetri rilucenti ai lati della strada. Una vera, luminosa follia si consuma attorno a me.
Negozi. A decine. A centinaia. Tutti chiusi. Disabitati. Guardali come ammiccano, bastardi, tutti immersi nel loro tiepido riposo incolume. Tu sei lì a scuoterti come un pettirosso in mezzo all’uragano, e loro se ne stanno lì, tutti piccoli occhietti del ciclone, a guardarti dalla loro tranquillità, splendenti come il sole nell’oscuro universo. Mentre il gelo annuncia vittoria sul mio corpo stanco, non riesco a reagire. Guardo i negozi. Mi fanno pensare. I negozi mi fanno pensare sempre troppo, soprattutto quando i pensieri non riguardano quello che devo comprare.
Vorrei aprirmi un varco, trapanare tutte le pareti, basterebbero tanti buchi per evitare di sprecare tutte quelle luci, tutto quel tepore consumato invano: un sacro riappropriarsi dell’uomo sul prodotto dell’uomo, della carne sul mattone. Un tunnel tra i negozi. Questa è l’idea. Un foro per parete che colleghi tutte quelle stanze disabitate del corso. Forse incrociando i miei simili potrei proporre loro la cosa, non c’è rivoluzione senza un qualche generico “popolo”.
Ma il popolo non c’è. Quei pochi, possibili resilienti sono soggiogati dal turbinio del vento, dall’abbraccio del gelo, dai dardi della pioggia. Corrono. Si sbattono come elettroni attorno al vuoto, quello è il loro unico moto di rivoluzione. Non riescono neppure a guardare nella direzione verso la quale stanno avanzando, purché avanzino. Un’altra rivoluzione andata a male.
I miei intenti mi abbandonano. Mi lasciano nudo, infreddolito e sconfitto, dinanzi all’ennesimo negozio di intimo. I pensieri parteggiano per il freddo, neppure loro hanno apprezzato la mia idea del tunnel tra i negozi; il calore strappato agli uomini rimarrà ad uso e consumo delle stanze vuote. I pensieri mi riportano addirittura all’ultima nottata passata a Milano, all’esterno della stazione ferroviaria. Io almeno l’ho scelto. Quella notte, scelsi di attendere all’esterno della stazione il treno delle 5 del mattino, dopo il concerto. Le cinque ore di attesa circondato da clochard e poveri disgraziati, le ho scelte io, quella volta. Ma loro no. Loro sono costretti tutti i giorni, a starsene lì al freddo, di notte. Sicuramente anche loro avranno visto quelle vetrine di Milano, bastarde, ad ammiccare con slogan e donne seminude, immagini di corpi al caldo e corpi veri al freddo. Ma sì. Anche loro avranno sentito almeno una volta, nel loro intimo, il desiderio di porre fine a questo paradosso, anche senza fare trafori tra i negozi per agevolare gli spostamenti. Ma la stazione di Milano è doppiamente paradossale: c’è gente che muore al piano di sopra, al livello del terreno, tra coperte e scatoloni; e c’è un centro commerciale qualche metro sotto, tra il piano terra e la metropolitana. Un centro commerciale. Riscaldato. La scala mobile è tuttavia chiusa, e non è assolutamente permesso di scendere nei locali del centro commerciale: caldo tutta la notte. L’unico che ne “gode” è la guardia giurata – che probabilmente preferirebbe starsene a casa, durante la notte, con la sua famiglia. La cosa mi lascia perplesso. Mi sembra una bella metafora di questa società. Una triste immagine del mondo. Per questa ragione lascio che i miei pensieri abbiano la meglio: decido di desistere, riprendo ad incedere sotto la pioggia del giorno di festa per il corso della città, mentre comprendo che la follia non è dentro di me, non sono io a generare paradossi. I paradossi sono il mondo. Il tunnel tra i negozi per i giorni di pioggia, la mia grande opera, non vedrà mai la luce. Anche la luce è proprietà delle vetrine ammiccanti.

Pd – Pdl = 0

Topolino n.1956, 23 maggio 1993, pag. 17
(click per ingrandire).
Pd e Pdl sono uguali, ma di segno opposto. Apparentemente come Monti e Beppe Grillo. Sono due facce complementari della stessa politica, della medesima epoca. Laddove tuttavia la dialettica tra il professore ed il comico si esplica nel presente, quella tra Pd e Pdl è essenzialmente una battaglia appartenente al passato.
Il comico genovese e Mario Monti parlano la lingua del mondo ai due poli opposti, parlano una lingua ignota agli anziani, difficile da comprendere e spiegare a chi non l’ha studiata, a chi non la vive:  Internet, Fmi, blog, Bund, Bce, tweet, S&P, Fitch, Moody’s. La democrazia diretta contro la tecnocrazia dei poteri forti e dell’alta finanza, i cittadini senza lavoro incazzati contro le banche ed i professionisti che tutelano i propri privilegi acquisiti negli ultimi decenni. Siamo tutti d’accordo con l’austerity finché non perdiamo il lavoro; troviamo lavoro e d’improvviso Beppe Grillo e Matteo Renzi ci fanno paura, sembrano rivoluzionari fascisti, mostri biblici. Poi di nuovo, perdiamo il lavoro e vorremmo spaccare tutto. Questo marasma appartiene al presente. Ma se sottraiamo il M5S ai tecnici, o viceversa, facciamo un errore di calcolo. Nella loro complementarità, Monti e Grillo sono due cose differenti, incarnano valori differenti, sono valori differenti. Sono due idee di presente e  due proposte di futuro che non possono stare sommati nella stessa equazione, sarebbe come sommare i metri con i chili.
Non a caso ho aperto il post con l’ormai celebre vignetta di quel Topolino del 1993, episodio nel quale il sindaco, per non perdere consensi, affida ai tecnici i tagli “lacrime e sangue”, per poi lavarsene le mani con gran populismo (i tecnici sono “indipendenti”), quasi non fosse stato lui a convocarli.
Quel sindaco è il Pdl. Quel sindaco è Berlusconi. Uno che ha fatto della rimozione dell’ICI uno slogan elettorale, e che poi ha lasciato che fosse Monti a fare il lavoro sporco, a reintrodurla, per poi attaccare di nuovo lo stesso Monti per l’IMU e per la politica fiscale in genere. Berlusconi è tale e quale il sindaco di Topolino. Il governo tecnico “usato” come una marionetta nel complotto: spugna per il malcontento ed arma per il prelievo fiscale. Topolino è molto chiaro sul ruolo dei tecnici: soldi ed impopolarità.
Quel sindaco è anche il Pd. Quel sindaco è Bersani. Uno che ha da sempre difeso il Governo Monti, e che adesso si prepara ad essere, con buone probabilità, il nuovo Presidente del Consiglio; pronto a prendere le distanze dai tecnici appena gli fa comodo, in questo tale e quale a Berlusconi. Uno che ha vinto le primarie del Pd, verrebbe da dire come Obama contro Hilary Clinton. Ma all’italiana, senza un conflitto vero: o gli italiani sono tutti talmente folli da spendere (minimo) 2€ per riconfermare il nuovo rappresentante di vent’anni di cattiva politica (da “Mr. 13 milioni di euro” Lusi in giù), oppure, come è accaduto, alle primarie del Pd gli elettori (del Pd) hanno trovato un partito già schierato dalla parte del proprio segretario: regole per votare poco chiare fino all’ultimo, giovani troppo devastati dai postumi del sabato sera e dalle news domenicali di facebook (o forse, giustificandoli, solo nauseati da questa politica), i quali non avrebbero di certo riconfermato Bersani – ed i soliti vecchietti in fila dalle 8.00 del mattino per scongiurare la catastrofe-Renzi, negli ultimi mesi argomento preferito dei demonologi; i due milioni di persone che vanno ancora alla Festa dell’Unità, per intenderci. Insomma, quando inizi la maratona con 40 Km di vantaggio, vincere è come la pubblicità del “bonci-bonci-bonbonbon”.
Non ci fosse stato Renzi, davvero non avrebbe neppure avuto senso farle, queste primarie, ad esclusione del povero Vendola entrato in campo nei tempi supplementari a partita già decisa, vittima di una sospettabile vicenda giudiziaria. Quasi ha fatto meglio il Silvio, con le sue “solitarie” (cit. Fiorello), almeno ha risparmiato soldi e non ha fatto spenderne agli elettori.
Pd e Pdl sono uguali. Dopo la parentesi del governo tecnico, scudo di un modo di fare ormai appartenente al passato, ecco ripresentarsi i soliti. Redivivi. All’italiana. L’invasione degli zombie a Roma, fuori dagli studios di Cinecittà. Pd e Pdl sono uguali. Entrambi vivono solo in funzione di Berlusconi, ne sono l’incarnazione e ne sono la nemesi. Rocky 16 contro Rambo 15, con Silvester Stallone ormai ultracentenario. Pd = Pdl. Si somigliano in tutto, come se quella “l” fosse un refuso, un errore di battitura, un elemento di troppo, o forse, semplicemente  l’elemento neutro della moltiplicazione. Allora sì che i conti tornerebbero. A spiacevole sostegno di questa tesi, quella “l” di troppo sta per “libertà”. L’elemento neutro nella nostra democrazia, dove non siamo neppure liberi di scegliere i nostri rappresentanti. Li hanno già scelti i partiti, quegli stessi che scelgono anche i parlamentari; hanno deciso i propri leader con primarie fasulle, o per autoproclamazione napoleonica. "l". Elle. Libertà. Questa sconosciuta.

Berlusconi contro Bersani. Ci troviamo di fronte ad un B&B scomodo e di pessima qualità: nel mondo alberghiero delle metafore a questo punto verrebbe naturale, a parità di voto, preferire le 5 stelle al bed and breakfast. Fuor di metafora?

Foto e video del concerto: schermi al cielo ed udito disconnesso



Una cosa che davvero non mi piace è la freddezza con la quale viene accolta la musica: ieri abbiamo tutti notato una certa freddezza dal parterre decisamente immobile e poco reattivo, e tanti cellulari sempre accesi. Per me la musica è vita, è espressione di sé, è energia, Vorrei andare ogni domenica ad un concerto, e quella sarebbe la mia chiesa, il mio rapporto con l'Assoluto nella comunione e nella condivisione (vera, non quella sintetica di facebook) con tanti altri che la pensano come me, che cantano, saltano e "godono" dell'energia trasmessa dal palco.
Oggi sono tutti a far video ed a condividere in tempo reale sul social network immagini ed emozioni, piuttosto che viverle preferiscono "atteggiarsi", fingere di viverle, gridare agli altri "guardate che figata!" senza accorgersi che le emozioni le vivi lì, e se non le vivi lì sotto al palco sono emozioni perdute. Perchè del video non resterà nulla, ed alla gente fondamentalmente non glie ne frega un cazzo se sei o meno al concerto. Sei tu che devi esserci, e devi dimenticarti il mondo fuori di gente connessa, sentire il suono, vivere il suono e nient'altro; non riprodotto dal chip di un telefonino o di un PC. Ecco, questa è una cosa che non mi piace, e sulla quale si potrebbe riflettere davvero molto!!

-   Frammento da una chiacchierata sulla musica
che altrimenti facebook avrebbe rapidamente dimenticato assieme al concerto dei Muse a Pesaro (foto e video inclusi)